Jerome Powell, Presidente della Federal Reserve statunitense.
Jerome Powell, Presidente della Federal Reserve statunitense.

Ieri mattina, prima dell’apertura a Wall Street, la Federal Reserve, con decisione unanime, ha annunciato a sorpresa ulteriori misure a sostegno dell’economia statunitense.

Mentre i contagi da coronavirus aumentano a livelli preoccupanti e, con essi, il numero delle vittime, gli osservatori cominciano a fare delle prime stime sugli effetti economici della pandemia: si parla di un tasso di disoccupazione che potrebbe raggiungere il 30% nel secondo trimestre, unito ad un crollo del PIL per l’economia statunitense che Morgan Stanley “vede” anch’esso nell’ordine di tale percentuale. Previsioni più pessimistiche parlano addirittura di un crollo del 50%.

Da qui la mossa di Jerome Powell di andare praticamente all-in, usando un gergo pokeristico, con provvedimenti che vanno oltre anche quelli per contrastare la crisi del 2008:

  • Il Quantitative Easing per 700 miliardi di dollari, annunciato meno di 10 giorni fa, si amplia, estendendosi ad ulteriori asset quali le agency commercial morgage backed security, ossia i titoli emessi da agenzie aventi come sottostante mutui residenziali e commerciali, e diventa illimitato.
  • Allargamento dei titoli in garanzia nelle operazioni di prestito fino a 300 miliardi di dollari. Le grandi aziende “Investment Grade”, ossia quelle con un rating non inferiore a BBB, potranno ottenere prestiti fino a 4 anni con differimenti di 6 mesi per il pagamento, sia della quota capitale, sia di quella interessi, a fronte di corporate bond emessi sul mercato primario o negoziati su quello secondario. La Fed inoltre accetterà a garanzia anche i titoli aventi come sottostante ABS (Asset-Backed Security), ossia quei prestiti tipicamente utilizzati per il credito a consumo (Student loans, auto e credit cards). Verranno inclusi anche i titoli emessi dagli enti locali (municipalities).
  • Anche le piccole e medie imprese potranno beneficiare di aiuti (Main Street Business Lending Program), ossia di prestiti che la Fed concede loro con garanzia sottostante del Tesoro, su cui però sarà necessario il via libera del Congresso.

Insomma, in attesa che la politica fiscale faccia la sua parte – il pacchetto di sostegno da trilioni di dollari studiato dal Congresso ha subito un rallentamento in quanto, secondo i democratici, non faceva abbastanza per la classe media – quella monetaria compie quasi un’invasione di campo, mettendo sul tavolo quasi tutti gli strumenti a sua disposizione.

Cosa manca?

Manca l’inclusione nel programma di acquisto di corporate bond, municipalities e degli Etf (exchange-traded fund), ossia di quei fondi di investimento che si pongono l’obiettivo di replicare l’indice (benchmark) a cui fanno riferimento. Per poter arrivare a ciò, sarà necessario un cambio dello statuto dell’Istituzione, anch’esso in discussione al Congresso in questi giorni.

Il bilancio della Fed, ora già a quota 4.660 miliardi di dollari, subirà dunque un notevole incremento nel corso di quest’anno, con quali effetti di lungo periodo sull’economia statunitense forse è meglio non approfondire, non in questo momento almeno, ora c’è da salvare il salvabile.

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