cambio euro-dollaro

La recente revisione della strategia di politica monetaria annunciata dalla Jerome Powell rischia di dare il via ad una guerra valutaria in una fase già di per sé assai complessa per l’economia mondiale, stretta nella morsa di una ripartenza post-pandemica più lenta del previsto e l’incubo riguardo l’avvento di una seconda ondata dei contagi.

La posizione più accomodante assunta infatti dalla Fed riguardo al target inflazionistico, allo scopo di recuperare posti di lavoro, contribuirà ad indebolire ulteriormente il dollaro, la cui tendenza al ribasso fatta registrare negli ultimi mesi era già stata elemento di speculazione da parte degli investitori.

Ciò non rende certo felici oltreoceano, con il capo economista della BCE, Philip Lane, apparso stizzito da questa situazione.

Un tasso di cambio superiore a $ 1.20 – il valore medio fatto registrare da quando la valuta unica venne introdotta nel 1999 – genera effetti disinflazionistici per l’area euro, poiché i beni esteri costano meno, una condizione spesso osservata con le produzioni importate dalla Cina, generando difficoltà nel portare il tasso di inflazione al livello target, ossia “inferiore ma prossimo al 2%“.

Come scritto in altre occasioni, le armi a disposizione della BCE per raggiungere il suo obiettivo di inflazione sono ormai spuntate: l’ingente programma di alleggerimento monetario (quantitative easing) e i tassi di interesse già abbondantemente negativi non hanno permesso all’inflazione di andare oltre lo 0.4%.

Tali dati rischiano di minare a priori qualsiasi tentativo di risposta di Christine Lagarde alla nuova strategia della Fed, non scordiamo infatti che anche l’ex Presidente del Fondo Monetario Internazionale aveva dichiarato la volontà entro la fine dell’anno di rivedere quella della BCE, chissà, a questo punto allineandola a quella di Powell.

L’accesso illimitato alla liquidità in dollari messo in piedi dalla Fed lo scorso marzo, di cui hanno beneficiato gran parte dei Paesi in via di sviluppo, oltre che gli stessi Stati Uniti, hanno costretto la BCE a misurarsi nel difficile compito di tenere a bada il valore della propria valuta.

La storia dimostra che è compito tutt’altro che semplice.

Bank of Japan, tra il gennaio del 1999 e l’aprile del 2000, spese quasi 80 miliardi di $ nel tentativo, fallito, di fermare l’apprezzamento della propria valuta rispetto al dollaro, l’ascesa dello yen si fermò solo quando cominciarono ad insinuarsi dei dubbi tra gli investitori circa lo stato di salute dell’economia nipponica. La stessa BCE, nel novembre del 2000, nel tentativo di risollevare l’euro, sceso a 82.30 centesimi di dollaro, diede il via a tre operazioni sul mercato monetario, le quali, a fatica, e probabilmente solo grazie ad una diminuzione sulle prospettive di crescita dell’economia statunitense, riportarono il cambio a 94 centesimi circa.

Insomma, con la Fed con maggiori frecce al proprio arco, il calo del biglietto verde non sembra al momento in discussione. A meno che le prospettive non cambino, pare che la BCE dovrà continuare ad accettare un euro forte.

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