
Sono mesi che ho voglia di scrivere un articolo sul Presidente argentino Javier Milei e il suo tentativo di resuscitare l’economia argentina. Sono mesi quindi che mi informo, anzi, a dirla tutta è ormai un anno – Milei è stato infatti eletto nel dicembre del 2023 – che raccolgo notizie, risfoglio i miei libri di macroeconomia, leggo e ascolto le opinioni di esperti da ogni parte del mondo.
Perché tutto questo tempo? Grossomodo, per due ordini di motivi.
Il primo era la necessità di eliminare tutte le sovrastrutture che caratterizzano l’azione dell’eccentrico Presidente argentino, sulle quali, ahimè, una buona parte della stampa generalista, soprattutto quella italiana, è ferma.
Chi è Milei?
Javier Milei non è semplicemente l’ennesimo populista che inveisce contro tutto e tutti, dai politici ed i sindacalisti corrotti, gli imprenditori che affamano il popolo, fino al Papa, Xi Jinping e le ideologie woke e green, e non è neppure – soltanto – un invasato che imbraccia la motosega e urla “Viva la libertad, carajo!”, Milei è innanzitutto e soprattutto un ex Professore universitario di economia e un analista finanziario per think tank, banche e società private, appassionatosi alla teoria economica nel periodo di iperinflazione argentino degli anni ’80, nonché, dal 2015, un rispettato opinionista televisivo che ha visto la sua popolarità esplodere durante la pandemia da COVID-19 per i suoi toni sprezzanti, diventati virali su TikTok, contro la casta.
Inoltre, viene dal basso, ha avuto un’infanzia difficile, è nato nella periferia di Buenos Aires da padre autista e madre casalinga, quest’ultima di origini croate, che considera entrambi morti – si dice abbia subìto abusi fisici dal primo. Oltre ai suoi quattro cani, a cui ha dato nomi di economisti, in realtà lui sostiene siano cinque – uno è morto, dice di continuare a parlare con lui attraverso una medium – ha come unico punto di riferimento sua sorella, Karina Milei, che ama definire “El Jefe”, il capo, una ex lettrice di tarocchi che fino a qualche anno fa vendeva torte su Instagram. Tutto ciò che attiene alla comunicazione passa da lei, sebbene si rifiuti di rilasciare interviste in prima persona.

C’è poi il sesso tantrico, di cui Milei si ritiene un esperto, la passione per i Rolling Stones, ha fatto parte di una cover band da ragazzo, quella per il calcio, come del resto qualsiasi argentino, pare fosse pure un buon portiere, i capelli perennemente spettinati, “È la mano invisibile del mercato”, e una vena messianica: per il suo biografo, Juan Luis González, “La forza trainante di Milei è che crede veramente di svolgere una missione divina”.
Il secondo era comprendere fino a che punto quanto promesso in campagna elettorale sarebbe poi stato realizzato, sarà che sono italiano e so bene come vanno certe cose.
Come dicevo, è trascorso un anno dall’insediamento di Milei e la sua azione sta brillando per coraggio, coerenza e competenza, attirandosi le ire e le invidie delle sinistre di tutto il mondo.
E anche chi, a destra, vede l’ascesa di Milei come una carta da giocare in politica interna, dovrebbe stare ben attento: il libertarismo del leader argentino non ha nulla a che vedere né con l’assistenzialismo italiano, né con il protezionismo trumpiano.
Il motto de La Libertad Avanza era “No hay plata”, ossia “Non ci sono soldi”, e qualsiasi tentativo delle opposizioni di derogare al pareggio di bilancio è stato ferocemente rispedito al mittente – ecco la coerenza – nonostante il partito fondato dai fratelli Milei detenga soltanto il 15% dei seggi.
A gennaio 2024 l’Argentina era già in surplus di bilancio per la prima volta dopo 16 anni.
Non solo, il primo articolo della legge di bilancio del 2025 stabilisce che il settore pubblico dovrà ottenere un risultato finanziario in pareggio o in surplus. Semmai dovesse verificarsi una riduzione delle entrate, le spese dovranno essere diminuite nella medesima misura: non c’è più spazio per i disavanzi finanziati dalla Banca Centrale che, in attesa di essere abolita – promessa o boutade da campagna elettorale? Lo scopriremo nel giro di qualche anno, intanto è stato legalmente reso possibile l’utilizzo del dollaro nelle transazioni quotidiane – riacquista la propria indipendenza dal Tesoro. Anche le riserve monetarie internazionali vengono ricostruite, complice una bilancia dei pagamenti tornata in attivo, conseguenza dell’aumento delle esportazioni e del calo delle importazioni a seguito della svalutazione del peso, che comunque resta ad un livello troppo alto.
È la forza delle idee, unito allo “Stato di emergenza” di cui si sta avvalendo Milei, che di fatto governa con il solo uso dei decreti, che impone agli oppositori di sedersi ai tavoli di negoziazione, nonché un atteggiamento più pragmatico – quello sì cambiato rispetto ai toni durissimi della campagna elettorale – ma non per questo meno intransigente.
Un’eredità disastrosa.
Del resto, l’eredità lasciata dal Governo peronista era disastrosa: Paese in recessione (-1.6% nel 2023), corruzione dilagante ad ogni livello, anche i più alti, riserve negative record (-11 miliardi di $), saldo delle partite correnti negativo (-3.5%), accordo con il FMI da 44 miliardi di dollari quasi impossibile da rispettare, povertà dilagante (oltre il 40%), il secondo tasso di inflazione più alto al mondo (211% nel 2023) e con una dinamica da iperinflazione (tasso mensile a novembre sopra il 12%, che vuol dire quasi il 400% annualizzato) e del 25.5% a dicembre che vuol dire 1500% annualizzato).
Come uscire indenni da questa situazione? Come detto, con coraggio, mostrandosi franchi con l’elettorato: non è più il tempo del gradualismo e delle mezze misure, serviva uno shock, “There’s no alternative” avrebbe detto Margareth Thatcher.
Ecco così un aggiustamento fiscale pari a 5 punti di PIL. Volendo fare un raffronto, la Commissione Europea ha chiesto all’Italia una correzione dello 0.5% del PIL e qui si è già parlato di “tagli selvaggi”.
“¡Afuera!“
Tra le voci di bilancio più colpite figurano i trasferimenti alle province (-70%) e gli investimenti pubblici (-80%). Ridotta anche la spesa per prestazioni sociali (-17%), quella per le pensioni (-21%) ed i trasferimenti alle università (-33%). I ministeri, protagonisti del video che ha molto spopolato sui social, quello in cui il Presidente Milei tirava via le etichette con su scritto i loro nomi urlando “¡Afuera!”, sono passati da 18 a 9, mentre i dipendenti pubblici, tra licenziamenti e mancati rinnovi, sono stati ridotti di circa 34mila unità.
Il nemico n.1 da sconfiggere: l’inflazione.
“Bisognerà star peggio prima di star meglio”: questo era chiaro, in economia non esistono pranzi gratis. Per effetto dell’obbligata iniziale svalutazione del peso del 52% in dicembre e l’impegno a procedere ulteriormente al ritmo del 2% al mese, e della rimozione di molti prezzi controllati e amministrati, alcuni dei quali figli di storture inenarrabili (per esempio, il controllo sul prezzo degli affitti o quello sul prezzo dell’energia), l’inflazione è aumentata al 25.5% e la povertà schizzata al 55%; la maggioranza degli argentini, però, a differenza di tanti osservatori internazionali, a cominciare dalla stampa italiana, l’ha accettato.
Nel corso degli ultimi decenni essa ha imparato a proprie spese che per sconfiggere la povertà occorre sconfiggere ciò che la determina e l’alimenta: l’inflazione.
Se infatti il livello dei prezzi continua a crescere più di quello dei salari, non serviranno a nulla i bonus e le mancette proposte negli anni dalle opposizioni. Una lezione, anche questa, valida anche per il nostro Paese dove in tanti hanno creduto che la povertà potesse essere sconfitta per decreto, urlandolo da un balcone.
Si era detto del coraggio e della coerenza, poi? La competenza.
Il Governo Milei, a differenza dei movimenti populisti nati un po’ in tutte le economie avanzate nell’ultimo decennio, ha creato nel tempo un gruppo di lavoro universitario interdisciplinare, proponendo personalità di assoluto livello, come il Ministro dell’Economia Luis Caputo, ex JP Morgan e Deutsche Bank, con alle spalle anche un’esperienza nel fallito tentativo riformista di Mauricio Macri, da cui sembra aver imparato molto. Insomma, si è fatto trovare pronto.

La ricetta.
La ricetta per abbattere l’inflazione segue pedissequamente quanto viene insegnato in un corso base di macroeconomia, dimostrando che non è vero che la realtà è diversa dall’astrazione degli economisti.
Il “piano Milei” combina uno shock negativo sul lato della domanda, come detto, un aggiustamento fiscale fortissimo, a uno shock positivo su quello dell’offerta attraverso una serie infinita di liberalizzazioni che colpisce ogni settore e fascia sociale: dalla Confindustria argentina che ha favorito la creazione di barriere protezionistiche, i sindacati, accusati di difendere alcune caste, per esempio quella dei piloti – a tal proposito, la compagnia di bandiera Aerolíneas Argentinas, un pozzo senza fondo per i soldi pubblici (Qualcuno ha pensato ad Alitalia?), è stata privatizzata e il mercato aperto alla concorrenza – la liberalizzazione di molte professioni per le quali ora è sufficiente iscriversi su un portale online per cominciare l’attività, fino al popolo, che per decenni ha preferito accontentarsi dei miopi sussidi concessi dai peronisti.
Secondo la teoria economica di base, l’effetto sui prezzi è disinflattivo in quanto ognuno dei due shock contribuisce in tal senso, ecco perché l’inflazione scende ad una velocità che non ha precedenti storici, mentre quello sull’attività economica è ambiguo poiché dipende da quale dei due prevarrà.
A settembre, il tasso di inflazione ha raggiunto il 3.5% su base mensile. Un dato che sarebbe allarmante in altre economie, ma per l’Argentina rappresenta il livello più basso degli ultimi tre anni. Annualizzando i dati degli ultimi quattro mesi, l’inflazione si attesta ora al 61%: un netto miglioramento rispetto agli ultimi quattro mesi del Governo precedente, che aveva lasciato un tasso d’inflazione medio annuo al 270%, a cui bisognava sommare un’inflazione latente dovuta ai controlli sui prezzi, alle restrizioni sulle importazioni e agli effetti di un tasso di cambio artificialmente sopravvalutato, temi su cui l’amministrazione Milei intende lavorare nel prossimo futuro.
L’effetto sull’attività economica è incoraggiante ma non ancora sufficiente. Il PIL argentino, dopo tre trimestri di recessione, naturale conseguenza della cura di cavallo somministrata, è cresciuto del 3,9% da luglio a settembre rispetto al trimestre precedente, meglio delle aspettative degli analisti, la previsione era +3,4%, ma ancora al di sotto rispetto alla performance dello scorso anno (-2.1%).
Tutto previsto, affinché l’economia possa tornare a prosperare è necessario ricreare le giuste condizioni, in particolare riacquistare la fiducia dei mercati internazionali e dunque attrarre investimenti dall’estero, possibili – bene ribadirlo – solo quando verranno eliminati i controlli valutari e sui capitali, misure ereditate dai precedenti Esecutivi.
Politica estera.
Per ottenere ciò è interessante osservare come Milei si sta muovendo sul fronte della politica estera, a cominciare dal suo intervento a Davos dello scorso anno che oserei definire “storico”, alla volontà di riposizionare il Paese in Occidente, raffreddando i rapporti con la Cina, che negli ultimi decenni, complici i suoi predecessori, ha molto investito in Argentina e in tutto il Sud America nel tentativo di esercitare un’influenza sulla regione; altra mossa intelligente è la rinuncia all’ingresso nei BRICS, la richiesta di aderire alla NATO, il sostegno all’Ucraina e, notizia recente, la ferma condanna al sequestro di Maria Corina Machado da parte del regime di Maduro.
E si ritorna alla coerenza, Milei, a differenza di altri leader, ha compreso che non è più il tempo di tatticismi e ambiguità.
Il riavvicinamento all’Occidente passa anche per il raggiungimento di un accordo di libero scambio Mercosur-UE, le cui contrattazioni sono durate oltre vent’anni, e che consentirà l’abbattimento delle tariffe doganali del 91%, ossia di 4 miliardi di euro annui, e di cui beneficeranno quasi 800 milioni di persone. Per diventare efficace, l’accordo ha necessità di essere ratificato dai Paesi membri di ambo i blocchi e Milei, da subito espressosi favorevolmente sul tema, è volato in Italia per incontrare la Presidente del Consiglio Giorgia Meloni in quanto il nostro Paese, complici le difficoltà interne degli altri maggiori leader europei, potrebbe fungere da ago della bilancia. Milei si è anche detto pronto a sottoscrivere con Trump un accordo di libero scambio con gli Stati Uniti.
I risultati incoraggianti e per certi versi sorprendenti del lavoro svolto dall’amministrazione Milei in questo primo anno aprono le porte ad un nuovo corso anche nei rapporti con il Fondo Monetario Internazionale, di cui gli Stati Uniti sono il principale “azionista”, dal quale potrebbero presto arrivare nuovi importanti aiuti, nonostante l’Argentina sia già il più grande debitore dell’Istituzione internazionale che ha sede a Washington e il destinatario del maggior numero di salvataggi nella storia.

Tra i più entusiasti dell’operato di Milei c’è proprio il FMI: nell’ultimo “World Economic Outlook“ pubblicato appena due giorni fa, si stima una crescita del PIL argentino per il 2025 al 5%, il dato migliore tra le economie emergenti.

In generale la sensazione è che l’ambizione di Milei vada ben oltre la volontà di ridare una credibilità internazionale all’Argentina, il Presidente argentino vuole diventare un nuovo punto di riferimento per l’intero occidente, ispirando altri leader a seguire le sue politiche.
Missione compiuta?
A questo punto vi starete chiedendo: missione compiuta? Nel titolo hai parlato di miracolo…
Niente affatto, la strada è ancora lunga. È certamente un miracolo per Milei essere sopravvissuto, contro ogni previsione, a quest’anno; in tanti si stanno ricredendo ma, affinché il Presidente argentino possa dire “Missione compiuta”, sarà necessario mantenere ancora la barra dritta, coinvolgendo tanto il popolo – un esempio è la creazione di un portale in cui ogni cittadino può segnalare ostacoli burocratici alla propria attività economica, così che il Governo possa eliminarli – quanto i Paesi partner e le Istituzioni internazionali, circa la bontà della sua proposta politica ed economica.
Per ogni grande impresa che si rispetti, sarà indispensabile anche un pizzico di fortuna, una congiunta economica favorevole per esempio, che allevi le difficoltà dei ceti più deboli.
Si parla spesso di affinità tra Trump e Milei, un’affinità, come spiegato, solo di facciata.
Se infatti il Presidente americano dovesse dar seguito ai proclami elettorali, che prevedono protezionismo e aumento della spesa pubblica, da cui, presumibilmente, scaturirà una nuova spirale inflazionistica e conseguenti interventi della Fed, è chiaro che l’Argentina, così come le altre economie emergenti, ne subirà le conseguenze, sia sul piano commerciale, sia per quanto concerne l’aumento del costo di finanziamento del proprio debito, rischiando di vanificare gli sforzi compiuti finora.
Il 2025 sarà per l’Argentina e per Milei un anno fondamentale: le elezioni di metà mandato potrebbero rinforzare la sua compagine parlamentare e agevolare il suo processo riformatorio; senza poter più contare sulla decretazione d’urgenza, il peronismo rischierebbe di riprendere vigore.
A tal proposito, quando le acque si saranno calmate, sarà fondamentale razionalizzare la spesa pubblica; è chiaro che i tagli operati finora rischiano di minare le prospettive di crescita futura dell’Argentina, chi avrà più sofferto dovrà vedere i propri sacrifici ricompensati. È così, solo così, che potrà essere definitivamente ripristinata la fiducia tra gli argentini e la politica.
Buena sorte allora a Milei e all’Argentina.
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