
Alcuni giorni fa vi avevo raccontato delle modalità con cui Singapore si stava preparando a gestire il cambio di paradigma nella politica commerciale statunitense a seguito dell’avvento di Trump e del conseguente – ipotizzato da tanti – ritorno dello spauracchio inflazione.
Quest’oggi, invece, ho intenzione di parlarvi di Hong Kong, per certi versi, anch’essa definibile città-stato, in quanto, sebbene faccia formalmente parte della Cina, detiene un alto grado di autonomia, sia sul piano legale che politico: “un Paese, due sistemi“.
Come certamente qualcuno tra di voi già saprà, l’ex protettorato britannico utilizza un peg, un sistema di cambio fisso secondo il quale la valuta locale, il dollaro di Hong Kong (HKD), è ancorato in un intervallo tra i 7.75 ed i 7.85 dollari statunitensi (USD).

Funziona così: la Hong Kong Monetary Authority, la banca centrale locale, interviene sul mercato dei cambi acquistando o vendendo dollari di Hong Kong per mantenere il tasso di cambio all’interno di tale banda di oscillazione.
Questo sistema, introdotto nel 1983, ha avuto la funzione di stabilizzare l’economia del Paese e mantenere la fiducia degli investitori internazionali, trasformando la “città-stato” in uno dei principali centri economici del mondo, soprattutto sul tema IPO (Initial Public Offering).
In particolare, sono state le aziende cinesi, in cerca di finanziamenti in dollari al di fuori degli Stati Uniti, a maggior ragione dopo i frequenti dissidi tra le due potenze, ad averne beneficiato.
L’altra faccia della medaglia del pegging è che il Paese che lo introduce di fatto delega la propria politica monetaria alla Banca Centrale del Paese a cui si àncora, nello specifico, a quella della Federal Reserve. E se il combinato disposto di dazi e politiche fiscali espansive, di cui si compone l’agenda del nuovo inquilino della Casa Bianca, dovessero trovare attuazione, la Fed si troverebbe costretta a rallentare il ciclo di rallentamento dei tassi – l’ultima decisione di Powell sembra prepararsi a ciò – da cui deriverebbe un aumento dei costi di finanziamento per gli investitori e, in generale, un freno per l’attività economica locale.
D’altro canto, la vicinanza geografica con la Cina impone che il ciclo economico della città-stato sia correlato a quello di Pechino, che negli ultimi anni ha affrontato le difficoltà che tutti conosciamo, con le autorità di politica economica mostratesi inermi al cospetto dell’esplosione della bolla immobiliare e indecise sul da farsi. Un dollaro di Hong Kong più forte ha così incoraggiato i consumatori della “città-stato” a fare acquisti nella terraferma, danneggiando i rivenditori locali.
Una situazione complessa, che secondo alcuni analisti, per ora una minoranza, potrebbe prima o poi sfociare in un abbandono del pegging o, quantomeno, in un ampliamento della banda di oscillazione. Una minoranza perché, sebbene le riserve di dollari statunitensi dal novembre del 2021 allo scorso dicembre siano diminuite di 70 miliardi, rimangono ingenti: 420 miliardi.

Per il prossimo futuro ci sarà da comprendere se, e in che misura, Hong Kong sarà oggetto delle sanzioni statunitensi e se, da un tale epilogo, gli hongkongers dovessero essere spinti a sostituire più o meno gradualmente il biglietto verde con lo yuan, un’ipotesi che, per le ragioni esposte poc’anzi – la valuta cinese è sotto pressione al ribasso – appare al momento improbabile.
Insomma, molto dipenderà da quanto Trump vorrà davvero essere incisivo, in altre parole, se l’introduzione di dazi – come quelli che in queste ore hanno cominciato a colpire pesantemente Messico e Canada e solo marginalmente la Cina – avranno una mera funzione di deterrenza, come a dire “Badate che faccio sul serio“, o si assisterà davvero – ne dubito – ad un reale cambio di paradigma nella politica commerciale statunitense.
Al di là dell’ascesa improvvisa e “low cost” di DeepSeek, su cui però pochi giorni fa il Financial Times ha lanciato l’indiscrezione di evidenze su un furto di proprietà intellettuale operato ai danni di Open AI – ecco perché il chatbot cinese sarebbe costato solo 5 milioni di $! – la verità vera è che il business dell’AI – ma non solo quello – richiede ancora investimenti ingentissimi e potenze di calcolo elevatissime che al momento soltanto gli USA e Nvidia sono in grado di offrire. Con il Partito comunista che continua a ritardare quella sferzata che potrebbe rimettere sui giusti binari il Dragone, le aziende cinesi che sognano di sbarcare il lunario avranno ancora bisogno a lungo dei dollari americani. E se le scaramucce tra le due potenze dovessero intensificarsi, è lecito aspettarsi che i settori bollati come “di interesse per la sicurezza nazionale” andranno via via aumentando.
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Come avrete capito, gli intrecci tra macroeconomia, geopolitica, hi-tech e finanza si fanno sempre più fitti, Hong Kong, così come Taiwan, restano poli importanti per la crescita dell’economia mondiale, speriamo che le parti in causa ne abbiano contezza.
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