
L’avevo raccontato sia su queste pagine sia, personalmente, a diversi miei clienti: lo spartiacque per gli emergenti, in particolare gli asiatici, sarebbe stato il primo taglio dei tassi della Federal Reserve.
Con il taglio di 50 punti base della scorsa settimana, infatti, che ha portato il livello dei tassi al 4.75%-5%, le economie dei Paesi asiatici potranno finalmente ricominciare a essere attraenti nei confronti degli investitori internazionali e, se necessario, abbassare a loro volta i tassi per stimolare i consumi interni e, dunque, la crescita economica.
Su questo ultimo punto, però, a differenza di quanto era previsto ad inizio anno, la sensazione è che i banchieri centrali orientali, in particolare quelli dell’area del sud-est asiatico (ASEAN), per la quale si stima una crescita per il prossimo anno del 4.7%, siano orientati a perseguire una strategia maggiormente attendista, almeno fino al prossimo novembre, dove all’eventuale vittoria del repubblicano Trump potrebbe seguire l’introduzione di nuovi dazi e tariffe, a cui occorrerà operare i dovuti correttivi.
ASEAN e dintorni.
In particolare, tra i Paesi dell’area ASEAN, c’è chi potrebbe attendere addirittura fino al prossimo anno.
Stiamo parlando della Malesia, che nell’ultima riunione tenutasi il 5 settembre ha mantenuto i tassi inalterati al 3%, complice un’inflazione stabile e notizie incoraggianti sul piano della crescita.
Il ringgit malese, a cui lo scorso febbraio avevo dedicato un articolo, sembra essersi lasciato alle spalle il complicato inizio d’anno, dove aveva toccato il minimo contro il dollaro da 26 anni: lo scorso venerdì veniva scambiato a 4,1803 per dollaro (+13%).
A far eccezione Bank Indonesia, l’unica tra i Paesi ASEAN ad anticipare la Fed di un giorno, tagliando inaspettatamente i tassi di 25 punti base (6%) per la prima volta in tre anni. Per la verità, Central Bank of Philippines e Reserve Bank of New Zealand già lo scorso mese avevano optato per un taglio di eguale entità, portando i rispettivi tassi al 6.25% e al 5.25%; per i prossimi mesi, però, ci si aspetta anche da parte loro un atteggiamento attendista. Taiwan ha invece deciso di mantenere i tassi invariati al 2%, allo scopo di tenere a freno l’inflazione e un mercato immobiliare che ha dato segnali di surriscaldamento.
India.
Tra gli altri asiatici, sarà interessante analizzare la posizione dell’India, un Paese le cui dimensioni lo rendono meno vincolato da quanto viene deciso a Washington. Gli analisti prevedono che Reserve Bank of India manterrà i tassi invariati al 6.50% nel prossimo meeting, per poi operare un primo taglio in dicembre, in concomitanza con l’arrivo delle piogge che abbasseranno il prezzo degli alimentari, in particolare della frutta, dopo gli aumenti (+3.7%) riscontrati in agosto.
Corea del Sud.
Uno sguardo poi a Bank of Korea, il cui livello dei tassi è al 3.50%, il più alto dal 2008.
Il Governatore Rhee Chang-yong è ansioso di abbassare i tassi, ciò nonostante, condizioni più profittevoli nell’erogazione del credito potrebbero anche in questo caso surriscaldare il mercato immobiliare – i prezzi a Seul sono già altissimi – e aggravare così il debito delle famiglie. Per tali ragioni, da qui alla fine del 2025, al momento sono previsti solo tre tagli dei tassi da 25 punti base, il primo dei quali, probabilmente già nel prossimo mese.
Infine, la Cina.
Passiamo infine alla Cina, il Paese catalizzatore dell’economia del continente, ormai da anni alle prese con una preoccupante spirale deflazionistica, della quale, solo adesso, le autorità di politica monetaria e fiscale sembrano aver deciso di recitare un ruolo. Una prima scossa l’aveva data lo scorso 6 settembre l’ex Governatore di People’s Bank of China, Yi Gang, il quale, nel corso di un evento a Shanghai, aveva esortato ad agire rapidamente sulla domanda interna.
Fino a quel punto, i rispettivi vertici avevano definito il fenomeno deflattivo come “transitorio”, un aggettivo a quanto pare sempre più in voga, fino alla svolta del 24 settembre, quando, complice il “jumbo cut” operato dalla Fed, PBoC si è evidentemente sentita più libera di annunciare le prime, reali, misure volte a combatterlo. Sì, perché fino ad allora, con lo yuan troppo debole, i margini di profitto delle banche troppo esigui e rendimenti obbligazionari bassi, c’era riluttanza nell’agire.
Le decisioni di politica monetaria.
In un colpo solo Pan Gongsheng, attuale Governatore di PBoC, ha dichiarato che taglierà il tasso di interesse di riferimento di 0.2 punti percentuali, abbasserà i requisiti di riserva delle banche di 0.5 punti e ridurrà i tassi di interesse sui mutui esistenti di circa mezzo punto percentuale. Non solo, è stata aperta la possibilità nel prossimo futuro di tagliare i requisiti di riserva di un altro quarto o mezzo punto entro l’anno, una forward guidance che non ha precedenti nella storia della massima autorità di politica monetaria cinese.
A tutto ciò si è aggiunta la volontà di sostenere il mercato azionario. PBoC aiuterà le imprese a riacquistare le proprie azioni rifinanziando i prestiti bancari atti a tale scopo.
Cosa produrrà tutto questo?
Secondo Pan, le nuove misure avranno un impatto “neutrale” sui profitti delle banche. Certo, i margini probabilmente si restringeranno, poiché i tassi sui prestiti tendono a scendere più rapidamente dei tassi sui depositi, ma l’auspicio è che i tassi che le banche pagano e addebitano diminuiscano di pari passo, lasciando il margine tra di loro in gran parte intatto.
Il taglio dei tassi di interesse sui mutui esistenti potrebbe comunque danneggiare le banche. Sebbene essi siano difficili da rifinanziare, quelli che verranno d’ora in poi avranno condizioni migliori rispetto ai vecchi. C’è però da aggiungere che la politica proverà a scoraggiare il rimborso anticipato di questi ultimi – ancora – per non penalizzarle troppo.
Come si è detto, si tratta di misure storiche, per certi versi imponenti, ma che, secondo le stime, “sposteranno” poco il PIL cinese: le famiglie risparmieranno 150 miliardi di yuan, che dovrebbe tradursi in un boost di spesa dei consumatori di circa un terzo, meno dello 0.05% del PIL cinese.
La politica fiscale si fa ancora attendere.
È allora necessario che anche la politica fiscale faccia la proprio parte. Secondo Pan, con tassi di interesse ridotti e bassi rendimenti obbligazionari, la banca centrale “ha creato un buon ambiente monetario per la Cina per attuare una politica fiscale proattiva”.
Il Presidente Xi Jinping sembrerebbe disposto a raccogliere la sfida ma non siamo ancora al punto del “Whatever It takes”: l’impegno a emettere nuovo debito pubblico per supportare gli sviluppatori immobiliari, promuovere i consumi, aumentare i salari della classe media e incoraggiare gli investimenti esteri nel settore manifatturiero vanno tutti nella giusta direzione ma non basta, per rimettere in sesto l’economia cinese servirà uno stimolo fiscale molto più aggressivo e, se possibile, una valuta più debole.
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