Shinzo Abe, Primo Ministro giapponese.

Comincia una nuova era per il Giappone e, forse, per la politica economica del mondo intero.

Shinzo Abe, il Primo Ministro giapponese, ha infatti annunciato nuove misure di stimolo alla crescita economica per un ammontare di 26 trilioni di yen,

circa 239 miliardi di dollari, spalmati nei prossimi 15 mesi e così ripartiti:

  • 13.2 miliardi di yen in misure fiscali.
  • 7.6 miliardi di yen in spesa pubblica a livello centrale.
  • 9.4 miliardi di yen in spesa pubblica a livello locale.

Una politica fiscale espansiva così ingente, resasi necessaria dal crollo delle esportazioni, dalle catastrofi naturali abbattutesi sul Sol Levante negli ultimi mesi e dall’aumento dell’IVA, passata in ottobre dall’8 al 10%, che ha sensibilmente depresso i consumi (-10%), porrà l’accento sugli investimenti in infrastrutture, su cui il Giappone stava già pesantemente lavorando in vista delle Olimpiadi di Tokyo 2020.

Secondo le stime del Governo ciò produrrà una crescita di 1.4 punti percentuali, più prudenti invece quelle degli osservatori, che si attestano nell’intervallo +0.6/+1%, ritenendo che il budget fissato difficilmente riuscirà ad essere speso in tempi così brevi, sia per carenza di manodopera, sia per, come detto, la già solida domanda nel settore edilizio.

La sensazione dunque è che Bank of Japan, le cui politiche monetarie ultraespansive hanno ispirato mezzo mondo, abbia deciso di mettersi da parte e lasciare che la politica fiscale, demonizzata un po’ ovunque in questi anni di austerity, riacquisti un ruolo di primo piano nella determinazione della politica economica del Paese. Del resto, ne aveva fatto un accenno anche Mario Draghi nel corso del suo ultimo discorso da Presidente della Banca Centrale Europea, secondo il quale il coinvolgimento di Governi responsabili è indispensabile per la riuscita di una qualunque strategia di politica economica.

Per la verità si tratta di una scelta quasi obbligata per BoJ, all’istituzione presieduta da Haruhiko Kuroda, infatti, restano ben pochi margini di manovra – i tassi sono già su territorio negativo – e il rischio incombente di una nuova crisi, secondo molti osservatori già nel 2020, non gli darà il tempo di ricaricare bazooka, situazione nella quale per altro si ritroverà, nel caso, sia Christine Lagarde, neo Presidente della BCE, sia, in parte, Jerome Powell, costretto a stoppare il piano di normalizzazione del bilancio della Fed cominciato dal suo predecessore, Janet Yellen.

Siamo dunque di fronte ad una svolta attendista da parte BoJ che negli anni ha già accumulato risorse per un valore superiore alle dimensioni dell’intera economia giapponese, nel tentativo, non troppo riuscito, di sostenere crescita e inflazione e che, solo nel caso dello scoppio di una guerra commerciale USA-Cina, potrebbe pensare di utilizzare le ultime munizioni rimaste in proprio possesso.

Il virare verso politiche fiscali espansive apre però un pesante interrogativo circa la sostenibilità dei debiti pubblici, pesantemente gonfiati dalla Crisi di questo decennio, a maggior ragione di quello giapponese che viaggia a quota 250% rispetto al PIL, di gran lunga il più elevato del mondo.

Un breve excursus.

Il debito pubblico giapponese cominciò a lievitare nei primi anni ’90 quando, dopo lo scoppio dell’enorme bolla immobiliare, l’economia scivolò in uno scenario di bassa crescita/deflazione. Seguirono frustranti tentativi di rilanciare la crescita, con deficit di bilancio in media del 5% annuo, col risultato, in 20 anni, di veder esplodere il rapporto debito/PIL dal 60% al, come detto, 250%.

Da qui il tentativo di intraprendere una nuova strada, quella del quantitative easing.

Eppure i mercati, diversamente da quanto osservato altrove, hanno sempre mostrato un’incrollabile fiducia nella capacità dell’economia giapponese di onorare il proprio debito. Nonostante, infatti, 30 anni di bassa crescita e un preoccupante invecchiamento della popolazione, essi continuano a ritenere lo yen giapponese come una “valuta rifugio”: quando cresce l’avversione al rischio, lo yen si apprezza.

Il “segreto” sta nella collaborazione tra Governo e Banca Centrale: quando il primo emette obbligazioni, la seconda e gli altri investitori istituzionali le acquistano a prescindere dal rendimento offerto e ciò permette al Paese di rifinanziarsi a tassi agevolati (12.6%), che non minano la sostenibilità delle finanze pubbliche. Il debito è infatti detenuto all’88% da istituzioni pubbliche o semi-pubbliche (banche, fondi pensione ed assicurazioni) che raramente rivendono sul mercato secondario – gli scambi di titoli giapponesi sono relativamente scarsi – i prezzi dunque estremamente stabili e quindi poco inclini alla speculazione finanziaria. Il Governo inoltre detiene per sé una larga quota di attività finanziarie (buoni del tesoro degli Stati Uniti, riserve in valuta estera) che in parte compensano il debito in crescita.

La scarsa propensione al consumo – come detto in apertura, è bastato un aumento dell’IVA di due punti percentuali per frenarli – e agli investimenti del settore privato, principalmente a causa delle dinamiche demografiche, hanno ridotto l’efficacia dello stimolo monetario, in gergo, nonostante si sia portato il cavallo all’abbeveratoio, egli ha continuato a rifiutarsi di bere.

Il paradosso è che ciò porta anche dei vantaggi a BoJ e all’economia del Sol Levante, in quanto permette all’istituzione monetaria di detenere debito pubblico per lunghi periodi senza generare grossi scossoni nell’economia reale.

Detto di un mercato interno praticamente fermo, il Giappone continua però ad essere il primo creditore netto mondiale (328.000 miliardi di Yen), in surplus commerciale e delle partite correnti, sia in virtù della bontà di per sé delle produzioni giapponesi, sia del debole yen che le rende particolarmente concorrenziali sui mercati internazionali, mentre il tasso netto di risparmio si mantiene su livelli elevati, ancora, paradossalmente, a causa di una popolazione anziana, la più anziana del mondo.

Fin quando questo paradossale equilibrio permarrà, non sembrano esserci rischi di sostenibilità per il debito pubblico giapponese, le cui dinamiche vengono spesso sovrapposte dai sovranisti nostrani (e non) a quelle dell’Italia: spero sia chiaro che con il Giappone condividiamo per lo più gli aspetti negativi: l’enorme entità del debito e l’invecchiamento della popolazione.

Insomma, il Giappone, con questo deciso aumento della spesa pubblica, pare voler premunirsi contro il rallentamento dell’economia mondiale previsto per il 2020, sarebbe il caso che l’Italia, dando il via libera alla riforma del MES (Meccanismo Europeo di Stabilità), faccia altrettanto, tale strumento, per quanto perfettibile, alla luce di una nuova crisi finanziaria, potrebbe essere vitale per la tenuta dell’Eurozona.

Sembra infatti ormai chiaro a tutti che la politica fiscale avrà un ruolo determinante nella prossima recessione.

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