Il 2021 era cominciato con il seguente interrogativo: l’inflazione sta per tornare? Ce l’eravamo chiesti anche su queste pagine.
Dopo oltre un decennio di risultati inconsistenti, dove i principali banchieri centrali si erano lanciati, invano, nell’utilizzo di (quasi) ogni strumento a propria disposizione – convenzionale e non – per uscire dalla preoccupante spirale deflazionistica, ecco che i primi segnali di una crescita dei prezzi erano cominciati a far capolino un po’ in tutto il mondo.
La pandemia, con i conseguenti colli di bottiglia venutisi a creare in molti settori di produzione, e le politiche fiscali estremamente espansive a sostegno dei cittadini costretti al lockdown, con tanti saluti alle ferree politiche di bilancio, erano riuscite dove la politica monetaria aveva fallito.
Gli stessi banchieri centrali, al fine di non soffocare la ripresa, evitando, così, di commettere gli errori compiuti in passato dai rispettivi predecessori durante la crisi finanziaria del 2008 e quella del debito del 2010, si sono impegnati ad assumere un atteggiamento attendista, aggiornando le proprie Strategy Review all’insegna di una maggiore discrezionalità.
Dunque, nessun aumento automatico dei tassi al raggiungimento del target inflazionistico.
Il pensiero che ha condotto verso questo nuovo paradigma era più o meno il seguente: “La spirale inflazionistica che stiamo vivendo ha carattere transitorio, ogni decisione verrà presa nel momento in cui tale transitorietà si sarà arrestata. Solo allora potremo valutare a che punto siamo.”
Fin qui tutto giusto, un buono e sano pragmatismo stava soppiantando dei dogmi che, sebbene in teoria fossero corretti, la realtà aveva dimostrato essere piuttosto fallaci.
La domanda che sta da qualche mese ossessionando i banchieri centrali è ora un’altra: “Siamo sicuri che questa inflazione sia transitoria?” Eppoi, “Cosa si intende per transitorio? Che orizzonte temporale dovrebbe avere un fenomeno per essere etichettato come transitorio?”
Christine Lagarde, Presidente della BCE, ha di recente parlato di “transitorietà persistente”, ciò che un linguista definirebbe come “antitesi”: se un fenomeno è transitorio non può essere persistente, e viceversa.
La verità è che in questa fase i banchieri centrali non hanno ben chiaro cosa fare: da un lato, come spiegato, non vogliono soffocare la ripresa con prematuri aumenti dei tassi, dall’altro, non possono starsene con le mani in mano per troppo tempo, lasciando che il tasso di inflazione vada troppo in alto.
E, quando vengono interrogati sul da farsi, le risposte risultano essere quantomeno bizzarre.
È capitato qualcosa di analogo ad Andrew Bailey, Governatore di Bank of England, che con il suo “Dovremo agire” della scorsa settimana ha di fatto creato alte aspettative su un prossimo aumento del costo del denaro nel Regno Unito – il prossimo meeting di BoE è in programma il 3 novembre – nonostante, solo poche settimane prima, avesse dichiarato che i “I tempi duri per l’economia dovevano ancora venire”. Peraltro, la situazione inglese è, se possibile, ancor più complessa di quella del resto del mondo, dove ai colli di bottiglia degli approvvigionamenti dovuti alla pandemia si sommano le difficoltà di approvvigionamento legate a Brexit. Sull’Economist di questa settimana c’è un articolo che pare essere un appello a Bailey ad attendere per non inguaiare ulteriormente la condizione del Regno Unito, dove per altro i contagi sono tornati prepotentemente a crescere dopo il “Liberi tutti” deciso dal Premier Johnson.
In generale, a mio modo di vedere, c’è un duplice problema: di credibilità e di qualità dei dati.
La volontà di rendere la politica monetaria più trasparente, principio chiaramente espresso, tra l’altro, nella recente Strategy Review della BCE, pone i banchieri centrali nella posizione di dover comunicare forse troppo spesso con stampa ed investitori. E, in periodi di incertezza come quello che stiamo vivendo, il rischio di “passaggi a vuoto” è dietro l’angolo.
A ciò va aggiunto un ulteriore aspetto: per prendere decisioni corrette, occorre avere un accesso tempestivo ai dati, i quali devono essere qualità elevata; altrimenti si rischia di restare indietro e di non riuscire bene a comprendere in che fase sia l’economia.
Tra gli investitori c’è il sentore che le principali banche centrali del mondo aumenteranno i tassi di interesse prima di quanto pianificato e più velocemente di quanto vorrebbero.
In altre parole si ritiene che quell’aggettivo “transitorio” lascerà presto il posto a “persistente”.
Le prime avvisaglie si sono avute con la Federal Reserve, con gli investitori che cominciano a credere ad un aumento dei tassi di mezzo punto percentuale già entro la fine del 2022, qualcuno auspica addirittura tra luglio e settembre; altrove, per quella data, altri banchieri centrali potrebbero aver già operato più di una stretta. Ciò cozza con quanto loro stessi avevano previsto negli ultimi 18 mesi: si pensi che a marzo si parlava di un primo aumento solo nel 2024.
Con l’inflazione già al di sopra dell’obiettivo quasi ovunque, si tratta di una prospettiva che anche le banche centrali più accomodanti potrebbero non ignorare. Insomma, si andrebbe oltre il mero tapering, ossia la riduzione delle misure straordinarie di politica monetaria e la conseguente normalizzazione dei bilanci.
Come detto, altrove, il ritmo dei rialzi potrebbe essere ancor più veloce.
In Canada si ritiene che la banca centrale alzerà i tassi già all’inizio del prossimo anno, anche se il Governatore Tiff Macklem ha ribadito che ciò avverrà solo quando verrà assorbito il rallentamento dell’economia dovuto al Covid e l’inflazione tornerà in modo sostenibile al suo intervallo target, condizione che ci si aspetta venga soddisfatta solo nella seconda parte dell’anno.
La Nuova Zelanda è stata ancor più aggressiva: il piano di acquisto di obbligazioni è stato già interrotto lo scorso luglio, a cui è seguito un primo aumento dei tassi, nonostante il proliferare della variante delta abbia di fatto compromesso l’obiettivo “Covid free”. All’orizzonte dovrebbe esserci un’ulteriore stretta, già il mese prossimo.
Reserve Bank of Australia, la più accomodante tra le principali banche centrali, potrebbe presto cambiare rotta: sebbene il Governatore Philip Lowe abbia ribadito di non aspettarsi un rialzo dei tassi prima del 2024, economisti e investitori cominciano a pensare che anticiperà le decisioni della Federal Reserve statunitense.
La Banca Centrale Europea, invece, che non vede un aumento dei tassi di interesse da più di un decennio, potrebbe ottenerne uno il prossimo anno, ipotizzano ora gli investitori. Un aggiustamento lieve, che manterrebbe comunque il tasso di deposito di riferimento ben al di sotto dello zero. Questo perché è ipotizzabile che l’inflazione torni al di sotto del target del 2% entro la fine del 2022.
Situazione ancor più tranquilla per Bank of Japan: nel Sol Levante il target inflazionistico resta un miraggio.
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