Fed, via al primo “jumbo cut”.

da | Set 22, 2024 | Politica economica

Jerome Powell, Presidente della Federal Reserve.

È stata la settimana della Fed: con il taglio di ben 50 punti base, nel gergo “jumbo cut”, annunciato lo scorso giovedì, Jerome Powell ha dato il via ad una nuova fase per la politica monetaria a stelle e strisce.

Il livello dei tassi, ai massimi dal 2001, nel tentativo di combattere la spirale inflazionistica acuitasi nel post Covid, passa così dal 5,25%-5,5% al 4,75%-5%; come sono solito ricordare, la massima istituzione di politica monetaria statunitense, infatti, a differenza della BCE, non utilizza un valore puntuale, bensì un intervallo.

L’andamento dei tassi statunitensi dal 2000 ad oggi. Fonte: globalrates.com

Decisione scontata, non le motivazioni.

Che la Fed si apprestasse a varare il primo taglio dei tassi in quattro anni non era certo un mistero, lo stesso Powell, nel corso del suo intervento a Jackson Hole di un mese fa, l’aveva confermato: “È giunto il momento”.

Da allora l’attenzione degli analisti si era spostata sull’entità (mezzo punto o un quarto di punto?) e sul ritmo di tali tagli, divisi sull’effettivo stato dell’economia americana.

Powell ha provato a sgombrare il campo dal timore di un’imminente recessione – un taglio di 50 punti base storicamente prefigurava ciò – dichiarando “La nostra economia è complessivamente forte” e ammonendo coloro i quali ritengono tale mossa come una “Dichiarazione di vittoria sul nostro mandato di stabilità dei prezzi“.

È in corso una ricalibrazione della politica monetaria ha ripetuto a più riprese Powell, “I rischi per l’occupazione e l’inflazione sono ora più o meno bilanciati e la Fed rimane fortemente impegnata a sostenere la massima occupazione.

Altro inciso utile alla comprensione: a differenza della BCE, che ha come unico obiettivo quello della stabilità dei prezzi, che si traduce nel raggiungimento di un target inflazionistico prossimo al 2%, il mandato della Fed ne aggiunge un altro, quello della cosiddetta “piena occupazione”.

Insomma, nessuna recessione alle porte, secondo Powell si sta semplicemente riallineando il livello dei tassi al fenomeno disinflattivo osservato negli ultimi mesi, allo scopo di consentire un’ulteriore espansione dell’economia. Questa l’idea prevalente.

Ma c’è anche una minoranza silenziosa che vede l’arrivo di una stagflazione, ossia di quella condizione in cui l’economia di un Paese si trova a vivere un aumento della disoccupazione connessa al rallentamento della propria capacità produttiva. I dati non esaltanti sul fronte occupazionale, le guerre in corso, la complicata transizione ecologica e quella tecnologica, le tensioni geopolitiche e il conseguente affermarsi di idee protezionistiche, sono tutti fattori potenzialmente impattanti.

Ed è forse questo il motivo per il quale la decisione di tagliare il livello dei tassi di 50 punti base, per la prima volta in oltre due anni, non è stata unanime. L’unica a dissentire Michelle Bowman, la quale avrebbe preferito un allentamento di soltanto un quarto di punto per “evitare di alimentare inutilmente la domanda” e rischiare di dare nuova linfa all’inflazione.

Senza la recente pubblicazione di due importanti report, quello sull’indice dei prezzi al consumo (CPI) e quello sui prezzi alla produzione (PPI), visti in agosto – rispettivamente – al 2.5%, il più basso aumento annuale da febbraio 2021, e all’1.7%, rispetto al 2.1% osservato nel mese precedente, è probabile che la posizione assunta da Mrs Bowman avrebbe fatto maggiori proseliti.

Quale impatto?

Partiamo innanzitutto dalla politica interna. A poco più di un mese dalle presidenziali, un taglio di tale portata rischia di avere un impatto decisivo nell’accesa contesa tra Trump e Harris.

The Donald, che già in passato ha dichiarato di vedere di buon occhio il ritorno di una Fed subordinata al volere della Casa Bianca, ha ammonito sull’inopportunità di un taglio a ridosso dell’appuntamento elettorale, mentre la vicepresidente uscente, che potrebbe trarre vantaggio dalla decisione di Powell, ha commentato la mossa come “Una buona notizia per gli americani che hanno sopportato il peso dei prezzi elevati“. Al di là del caso specifico, l’indipendenza decisionale del banchiere centrale dalla politica rappresenta uno dei capisaldi della moderna politica monetaria, tornare indietro sarebbe un grosso errore.

Lato mercati, dopo l’incertezza iniziale – probabilmente gli investitori avevano già scontato il taglio – l’S&P500, l’indice che esprime l’andamento delle 500 aziende statunitensi a maggior capitalizzazione, ha continuato a salire, trainato dalle “solite” aziende tecnologiche. Anche il Russell 2000, quello che, al contrario, si compone delle società a piccola capitalizzazione e che, a causa del livello dei tassi alti di questi anni, ha accumulato livelli medi di debito più elevati, ha ben performato.

Si tratta di segnali che prefigurerebbero un “soft landing” per l’economia statunitense, uno scenario che ha sì dei precedenti nella storia, l’ultimo dei quali, nel 1994, durante il mandato di Alan Greenspan, ma senz’altro meno frequente rispetto ad un “hard landing“, dunque una recessione.

Oltre confine, dopo il taglio di “soli” 25 punti base operato dalla Banca Centrale Europea la scorsa settimana, è immediatamente nato il partito del “Lagarde faccia di più”, anche perché l’economia europea, complici le difficoltà che stanno affrontando Francia e Germania, appare molto più debole di quella statunitense. È lecito pensare che la BCE continui con ulteriori tagli nel prossimo futuro ma ad un ritmo più lento di quanto prodotto dalla Fed; discorso analogo per Bank of England, che nell’ultima riunione ha lasciato il livello dei tassi al 5%, mostrandosi dunque addirittura meno accomodante.

Fuochi d’artificio tra gli emergenti, in particolare nell’area del sud-est asiatico, che da tanto attendevano un taglio del costo del denaro negli USA. In generale, quanto annunciato da Powell segna un punto di svolta per i mercati globali nel loro complesso, poiché un contesto di tassi di interesse più bassi indica una maggiore liquidità, che potrebbe ridurre la pressione sulle altre banche centrali per mantenere tassi più elevati, quindi favorire gli investimenti nei Paesi più bisognosi di capitali, quelli accademicamente definiti “in via di sviluppo”.

La debolezza del dollaro dovrebbe sostenere anche i prezzi della materie prime, da cui trarrebbero beneficio quelle valute legate ad esse, quali il dollaro australiano, il dollaro canadese e quello neozelandese. Inoltre, vale la pena tenere d’occhio gli asset correlati ad esse, come i metalli industriali sensibili alla crescita e l’energia, in particolare petrolio greggio e rame.

Tagliare i tassi significa anche rendere la detenzione di contante meno attraente, spingendo i risparmiatori verso gli investimenti, alla ricerca di soluzioni maggiormente remunerative. Nel mercato azionario, i settori esposti a livelli di debito elevati, come le small cap, i servizi di pubblica utilità e gli immobili, dovrebbero trarre vantaggio da tassi di interesse più bassi.

Questo cambiamento potrebbe portare i fondi di investimento a ruotare dai titoli a grande capitalizzazione verso società più piccole alla ricerca di rendimenti più elevati, una tendenza già emersa a Wall Street e che potrebbe presto riflettersi in Europa, con l’indice Euro Stoxx Small 200 che potrebbe cominciare a sovraperformare l’Euro Stoxx 50.

Anche il valore del Bitcoin ha risentito del taglio dei tassi, balzando del 5% a $ 63.213.

Cosa ci attende?

L’ultimo Dot Plot, il grafico elaborato dai 17 membri del Federal Open Market Commitee, i sette Governatori del Consiglio della Fed a Washington e i Presidenti delle 12 banche regionali – ciascuno dei quali è chiamato ad assegnare un punto a quello che ritengono essere il punto medio dell’intervallo appropriato del tasso alla fine di ciascuno dei prossimi tre anni e nel lungo periodo – vede entro la fine dell’anno il livello dei tassi posizionarsi nell’intervallo al 4,25%-4,5%, ad un livello target decisamente più basso rispetto alla media del 5,1% stimata nel precedente dot plot. Nel 2025 e nel 2026, il livello dei tassi medio dovrebbe attestarsi, rispettivamente, al 3.4% e al 2.9%.

Si potrebbe dunque immaginare due tagli di un quarto di punto nelle prossime due riunioni, a meno che non si assista ad un ulteriore miglioramento dei dati su inflazione e occupazione, tali per cui si renderà possibile un altro “jumbo cut“.

Al contrario, se l’inflazione dovesse tornare a salire, qualsiasi ulteriore taglio sarebbe da evitare.

Insomma, anche le prossime decisioni saranno all’insegna dell’incertezza, del “data-dependent” come ormai amano dichiarare i banchieri centrali, agli antipodi con quella che la dottrina definisce forward guidance; sembra proprio che essi si siano rassegnati all’idea di non riuscire ad influenzare con i propri annunci le aspettative dei mercati, eppure sarebbe proprio ciò di cui avremmo bisogno per un “atterraggio morbido”.

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