confronto tra Paesi della percentuale di bond detenuta da investitori nazionali e esteri

Dal grafico è possibile osservare la modesta quantità di titoli di Stato cinesi e indiani detenuta da investitori esteri rispetto a quella degli Stati Uniti. Fonte: Bloomberg.

È un periodo positivo per l’economia mondiale, sia per i Paesi sviluppati che per quelli in via di sviluppo. Ma è proprio in questi periodi di quiete che è necessario non abbassare la guardia, individuare le criticità che emergono di volta in volta e provare a porvi rimedio prima che esse possano ripercuotersi sull’economia mondiale.

In particolare, negli ultimi tempi, sta destando preoccupazione tra gli addetti ai lavori la carenza di strumenti rifugio, ossia di asset a basso rischio, quelli con cui gli investitori sono soliti proteggere i propri investimenti maggiormente rischiosi.

Mi riferisco essenzialmente ai titoli dei tesoro dei Paesi tripla A o comunque con rating elevati, per esempio i titoli del Tesoro statunitense, giapponese e tedesco.

Questa carenza nasce essenzialmente da due fattori:

  • Dalle manovre di alleggerimento monetario (“quantitative easing“) delle principali Banche Centrali (Fed, BCE e BoJ), che hanno abbondantemente ridotto la quantità disponibile all’acquisto dei titoli di Stato dei rispettivi Paesi.
  • Il mancato sviluppo nei Paesi emergenti di mercati finanziari in grado di sostituirsi a quelli delle economie sviluppate.

Ciò significa che la crescita sostenuta dell’economia reale nei Paesi in via di sviluppo non è andata di pari passo con quella dei rispettivi sistemi finanziari, con gli investitori costretti a restare ancorati agli strumenti realizzati dalle economie sviluppate.

Con la nuova stretta finanziaria annunciata dalla Yellen e il prossimo piano di normalizzazione del bilancio della Fed, inoltre, a cui, presumibilmente, seguirà quello della BCE nel 2018, l’offerta di tali attività andrà ulteriormente riducendosi.

Un investitore che ha necessità di proteggersi sarà dunque costretto o ad alimentare la bolla obbligazionaria o a ripiegare su strumenti via via più rischiosi.




Per tali ragioni, è necessario che la Cina e gli altri emergenti diano il proprio contributo.

La seconda economia al mondo, in particolare, disporrebbe di tutti gli strumenti necessari per creare un mercato finanziario alternativo agli Stati Uniti.

Per ottenere ciò, occorrerebbe creare un mercato obbligazionario, in particolar modo quello dei titoli del Tesoro, più liquido ed aperto, che sviluppi asset su cui gli investitori internazionali – finora spaventati dai controlli sul capitale – possano contare, attraverso una regolamentazione equa e con la convinzione che, se occorre, essi siano liberi di ritirare il proprio denaro in qualsiasi momento.

Insomma, occorre fiducia, il Sacro Graal dell’economia, fiducia nello Stato di diritto e nell’efficienza dei mercati. Solo così la Cina potrà perseguire l’obiettivo di rendere lo yuan una valuta internazionale a tutti gli effetti.

Chiaramente ci vorrà del tempo, intanto, la BCE ha dato il proprio sostegno, annunciando, nei giorni scorsi, di aver spostato una piccola porzione delle proprie riserve di dollari in yuan.

 

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