Jerome Powell, Presidente della Federal Reserve.
Jerome Powell, Presidente della Federal Reserve.

Un tasso di inflazione superiore al 2% non è più un tabù.

In estrema sintesi è quanto ha dichiarato ieri Jerome Powell, Presidente della Federal Reserve, durante il suo discorso nel tradizionale appuntamento di Jackson Hole, l’incontro che annualmente si tiene a fine estate tra i maggiori banchieri centrali del mondo, svoltosi stavolta, eccezionalmente, causa pandemia, in videoconferenza.

“Un aggiornamento robusto”, così l’ha definito Powell, secondo il quale, il forte aumento del tasso di disoccupazione causato dal lockdown dovrà, con ogni probabilità, essere combattuto con una maggiore permissività sul fronte inflazionistico, con un cambiamento oserei dire epocale della strategia sul tasso target: da “prossimo ma al di sotto del 2%”, livello caro pressoché a tutti i banchieri del mondo, ad un più coraggioso “moderatamente superiore al 2%”.

Sebbene non vi sia un obiettivo circoscritto sul tasso di disoccupazione che si intende realizzare, né a livello generale, né per determinati gruppi demografici, questo cambio di strategia mira a riacciuffare quella che, prima dell’arrivo della pandemia, era stata la più lunga espansione economica della storia americana.

La sua adozione è stata probabilmente resa più agevole anche dal fatto che sono ormai anni che si discute sul fatto che il rapporto di casualità inversa tra tasso di disoccupazione e di inflazione abbia ancora una qualche valenza empirica – ne avevo in passato discusso in questo articolo “Nesso tra inflazione e disoccupazione: ancora esistente?” – dato che le ingenti politiche monetarie espansive messe in atto in questi anni dalla Federal Reserve hanno costantemente faticato nel raggiungere il target del 2% fissato ufficialmente nel 2012, attestandosi in media su un modesto 1.4%, esperienza per altro condivisa con gran parte delle banche centrali del mondo, su tutte Banca Centrale Europea e Bank of Japan.

Questo cambiamento di strategia, rispetto a quanto ipotizzato dagli osservatori, avviene in netto anticipo rispetto alle previsioni, dato che tendenzialmente la Fed, nell’anno che coincide con le elezioni presidenziali, tende a mantenersi neutrale, a riprova di quanto il tasso di disoccupazione, balzato in pochi mesi dall’essere il più basso della storia statunitense (intorno al 3.5%) a schizzare oltre la soglia del 10%, desti preoccupazione.

Sarà ora curioso osservare come si muoverà la BCE, storicamente più rigida dell’omologa statunitense: a differenza della Fed, infatti, la stabilità dei prezzi è, per statuto, l’obiettivo principale, oserei dire l’unico, a cui Francoforte mira, figlio di un monetarismo ortodosso che ha forse fatto il suo tempo.

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