Jerome Powell, Presidente della Federal Reserve.

Dopo la riunione del board della BCE tenutasi la scorsa settimana, ieri è stato il turno della Federal Reserve statunitense.

Poche le novità emerse, anzi, direi una: l’annuncio che il massiccio programma di QE da 120 miliardi di dollari mensili perdurerà fino a quando non ci saranno “ulteriori progressi sostanziali” sul fronte occupazionale e inflazionistico, rispetto al precedente e più vago impegno di continuare ad acquistare “nei prossimi mesi”.

Jerome Powell, Presidente della Fed, ha definito questa modifica nel linguaggio come “potente”, un’ulteriore conferma sul fatto che la massima autorità di politica monetaria statunitense è pronta a fare tutto quanto le è concesso per sostenere la ripresa.

Una conferma che però ha in parte deluso gli investitori, i quali avrebbero preferito una modifica nella composizione degli acquisti e uno spostamento sì più in là delle scadenze ma più puntuale, in quest’ultimo caso, come annunciato da Christine Lagarde la scorsa settimana.

Resta invariato il tasso di riferimento nell’intervallo 0-0.25% – ricordiamo che, a differenza della BCE, la Fed non usa un valore puntuale ma un intervallo – il quale dovrebbe restare invariato almeno fino al 2023, anno in cui, secondo le stime, dovrebbe essere raggiunto il livello di piena occupazione e l’inflazione spingersi sino al nuovo livello target, ossia “superare moderatamente il 2% per qualche tempo”. Anche in questo caso è bene ricordare che, a differenza della BCE, la quale ha come unico obiettivo il target inflazionistico, nello statuto della Fed esso è messo sullo stesso piano del tasso di disoccupazione.

Powell, com’è ormai prassi tra i banchieri centrali, ha poi sottolineato la necessità di una politica fiscale più espansiva, a suo modo di vedere, la modalità più efficace per sostenere l’economia in questa complicata fase storica, salutando con ottimismo il nuovo pacchetto di stimoli da 900 miliardi di dollari discusso in queste settimane dal Congresso ed in via di definizione.

Infine, uno sguardo alle proiezioni trimestrali che, complice le buone notizie sul fronte vaccino, fanno registrare un leggero miglioramento rispetto a settembre:

  • PIL: -2.4% per il 2020 (precedente stima: -3.7%) e +4.2% per il 2021.
  • Tasso di disoccupazione nel quarto trimestre: 5% (precedente stima: 5.5%) e 4.2% per il 2021.
  • Inflazione PCE (personal consumption expenditures price index): 1.8% nel 2021 (precedente stima: 1.7%) e 1.9% per il 2022.

Tirando le somme, la politica monetaria, seppur abbia deciso di lasciare un po’ il passo a quella fiscale, dimostra di voler essere della partita nella dura lotta al coronavirus. Ciò nonostante, a differenza di quanto osservato con la BCE, la Fed continua a dimostrare minor visione, forse, date le difficoltà, sarebbe auspicabile da Powell una maggior chiarezza sulle sue future mosse.

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