All’inizio dello scorso anno, poco prima che la pandemia si abbattesse sull’Occidente, con questo articolo dal titolo “E’ possibile evitare la prossima crisi economica?”, avevo ipotizzato che l’elevato rapporto tra debito privato e prodotto interno lordo registrato in diversi Paesi del mondo, in molti casi superiore a quello statunitense, potesse portare ad un epicentro diverso per la prossima crisi economica.

Gli avvenimenti di questi giorni suggeriscono che questo epicentro possa essere la Cina.

Il gigante asiatico, il cui rapporto tra debito privato non finanziario e PIL alla fine del 2020 aveva toccato uno spaventoso 222%, ha cercato per anni di ripulire i suoi debiti aziendali inesigibili. Sebbene siano stati compiuti diversi progressi prima della pandemia, il tema resta delicato e cruciale per lo sviluppo di lungo termine della sua economia.

Pechino ha più volte ribadito la volontà di disciplinare il mercato, in particolare quello immobiliare, soggetto negli ultimi anni ad una profonda speculazione, dicendosi disposta a sacrificare le imprese pur di salvare il suo ancor zoppicante sistema finanziario.

Come recita però un vecchio adagio “Tra il dire e il fare c’è di mezzo il mare”, e se le aziende a rischio sono due giganti quali Huarong e Evergrande, le quali detengono complessivamente circa 540 miliardi di dollari di passività, ecco che anche un altro adagio, ben più recente, protagonista della crisi del 2008, “Too big to fail”, ritorna prepotentemente in auge.

Le modalità con cui la Cina si approccerà al tema, lasciando ancora prevalere approssimazione ed incoerenza, dove la gerarchia dei creditori è basata su scelte politiche e sulle priorità dello Stato, senza sapere dunque in anticipo quali strumenti godono di una garanzia statale e quali no, o, finalmente, su più occidentali logiche di mercato e dello Stato di diritto, saranno probabilmente fondamentali per comprendere il ruolo che il Paese reciterà sullo scacchiere internazionale da qui ai prossimi decenni.

Insomma, gli investitori sono in attesa di capire se di Pechino ci si può fidare.

Huarong Asset Management, fondata nel 1999 come bad bank per i cosiddetti Npl (non performing loan, i prestiti delle banche statati divenuti ormai inesigibili), allo scopo di sottrarli ai mercati globali, col tempo ha finito per prestare denaro a società ad alto rischio, beneficiando della possibilità di accesso a prestiti a basso costo da banche statali, diventando di fatto un conglomerato di dimensioni gigantesche.

L’azienda, sotto la guida dell’ex Presidente Lai Xiaomin, condannato a morte e giustiziato lo scorso Gennaio per corruzione e abuso di potere, ha subìto perdite nel 2020 per 16 miliardi di dollari. Le passività complessive ammontano invece a ben 238 miliardi di dollari, una cifra che secondo i regolatori sarebbe persino ottimistica: la dilagante corruzione renderebbe impossibile valutare la reale entità delle perdite.

Dopo un’iniziale esitazione, il Governo cinese pare essersi convinto nel voler salvare Huarong. A guidare il suo salvataggio sarà il gigante Citic Group, la seconda holding finanziaria cinese, interamente di proprietà dello Stato.

The Evergrande Real Estate Group è una delle più grandi aziende di sviluppo immobiliare cinese, con oltre 200.000 dipendenti, 110 miliardi di dollari di vendite lo scorso anno e più di 1.300 progetti immobiliari in essere in oltre 280 città. Fondata nel 1996, ha anch’essa via via assunto il carattere di conglomerato, investendo in settori via via più ampi, persino nel calcio, dove con l’ex tecnico della Nazionale campione del mondo nel 2006, Marcello Lippi, portò il Guangzhou Evergrande FC a vincere la Champions League asiatica nel 2013.

La diffusione di notizie riguardanti l’impossibilità di Evergrande di rispettare alcune scadenze obbligazionarie per circa cento milioni di dollari ha fatto crollare le azioni del titolo quotato ad Hong Kong del 10% nella giornata di ieri, le quali hanno raggiunto un valore di soli 2,28 dollari di Hong Kong (0,29 $) per azione. Ammonterebbero invece a 669 milioni di $ i bond in scadenza entro la fine dell’anno.

Da inizio anno il titolo ha perso l’84%, precipitando al di sotto del prezzo della IPO del 2009 di 3,5 dollari di Hong Kong ($ 0,45). Anche nel caso di Evergrande le passività complessive ammontano alla cifra monstre di 304 miliardi di dollari statunitensi. Di questi, la maggior parte sarebbero detenuti da fornitori e acquirenti che pagano le proprietà prima che vengano costruite. Come lasciato intendere in precedenza, in Cina una casa va oltre la sua funzione di alloggio, rappresenta un vero e proprio investimento, spesso speculativo, il prezzo della sposa ed il biglietto per una buona scuola. La stessa politica si è spesso affidata a piani immobiliari per rilanciare l’economia nei periodi di crisi.

Per tali ragioni, è difficile credere che il Governo cinese lascerà fallire un colosso dell’immobiliare, con gravi ripercussioni sul piano sociale, economico e finanziario per l’intero Paese.

Ciò nonostante, azzardo morale e corruzione sono temi su cui Pechino dovrà prima o poi fare seriamente i conti.

Per anni, infatti, il Governo cinese ha preferito guardare dall’altra parte mentre alcune delle più grandi aziende del Paese prendevano a prestito cifre ingentissime per progetti spesso tutt’altro che profittevoli. Tali società, col tempo, sono diventati enormi conglomerati che, sulla base dell’assioma “Too big to fail”, tengono in ostaggio il Partito comunista, diviso tra la volontà di voler dar loro una lezione, quindi lasciarli fallire, ed i timori di un contagio per l’intera economia cinese, già alle prese con una complessa ripartenza post pandemia.

È ormai pacifico che spezzare il circolo vizioso di speculazione immobiliare ed espansione del credito debba essere una priorità assoluta per Pechino, ora c’è da capire come fare.

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