L'inflazione sta per tornare?

Per oltre un decennio i banchieri centrali hanno dovuto misurarsi con la scarsa efficacia dei propri strumenti nel riportare il tasso di inflazione sui livelli targetCurva di Phillips non più valida?, trappola della liquidità? la dottrina si sta ancora interrogando – condizione che li aveva spinti a sollecitare una maggiore spesa pubblica (Ricorderete l’editoriale di Mario Draghi sul Financial Times dello scorso marzo).

Il 2020 avrebbe dovuto essere l’anno di un ritorno prepotente della politica fiscale, la quale avrebbe di fatto sancito la fine del monetarismo “puro”, quello che vede la quantità di moneta in circolazione come unica variabile capace di influenzare il tasso di inflazione.

Lo scoppio della pandemia ha stravolto i piani: la politica monetaria non solo non ha indietreggiato ma ha dovuto farsi carico di tutte le mancanze ed i ritardi che accompagnano purtroppo qualsiasi processo politico, a maggior ragione nell’Unione Europea. Il Covid-19, infatti, prima di rivelarsi come shock simmetrico, non risparmiando di fatto nessuna economia del mondo, ha colpito in maniera asimmetrica, mettendo ancora una volta in luce tutte le mancanze di un’area valutaria ancora lontana dall’essere ottimale.

La massiccia, seppur tardiva, risposta alla fine è arrivata ma, come indicato dal nome ufficiale – “Next Generation EU” e non “Recovery Fund” – si concentrerà, nel prossimo quinquennio, sulla realizzazione di piani di sviluppo, in particolare verso la transizione energetica, più che sulla restaurazione dei paradigmi messi in discussione dalla pandemia.

Nel frattempo i primi vaccini sono arrivati, altri ne arriveranno da qui a pochi mesi e, nonostante qualche intoppo, salvo il proliferare di varianti non coperte, la ripresa non dovrebbe tardare ad arrivare.

Eppoi c’è da considerare, tra gli altri, il vigoroso piano di stimolo da 1.9 trilioni di dollari della neo eletta amministrazione Biden, che va ad aggiungersi a quanto già fatto da Trump, il taglio temporaneo dell’IVA promosso da Angela Merkel, prima che la Cancelliera riuscisse a vincere le resistenze dei Paesi frugali sul Next Generation EU, la carenza di semiconduttori causata dal boom di richieste di apparecchiature tecnologiche, conseguenza del lockdown, l’aumento del prezzo del greggio, che ha superato i 60 dollari al barile, e quello del costo dello spazio sulle navi portacontainer (+180%), tutti fattori che lasciano presagire un ritorno dell’inflazione.

Insomma, sebbene avvenuto in circostanze del tutto emergenziali, pare che la politica fiscale possa riuscire dove quella monetaria ha fallito.

Perché è importante un ritorno dell’inflazione?

Una moderata inflazione funge da lubrificante per gli ingranaggi del sistema economico: favorisce i consumi, quindi l’occupazione e la produzione, instaurando, dunque, quello che potremmo definire il circolo virtuoso dell’economia. Inoltre, ancor più importante in questa fase storica, un moderato tasso di inflazione produce effetti positivi nei Paesi con elevati stock di debito, in quanto ne provoca “silenziosamente” l’erosione; insomma, la medicina di cui il nostro Paese, più di ogni altro, avrebbe bisogno per combattere l’esplosione del disavanzo, resosi necessario all’elargizione degli aiuti.

Se un’accelerazione dei prezzi si verificherà, è importante che le banche centrali, non indietreggino troppo in fretta, ripercorrendo gli errori compiuti in passato.

Questo è un rischio che corre soprattutto l’Eurozona: la Banca Centrale Europea, la più ingessata tra le banche centrali occidentali, in quanto le sue possibilità di manovra sono strettamente circoscritte al mandato, che prevede, come unico obiettivo, un target inflazionistico “inferiore ma prossimo al 2%”, potrebbe essere costretta ad una ritirata prematura.

Andamento dei tassi in Eurozona.
Fonte: global-rates.com

È quanto accadde durante l’era Trichet alla guida della massima istituzione monetaria dell’Eurozona. Era il luglio del 2008, di lì a due mesi sarebbe scoppiata una delle più gravi crisi finanziarie della storia; Jean-Claude Trichet, preoccupato per l’aumento del prezzo del petrolio e dei generi alimentari, pensò di calmierarli attraverso un rialzo dei tassi, una decisione intempestiva che mise in ginocchio l’economia dell’area euro e che lo costrinse ad una repentina marcia indietro per evitare la catastrofe. Una situazione che si ripeté anche nel 2011 e che contribuì ad acuire la “Crisi del debito”.

Per impedire il ripetersi di tali nocivi automatismi, sarebbe a mio avviso necessario rivedere la Strategy Review dell’Istituzione, provando ad emulare quanto prodotto dal suo omologo alla guida della Fed, Jerome Powell, il quale ha aperto alla possibilità che il tasso di inflazione possa giungere ad un livello “moderatamente superiore al 2%”. Christine Lagarde, all’inizio del suo mandato, aveva lasciato intendere passi in questa direzione, passi che però non sono ancora stati fatti.

Questo non è il tempo dei dogmi e del rigore, occorre discrezionalità nelle scelte e autorevolezza nel farle digerire ai critici, i falchi sono sempre dietro l’angolo.

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