Votata la Brexit. Il Regno Unito saluta l’UE.

Brexit. È stato un fulmine a ciel sereno: il Regno Unito è fuori dalla Unione Europea.

Ci eravamo tutti sbagliati, i sondaggisti – si parlava di un 52-48 per il “Remain” – i mercati – le borse ieri avevano fatto segnare un deciso rialzo – gli osservatori internazionali, tutti, me compreso, eravamo convinti che alla fine avrebbe prevalso il “No”, quello del “Remain”, ed invece, a prevalere è stato il “Sì”. A nulla sono bastati gli accorati appelli giunti da ogni parte del mondo – in alcuni casi, come da me sottolineato nel precedente articolo “Brexit, la resa dei conti”, anche forse troppo invadenti e magari deleteri – e non è bastata neppure l’uccisione di una deputata sostenitrice “No”, Jo Cox, vittima del populismo di questi tempi, che aveva fatto pensare ad una decisa virata delle intenzioni di voto da parte dell’opinione pubblica inglese.

Ha vinto il fronte del “Leave” con il 51.9% dei consensi, l’affluenza è stata alta, hanno infatti votato il 72% degli aventi diritto, nonostante le avverse condizioni meteo avessero sollevato qualche dubbio sulla partecipazione, ciò vuol dire che il popolo britannico non si è tirato indietro ed ha espresso in massa la propria preferenza sul futuro del Regno Unito.

Mi piace sottolineare questo aspetto perché, sarà pur vero che il meccanismo del referendum Oltremanica è scarsamente utilizzato – era soltanto la terza volta che veniva richiesto il parere dei cittadini – ma, a differenza di noi italiani, i sudditi di Sua Maestà hanno preferito partecipare anziché andarsene al mare.

Chiusa questa parentesi, volutamente polemica, ciò che ne esce da questo referendum è un Paese spaccato, sia da un punto di vista generazionale, sia da un punto di vista meramente geografico.




Dal punto di vista generazionale, i dati che abbiamo a disposizione ci dicono che la fascia dai 18 ai 25 anni ha votato prevalentemente per il “Sì”, circa il 70%, mentre la componente britannica più anziana ha visto un ampio successo del fronte del “No”. Questo dato sorprende perché, razionalmente, avrebbero dovuto essere proprio i giovani, quelli che più di tutti sono stati colpiti dalla Crisi, dall’alto tasso di disoccupazione, dalla paura del futuro, a voltare le spalle ad un organismo che pare non fare nulla per loro. Invece sono stati proprio quelli che grazie all’Europa hanno visto fiorire i propri diritti con la nascita del welfare state ad averle voltato le spalle. Singolare.

Si è detto che nelle fasce più in là con l’età si è avvertita una certa nostalgia di quello che fu l’Impero Britannico, è evidente che, nonostante l’UE abbia largamente legiferato sulla concorrenza, dando una forte spinta alla cessazione dei monopoli, esempio lampante, quello del trasporto aereo – adesso viaggiare costa pochissimo rispetto al passato – essi non l’abbiano sperimentato, il mondo sta cambiando, il suo baricentro si sta via via spostando verso Oriente, e l’aver votato per il “Leave” non farà altro che spostarlo ancor più lontano dal Regno Unito.

Anche dal punto di vista geografico, come dicevo, la spaccatura è stata importante: Londra, principale polo finanziario europeo – gli inglesi avrebbero dovuto tenerlo a mente quando parlavano di “Europa composta da finanziari e banchieri”, non fosse altro per l’apporto che questo settore dà nella composizione del loro PIL – la Scozia e l’Irlanda del Nord hanno visto prevalere il “Sì”, a differenza del resto di Inghilterra e del Galles. Questo apre scenari inquietanti per il Regno Unito: la Scozia che, con il referendum concernente la propria indipendenza da Sua Maestà di pochi mesi fa, andò vicina alla secessione, vorrebbe restare in Europa e la Brexit potrebbe innescarne un altro il cui risultato, ad oggi, sarebbe ben diverso. L’Irlanda del Nord, nel contempo, sembra adesso aspirare ad una riunificazione con l’Irlanda con il medesimo desiderio: restare in Europa.

Dunque, con la decisione di lasciare il continente, il Regno Unito rischia di perdere anche la propria integrità.

Mi preme poi evidenziare un passaggio che in pochi hanno sottolineato: questo referendum non è un ordine, bensì un mandato, un mandato nel quale il popolo chiede al Governo inglese di uscire dall’Unione Europea, esercitando l’articolo 50 del Trattato di Lisbona, che prevede la richiesta di uscita unilaterale di un Paese membro entro un periodo, prorogabile da parte del Consiglio, di due anni. Dunque, per assurdo, Cameron potrebbe anche rimangiarsi tutto e non fare alcunché, ipotesi, come detto assurda. Quello che però fu ancora più assurdo, anzi, la parola giusta è irresponsabile, fu la scelta di promettere questo referendum col solo scopo di riguadagnare consensi. Allora, il Premier inglese, anzi, ex, è di queste ore l’annuncio delle sue dimissioni, incalzato dalle opposizioni, giocò il jolly, jolly probabilmente sprecato dato che alla fine il divario non fu così risicato come previsto. Anche lì, dunque, ci fu un errore da parte dei sondaggisti, e questo fa sorridere dato che nel Regno Unito si scommette un po’ su tutto, dal colore del cappello della Regina, al nome del prossimo figlio di William e Kate, dovrebbero essere i maestri.




Quella decisione scellerata, egoistica, ha portato un Paese nell’incertezza, oltre che aver decretato la fine della carriera politica del Premier inglese; e non potrebbe essere altrimenti, dato che Cameron è passato dall’essere promotore del referendum, a sostenitore del “Remain”, una sconfitta su tutti i fronti.

Un’altra critica che mi sento di muovere a Cameron e al fronte del “Remain” attiene ai temi affrontati in campagna referendaria: si è scelto di combattere con le armi del fronte della “Brexit”, quelle del populismo, del terrore sulle conseguenze che questa scelta avrebbe portato; probabilmente, sarebbe stato più proficuo sottolineare i vantaggi che l’appartenenza ad un organismo sovranazionale europeo ha portato ai cittadini britannici, spesso dati come assodati, e non il risultato di un lungo percorso di convergenza. L’intromissione, poi, come già detto in precedenza, di quelli che gli euroscettici additano come i principali responsabili della Crisi che stiamo attraversando, il Fondo Monetario Internazionale, i massimi organismi europei, multinazionali e via discorrendo, hanno probabilmente sortito l’effetto opposto, esacerbando il clima di malessere, presente tanto nel Regno Unito, quanto in tutta l’Eurozona.

Un cosa è certa: l’Europa ha un pesante problema d’immagine da affrontare, un problema non nuovo ma a lungo trascurato, dato che tutte le volte in cui i cittadini europei sono stati chiamati in causa – la rivista Foreign Policy, ripresa da “Il Sole 24 Ore” di questa mattina, ha contato 40 consultazioni popolari su questioni internazionali dal 2000 ad oggi, negli anni ’90 erano state 10, negli anni ’80 soltanto 3, sintomo di un problema impellente – ricorderete il referendum sulla Costituzione Europea sottoposto in Francia ed Olanda, si è assistito a pesanti bocciature. In Europa c’è un deficit di democrazia, i cittadini, inoltre, spesso aizzati da politici nazionali miopi e senza scrupoli, la vedono come un male da estirpare, anziché una risorsa, l’unica probabilmente, in grado di rinvigorire le sorti del Vecchio Continente.

Quali conseguenze?

Nell’affrontare le conseguenze di questa scelta occorre fare un distinguo tra i risvolti politici e quelli economico-finanziari.

Cominciamo da quelli politici.

La Brexit ha dato linfa nuova ai partiti euroscettici le cui dichiarazioni dei loro principali esponenti non hanno tardato ad arrivare. In sintesi, tutti, dal Front National di Marine Le Pen a Matteo Salvini della Lega Nord, passando per il leader dell’estrema destra olandese Geert Wilders, hanno salutato con gioia la vittoria del “Sì”, auspicando un referendum analogo per ciascun Paese.

Non conosco le legislazioni degli altri Paesi, ma riguardo l’Italia fughiamo subito ogni dubbio: la nostra Costituzione, sia quella vigente, sia la proposta di riforma avanzata dal Governo su cui saremo chiamati ad esprimerci in Ottobre, vieta la possibilità di un referendum riguardo la ratifica di Trattati internazionali, dunque, salvo future ed ulteriori modifiche della Carta Costituzionale, il popolo italiano non può esprimersi su tali tematiche.

Riguardo i rischi che l’addio del Regno Unito possa dare il là ad una fuga dall’Unione, è difficile dirlo. Prima di tutto, non va dimenticato che i britannici hanno sempre goduto di un trattamento particolare, i cosiddetti Opt-out, principale dei quali quello di non aderire all’unione economica e monetaria. Ciò, capirete, comporterà una separazione dall’Unione sì complessa, ma ben più agevole di chi, invece, abbandonò la propria valuta per adottare l’euro. A mio modo di vedere, queste deroghe – tra l’altro, nel caso avesse vinto il fronte del “Remain”, avrebbero avuto ulteriori sviluppi dopo gli incontri che il Premier Cameron ebbe in Febbraio con i vertici europei – hanno rappresentato uno degli elementi di debolezza verso la creazione di un’Europa più coesa, dunque più forte e più pronta ad affrontare le nuove sfide di questo secolo. Quindi, da un punto di vista politico, l’esserci liberati del Regno Unito, seppur a malincuore, potrebbe avere anche qualche risvolto positivo sulla tenuta dell’Unione.

 

 


Inoltre, sarà interessante valutare le performance economiche del Regno Unito sul medio-lungo periodo: chi finora ha gridato nelle piazze sarà chiamato a governare, quello che, con le dovute proporzioni, spetta al Movimento 5 Stelle in Italia, ossia andare oltre il populismo dando seguito ai fatti e, non è il caso del movimento fondato da Grillo e Casaleggio che in queste ore sta dimostrando serietà non cavalcando l’onda della Brexit, ma non sono del tutto convinto che altri partiti additati di populismo, sia in Italia che altrove, siano così vogliosi di cimentarsi in questa attività, ma magari questa è soltanto una mia impressione.

In conclusione, i cittadini del Regno Unito hanno scelto di fare da cavia, ancora prima l’avevano fatto i greci, a cui Tsipras però negò questa possibilità, nel frattempo, il resto dei cittadini dell’Eurozona avrà la possibilità di toccare con mano gli effetti di una simile decisione in modo da formulare intenzioni di voto più chiare per i prossimi appuntamenti, ossia nel 2017 con le elezioni presidenziali in Francia ed Ungheria e quelle amministrative in Germania, Repubblica Ceca ed Olanda, fermo restando che le conseguenze, per le ragioni su espresse, in sintesi l’aver adottato l’euro, porteranno ad effetti ancor più cruenti.

Passiamo ora ai risvolti economico-finanziari.

Una premessa è d’obbligo. Gli economisti non hanno la palla di vetro, so che a volte vogliono farlo credere ma non è così. Viviamo in un mondo troppo interdipendente, le variabili sono così tante che è impossibile racchiudere tutto in un modello e avere una risposta. Forse è per questo che molti non se la sentono di andare al di là dell’utilizzo di toni catastrofistici.

Alcune cose però si possono dire senza troppe remore.

Il Regno Unito è probabilmente destinato al declino. Un’economia, soprattutto se pesantemente votata ai servizi, non può rinunciare ai benefici della più ampia area di libero scambio del mondo, non può farlo senza ripercussioni. La sterlina inglese si deprezzerà pesantemente, ha già perso circa il 10% del suo valore, tagliando sensibilmente il potere d’acquisto dei cittadini di Sua Maestà. Anche chi è emigrato lì, ammesso che possa restarci – credo di sì, questa e altre decisioni verranno prese successivamente, probabilmente si assisterà “soltanto” ad una creazione di quote per i nuovi ingressi – quando tornerà nell’area euro non si sentirà più così ricco. Altra conseguenza della svalutazione della sterlina, volendo proporre un esempio relativo al calcio, vedrà le squadre di calcio inglese, in questi anni regine del mercato grazie ai pesanti investimenti da parte soprattutto dei fondi arabi, meno ricche. Non credo ci saranno invece problemi per i nuovi ricchi contratti televisivi, le cui cifre vengono sempre quantificati in sterline, è plausibile siano stati negoziati in dollari, o comunque, presumo che le parti in causa si siano ben protette dal rischio Brexit. Per converso, i beni inglesi risulteranno per noi più convenientii, quando andremo in vacanza in Inghilterra, al netto di probabili problemi burocratici (Passaporto?), la vita ci sembrerà meno cara che in passato.

Londra, da principale polo finanziario europeo, dovrebbe via via perdere la propria centralità: è lecito ritenere che i tanti investimenti esteri, arabi, russi, cinesi – l’esempio sul calcio era per questo motivo – che hanno caratterizzato l’economia della capitale inglese e un po’ tutta l’Inghilterra in questi anni, potrebbero riversarsi altrove, magari verso Francoforte, oppure verso la vicina Irlanda, anche per ragioni linguistiche, già meta in questi anni di importanti investimenti diretti all’estero. Chissà.

Meno investimenti vuol dire meno lavoro, dunque più disoccupazione, dunque meno consumi, dunque recessione. Il solito circolo vizioso dell’economia.

Meno investimenti dall’estero vuol dire anche un peggioramento della bilancia commerciale, dunque svalutazione della sterlina, dunque inflazione, dunque maggior povertà. E Dio salvi la Regina dall’esplosione di una bolla immobiliare a Londra.

Chiaramente, l’incubo svalutazione potrebbe avere pesanti ripercussioni anche sulla tenuta dei conti pubblici inglesi, l’agenzia di rating Standard & Poor’s ha già fatto sapere che Londra rischia di perdere la tripla A.

Altra conseguenza, stavolta curiosa, l’ammetto, non ci avevo pensato, l’ho presa in prestito da Bloomberg, è quella relativa al vuoto legislativo in termini di accordi commerciali internazionali che scaturirà dall’addio all’Unione Europea: occorrerà un gran numero di avvocati per metterne su di nuovi. Certamente, poi, questo iniziale vuoto legislativo comporterà migliori margini di manovra per le piccole e medio imprese inglesi che, come avviene un po’ in tutta Eurozona, lamentavano dell’eccessiva burocrazia dell’Unione e, talvolta, l’altrettanto eccessiva, a loro dire, apertura alla concorrenza, che dava loro uno svantaggio nei confronti delle grandi multinazionali, a tutto vantaggio però di noi consumatori. È probabile anche qualche passo indietro dal punto di vista delle normative antinquinamento.

In questo momento, inoltre, come era lecito aspettarsi, stiamo assistendo, ad una corsa verso i beni rifugio: l’oro, per esempio, ha raggiunto il picco da due anni mentre si registrano acquisti di valute estere ritenute sicure, quali lo yen giapponese ed il franco svizzero.

Riguardo i rischi corsi dal resto del mondo, invece, oltre al pesante calo delle borse di quest’oggi e alla volatilità fatta registrare dagli spread in queste ore, è lecito ritenere che l’incertezza perdurerà fino a quando la separazione del Regno Unito non si concretizzerà. Si auspica che avvenga nel più breve tempo possibile, magari prima di Ottobre come paventato da Cameron.

La BCE, come del resto le altre banche centrali mondiali, già dispone di tutta una serie di misure introdotte e perfezionate in questi anni di Crisi, la cui messa in atto dovrebbe metterci abbastanza a riparo da ulteriori scossoni.

Per quanto riguarda la BCE, le riassumo di seguito:

  • Swap valutari: accordi di reciproca fornitura di liquidità tra le principali 6 Banche Centrali del mondo (BCE, FED, Bank of Japan, Bank of England, Bank of Canada e Banca Centrale Svizzera). Tale misura, già utilizzata a più riprese durante la crisi di Lehman Brothers e in quella del debito pubblico dell’Eurozona, è attivabile in qualsiasi momento.
  • TLTRO II (Targeted Long Term Refinancing Operation): si tratta di operazioni di rifinanziamento con scadenza a 4 anni in grado di fornire liquidità alle banche che ne facciano richiesta per un ammontare fino al 30% dei prestiti già in essere. Non si tratta di un’operazione d’emergenza – la prima tranche fu lanciata nel settembre del 2004 – il fatto che ne sia stata lanciata un’altra a pochi giorni della Brexit è solo una coincidenza. Ne seguiranno delle altre.
  • Quantitative easing: misura di politica monetaria non convenzionale concernente l’acquisto sul mercato secondario di titoli del debito pubblico dei Paesi dell’Eurozona, lanciata nel marzo del 2015 per un ammontare di 60 miliardi al mese e rafforzata pochi mesi fa portandola ad 80.
  • Piano OMT (Outright Monetary Targeting): misura anti spread concepita nell’estate del 2012, mai stata attivata, che attiene ad un piano di acquisti da parte della BCE di titoli di Stato di un Paese sotto attacco della speculazione causata da debito elevato o spread insostenibili che ne faccia espressamente richiesta, a patto di firmare un’intesa vincolante dal punto di vista delle riforme.

Relativamente al crollo delle borse, resta però una questione da affrontare: sicuramente avrete notato che la Borsa di Milano è stata la peggiore tra le borse europee (-12.5% circa). Purtroppo, non è un caso, c’è una ragione ben precisa, basta guardare i listini delle nostre banche per scoprirlo: tutti estremamente negativi con perdite nell’ordine del 20%.

Il tallone d’Achille delle banche italiane risiede negli Npl (Non performing loans), ossia quei finanziamenti in sofferenza per un ammontare di circa 200 miliardi di euro che le banche hanno erogato in passato ad imprese e famiglie e che, in virtù della Crisi, sono finiti per diventare inesigibili. Ne ho discusso nell’articolo sul Fondo Atlante, fondo nato per cercare di superare questa impasse.

Per quanto vogliano farci credere il contrario, l’Italia, anche in virtù dell’altissimo debito pubblico, resta particolarmente esposto alle vorticosità del mercato, un osservato speciale, è bene tenerlo a mente.

Affinché le misure messe in atto dalle istituzioni possano sortire gli effetti sperati, è necessario recuperare la fiducia, l’economia non è una scienza esatta, aspettative positive sono cruciali e ben più efficaci di qualsiasi strumento di politica monetaria, sono convinto che anche stavolta l’Europa ce la farà e ne uscirà più forte e coesa di prima, sarebbe però auspicabile, per una volta, che la politica smettesse di porla sempre sull’orlo del precipizio.

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