Grafico raffigurante la curva di Phillips

Come evidenziato da questo grafico tratto dall’Economist, a differenza che in passato, il rapporto di casualità inversa tra tasso di inflazione e tasso di disoccupazione sembra stia venendo a mancare.

Uno dei temi ricorrenti nei dibattiti di politica monetaria è senza dubbio il tasso di inflazione obiettivo che, per la dottrina economica dominante, deve essere fissato ad un valore prossimo al 2%, in quanto esso rappresenterebbe un segnale dello stato di buona salute di un Paese.

Una moderata inflazione, infatti, funge da lubrificante per gli ingranaggi del sistema economico: favorisce i consumi, quindi l’occupazione e la produzione, instaurando, dunque, quello che potremmo definire il circolo virtuoso dell’economia. Inoltre, un moderato tasso di inflazione produce effetti positivi anche nei Paesi con elevati stock di debito, in quanto ne provoca “silenziosamente” l’erosione.

Tale assioma deriva da uno dei capisaldi della macroeconomia moderna, quello della curva di Phillips, secondo la quale – nella sua versione di base – esisterebbe un rapporto di casualità inversa tra tasso di disoccupazione e tasso di inflazione.

Nello specifico, il mantenimento di un tasso di inflazione stabile sarebbe auspicabile in quanto esso sortirebbe i seguenti benefici:

  • Un miglioramento del grado di trasparenza dei prezzi relativi che, in un contesto di agenti razionali, costituisce una delle variabili maggiormente rilevanti per un’efficiente allocazione delle risorse e, in generale, nella scelta tra consumare ed investire.
  • La necessità di non integrare nel tasso di rendimento di un’attività un premio di rischio legato all’inflazione.
  • Evitare di “sprecare” risorse per coprirsi dal rischio di inflazione, liberandole così per fini produttivi.
  • L’assenza di pressioni inflazionistiche impedisce il fenomeno di redistribuzione del reddito tra percettori di redditi fissi verso quelli indicizzati, contribuendo ad una maggiore coesione sociale e stabilità politica.




 

Le difficoltà incontrate dai banchieri centrali nel perseguimento di tale target, nonostante le copiose politiche monetarie espansive di questi anni, quanto negli USA, tanto in Eurozona, senza dimenticare quelle ultradecennali in Giappone, hanno cominciato però a sollevare più di qualche perplessità sulla tuttora esistenza di tale nesso di casualità.

Cosa sta accadendo?

Alcuni economisti sostengono che il crescente incremento della competizione sui mercati internazionali, logica conseguenza della globalizzazione, ha reso complicato per le aziende l’innalzamento dei prezzi o per i lavoratori dare attuazione alle richieste di aumenti salariali.

Altri invece sostengono che le banche centrali siano diventate maggiormente credibili nel perseguimento dei propri obiettivi di inflazione, rendendo così i prezzi meno sensibili al ciclo economico.

Infine, un altro spunto ci viene fornito dalla Federal Reserve di Philadelphia, la quale, in un recente paper, sostiene che i modelli incentrati sull’inflazione che includono tra le variabili il tasso di disoccupazione, non diano risultati migliori di quelli che la omettono.

Ciò nonostante, la maggioranza continua a restarvi fedele, in attesa che la dottrina riesca a far luce sulla questione.

 

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