Christine Lagarde, Presidente della BCE.

Nel corso della precedente riunione del board, la Presidente della Banca Centrale Europea, Christine Lagarde, aveva preferito darsi ulteriori sei settimane per avere una visione più chiara dello stato dell’economia dell’Eurozona e, se necessario, attuare le idonee contromisure.

Decisione che allora avevamo definito saggia: gli effetti di una seconda ondata della pandemia da Covid-19 non erano ancora quantificabili, negli USA regnava ancora incertezza sull’esito delle elezioni presidenziali e non vi erano state sostanziali novità sul raggiungimento di un accordo su Brexit.

Quando ieri Christine Lagarde si è presentata in conferenza stampa per presentare le decisioni prese dal board il quadro era molto più chiaro.

Sul fronte pandemia, infatti, gli annunci sul buon esito delle sperimentazioni dei primi vaccini anti-Covid – nel Regno Unito ha già avuto inizio la campagna di vaccinazione – lasciano presagire una ripresa per il 2021, anche se l’ex Presidente del Fondo Monetario Internazionale, smorzando un po’ gli entusiasmi dei media, ritiene che l’immunità di gregge verrà raggiunta solo alla fine del prossimo anno, e che dunque un vero rimbalzo si avrà soltanto nel corso primo trimestre del 2022.

Sul fronte elezioni americane, la netta affermazione di Joe Biden ripristinerà lo storico rapporto di collaborazione tra Stati Uniti ed Europa, mettendo così fine alle minacce del predecessore Trump riguardo una guerra commerciale e valutaria con il Vecchio Continente, un bel sospiro di sollievo per l’Eurotower. Come recita il claim del neo Presidente eletto: “America is back”.

Resta invece ancora tutta da giocare la partita Brexit, a quattro anni e mezzo dallo storico referendum. Il 31 dicembre, data in cui scadrà il periodo di transizione, si avvicina inesorabile e la lunga sequela di incontri di questi mesi tra le parti non sembra aver portato a sostanziali passi avanti, l’ipotesi No-Deal si fa sempre più concreta.

Fatta questa lunga ma doverosa premessa, andiamo ad esaminare quanto deciso ieri.

La BCE ha aumentato di 500 miliardi di euro il suo piano di acquisti PEPP (Pandemic Emergency Purchase Programme), portandolo a 1,85 trilioni di euro, e prolungandolo di ulteriori nove mesi, quindi almeno fino a marzo 2022. Lagarde ha però tenuto a chiarire che gli acquisti potrebbero non essere realizzati per intero, tutto dipenderà dall’evolversi della pandemia; in altre parole, essi potrebbero essere meno generosi. Di positivo c’è invece che il reinvestimento delle obbligazioni acquistate attraverso il piano PEPP è stato esteso almeno fino alla fine del 2023.

A tal proposito, la BCE ha abbassato le sue previsioni di crescita ed inflazione sul medio periodo rispetto a soli tre mesi fa. Il PIL per il 2021 è visto ora a +3.9%, rispetto al precedente +5%, mentre il tasso di inflazione sarà dell’1.1% nel 2022, la precedente stima era dell’1.3%, e dell’1.4% nel 2023, lontanissimo dal target che, ricordiamolo, è fissato ad un livello inferiore ma prossimo al 2%.

Vi è inoltre una ricalibrazione riguardo la terza serie di operazioni mirate al rifinanziamento a più lungo termine del settore bancario allo scopo di erogare credito a imprese e famiglie (Tltro III“Targeted longer-term refinancing operations”), la quale concerne un’estensione di 12 mesi, fino a giugno 2022, periodo nel quale verranno applicate condizioni più favorevoli (le controparti potranno ottenere in prestito nell’ambito delle Tltro dal 50% al 55% del rispettivo stock di prestiti idonei) ma più selettive (il beneficio sarà riservato soltanto alle banche che raggiungono un nuovo obiettivo in termini di volume dei prestiti erogati).

Nessuna novità invece sul fronte Quantitative easing: il piano di acquisti di titoli del tesoro sul mercato secondario inaugurato dal suo predecessore, Mario Draghi, allo scopo di calmierare gli spread, continuerà al ritmo di 20 miliardi di euro al mese.

Invariati anche il tasso di riferimento, che resta allo 0%, e quelli sulle operazioni di rifinanziamento principali, allo 0,25% sulle operazioni di rifinanziamento marginale e a -0,50% sui depositi presso la banca centrale.

Tirando le somme, la sensazione è che la BCE abbia rinunciato ad affondare il colpo preferendo, almeno per il momento, una linea più attendista. Il 2020, come scrissi all’inizio di quest’anno, avrebbe dovuto sancire la riscossa della politica fiscale su quella monetaria; seppur la pandemia abbia un po’ mescolato le carte, la chiave di volta per uscire da questa crisi, chiaramente oltre all’implementazione degli efficaci programmi di vaccinazione, sarà data dal Next Generation EU, sul quale sembrano essere cadute le ultime resistenze di Ungheria e e Polonia, da esso dipenderà il futuro dell’Europa.

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