Quasi due anni fa, in un articolo, avevo discusso circa la possibilità, in alcuni casi la necessità, di trovare un’alternativa al dollaro.
In quel periodo, l’influenza del biglietto verde, complice l’avvento di Trump, cominciava a diventare insostenibile, tanto per gli avversari, sempre più ai margini negli scambi internazionali, quanto per gli alleati storici, continuamente esposti ai capricci dell’istrionico ex inquilino della Casa Bianca.
L’elezione di Biden, almeno per questi ultimi, ha portato a quella che potremmo definire una restaurazione: Europa e Stati Uniti hanno ripreso da dove Obama aveva lasciato, a cominciare dal ritorno negli accordi di Parigi sul clima.
Ciò nonostante, in questi ultimi due anni, il proliferare della pandemia ha determinato il ritorno delle banche centrali verso un asset che sembrava ormai aver perso l’importanza di un tempo: l’oro.
La necessità della Federal Reserve – e delle banche centrali in generale – di combattere gli effetti del Covid-19 ha comportato un aumento gigantesco dell’offerta di moneta della valuta a stelle e strisce, determinando un brusco calo del suo valore rispetto al famoso metallo prezioso.
Non si era fatto in tempo a rientrare dall’allentamento monetario resosi necessario dalla crisi finanziaria che c’è stato di nuovo bisogno di un nuovo intervento, che ha reso meno vantaggioso la detenzione di attività denominate in dollari.
E, sebbene Powell abbia da tempo annunciato la normalizzazione della politica monetaria statunitense, le banche centrali di tutto il mondo stanno continuando a preferire l’oro al dollaro, riflettendo le preoccupazioni globali sul regime monetario basato sulla valuta americana.
Insomma, quel ruolo che secondo molti osservatori negli anni a venire avrebbe dovuto recitare lo yuan, complice le difficoltà cinesi nel costruire un mercato finanziario credibile, i recenti casi Huarong e Evergrande ne sono l’emblema, sta tornando ad appannaggio di quel metallo che un tempo occupava il posto delle valute, quel metallo che era ormai stato relegato a mera riserva di valore, in particolare nei periodi di incertezza.
Secondo il World Gold Council, infatti, l’organizzazione internazionale di ricerca dell’industria dell’oro, le banche centrali hanno accumulato un quantitativo di riserve auree di circa 36.000 tonnellate (dato di settembre), un aumento di oltre 4.500 tonnellate rispetto allo scorso decennio (+15%).
Per la verità, infatti, l’aumento nella detenzione di oro era già cominciata intorno al 2009, nei mesi successivi allo scoppio della crisi finanziaria, causando un deflusso di fondi anche dai titoli di stato statunitensi, con conseguente riduzione del valore delle attività denominate in dollari, nonostante la valuta statunitense avesse ben tenuto.
Fino ad allora, si era verificato l’esatto opposto. Le banche centrali di tutto il mondo avevano spesso venduto oro per aumentare la detenzione di attività denominate in dollari, su tutti i titoli del Tesoro statunitense: la vivace economia americana degli anni ‘90, unica superpotenza rimasta con la fine della Guerra Fredda, garantiva profitti attraenti e rischi praticamente nulli.
Ora, come asserivo in precedenza, la situazione si è rivoltata: il dollaro non tira più come un tempo, l’acquisto di grandi quantità di oro non è dunque più limitata a quei Paesi che mirano a liberarsi dalla dipendenza dal dollaro a causa di dissidi politici con gli Stati Uniti, la Russia per esempio, ma anche alle economie emergenti, che spesso tendono ad essere esposte a cali di valore delle rispettive valute.
Ciò, nonostante l’oro, com’è ovvio, non produca interessi.
Il metallo giallo ha però dalla sua il vantaggio di non essere direttamente collegato all’economia di nessun Paese, può resistere ai disordini globali nei mercati finanziari, anzi, essendo un bene rifugio, spesso si apprezza in queste circostanze.
Insomma, per la gran parte dei banchieri centrali una vera alternativa al dollaro non c’è ancora, in attesa di scoprire se esiste, meglio riempire i forzieri.
Hai trovato interessante questo articolo?
Iscriviti alla newsletter e metti un like alla mia pagina Facebook, in modo da non perderti le future pubblicazioni.



