Il MES (Meccanismo Europeo di Stabilità), anche conosciuto sotto l’acronimo di ESM (European Stability Mechanism) è un’istituzione europea nata nel settembre del 2012 allo scopo di aiutare i Paesi membri dell’area euro in difficoltà economica.

Esso riordina e dunque supera, i fondi EFSF (European Financial Stability Facility) e EFSM (European Financial Stabilisation Mechanism), creati in fretta e furia per mettere un freno al contagio derivante dalla crisi greca del 2010 che mise a rischio la tenuta dell’intera area euro.

Il principio di base è il seguente: creare un fondo unico finanziato quota parte da ciascun Paese membro, in ragione del proprio peso economico, dal quale attingere in caso di necessità, evitando così che le difficoltà di uno stato membro possano avere ripercussioni sugli altri.

Tale fondo vale 80.5 miliardi di euro, a cui l’Italia, detenendone una quota del 17.7%, partecipa per 14.3 miliardi. L’ente, inoltre, se necessario, può emettere bond per raccogliere sul mercato ulteriori risorse, queste garantite pro-quota da ciascun membro, fino a 705 miliardi, l’“aggravio” per il nostro Paese sarebbe dunque di 125 miliardi di euro.

Il Paese aiutato dal MES, se rispetta determinate condizioni, può inoltre ricevere un ulteriore aiuto, questo pressoché illimitato, da parte della BCE attraverso le OMT (Outright monetary transactions), lanciate nel 2012 da Draghi nel famoso discorso di Londra del Whatever it takes, che consistono nell’acquisto diretto di titoli di stato a breve termine emessi dal Paese in difficoltà macroeconomica conclamata, impedendo così che le forti tensioni sui mercati possano portare un eccessivo innalzamento dei tassi di interesse, l’impossibilità di banche e imprese di finanziarsi a condizioni sostenibili, dunque l’accelerazione di una spirale recessiva e il conseguente rischio default.

Si tratterebbe insomma dei primi tentativi per rendere l’Eurozona più unita e solidale sotto il profilo economico, in termini più tecnici, un parziale ripristino del ruolo storico di “Prestatore di ultima istanza” della Banca Centrale, parziale in quanto, nell’accezione più propria del termine, esso presupporrebbe un aiuto incondizionato.

In questo caso invece l’aiuto non è “gratis. Dato che ci troviamo di fronte ad un’unione tra Paesi, ciò si rende necessario affinché vengano scongiurati da parte degli Stati membri comportamenti definiti in economia di “moral hazard”, del tipo “Faccio ciò che mi pare, tanto c’è il fondo finanziato da tutti a salvarmi”: il Paese coinvolto, per ottenere assistenza, deve sottostare ad un preciso piano di riforme, il cosiddetto “Memorandum of Understanding”, sotto l’egida della Troika, un comitato composto da Commissione Europea, Banca Centrale Europea e Fondo Monetario Internazionale.

Tale piano prevede misure complesse, spesso impopolari, che coinvolgono il consolidamento fiscale, dunque una riduzione dei costi e un aumento dell’efficienza della Pubblica Amministrazione, riforme strutturali in settori chiave come quello pensionistico, che nei Paesi Occidentali, in virtù dell’invecchiamento della popolazione, risulta particolarmente esoso e, in generale, privatizzazioni e liberalizzazioni capaci di accrescere la competitività e la creazione di nuovi posti di lavoro. Tutto ciò, almeno nel breve periodo, conduce ad un prevedibile inasprimento dei rapporti tra i cittadini del Paese coinvolto e le istituzioni europee, con i primi che, aizzati dalla politica nazionale, sembrano dimenticare che tali provvedimenti non sono il frutto di un qualche astio o antipatia, ma la conseguenza di precedenti politiche miopi e scellerate, portate avanti dagli stessi aizzatori, mirate alla creazione del consenso più che al benessere della collettività.

Finora ad aver usufruito del MES sono stati Grecia, Cipro, Portogallo e Irlanda, per quanto concerne la possibilità di ottenere prestiti, e la Spagna per quanto riguarda la ricapitalizzazione indiretta delle banche, con risultati che, al netto di qualche errore figlio della natura emergenziale dei provvedimenti, del fatto che – spesso lo dimentichiamo – l’Eurozona, così come concepita, non ha precedenti nella storia, dunque non si possono prendere lezioni dal passato, e al di là del terrorismo a mezzo stampa della prima ora, sono stati senz’altro positivi, al punto da farmi pensare che una risoluzione simile avrebbe probabilmente giovato anche al nostro Paese, ormai inghiottito dalle sabbie del populismo e della politica da stadio che impedisce qualsiasi piano di riforme serio e lungimirante.

La riforma del MES, di cui si discute in queste settimane, ne è un chiaro esempio.

Cominciamo col dire che essa non sarà mai esattamente come noi italiani la vorremmo ma, com’è giusto che sia, il frutto di una lunga e laboriosa discussione tra tutti gli Stati membri e le rispettive esigenze.

I negoziati fra Governi non sono pubblici, non lo sono mai stati, ciò non significa che nelle segrete stanze di Bruxelles Francia e Germania tramino contro l’Italia come qualche nostro aizzatore di folle vorrebbe farci credere, dal 4 dicembre 2018, sul sito del Consiglio dell’Unione Europea, è possibile consultare un documento che illustra nel dettaglio quanto sarebbe poi stato concordato nei successivi sei mesi, chi ricopre o ha ricoperto importanti cariche di Governo dovrebbe saperlo. E le risoluzioni presentate al Premier Conte da Lega e Movimento 5 Stelle, allora entrambi partiti di Governo, lo scorso 19 giugno in occasione del suo discorso alla Camera sulla bozza dell’accordo sulla riforma del MES, in sintesi evitare meccanismi di ristrutturazione automatica del debito, sono state rispettate, tale modifica infatti, sostenuta in primis da Germania e Olanda, non è passata. Dunque, ancora, nonostante questo Premier Dott. Jekyll e Mr Hyde non goda della mia simpatia, è scorretto definirlo “Traditore della Patria”, figuriamoci da chi l’ha sostenuto per 14 mesi alla guida dell’Esecutivo.

Chi definisce poi i tecnici “professoroni” dovrebbe smetterla di riempirsi la bocca di “numeroni”, l’Italia non rischia perdite per 125 miliardi di euro: com’è configurato l’accordo l’ho spiegato in precedenza, senza contare che il MES non ha mai subìto perdite, al momento solo un rinvio dei rimborsi accordato alla Grecia. 

Spogliati dalla solita odiosa propaganda di chi dice di difendere gli italiani eppoi incontra in segreto Russia e Cina, concentriamoci su quanto prevede la bozza di riforma, concentrandoci sui 3 capisaldi che la costituiscono.

1. Innanzitutto, i Paesi maggiormente indebitati, tra cui l’Italia, avrebbero voluto che le linee di credito del MES, PCCL (Precautionary Conditioned Credit Line)* e ECCL (Enhanced Conditions Credit Line)** fossero concesse senza la sottoscrizione del cosiddetto Memorandumdi riforme impopolari, modifica accolta soltanto per la prima ma a patto che il Paese richiedente rispetti i famosi parametri di Maastricht, ipotesi che la renderebbe, almeno per il nostro Paese, vana, dato che siamo tra i 10 dei 19 membri dell’Eurozona a non rispettarli. Con la riforma, dunque, al fine di accedere alla PCCL, tali criteri dovrebbero essere rispettati ex ante, scelta che desta qualche perplessità, in fondo restringere le possibilità di accesso ad una linea di credito soltanto a chi ha un un rapporto debito/PIL sotto al 60% ed un rapporto deficit/PIL sotto al 3% è come dare da bere a chi non ha sete.

2. Nella trattativa concernente la creazione di un fondo di risoluzione unico finanziato dalle banche per aiutare gli istituti in difficoltà, anche detto “backstop”, invece, l’Italia ha ottenuto un buon risultato: Il MES potrà finanziarlo fino a 55 miliardi, rendendo di fatto le banche dei Paesi periferici dell’Eurozona più sicure.

3. Infine, e questa modifica sorride ai “falchi” del Nord Europa, la riforma prova a rendere la ristrutturazione dei debiti pubblici più agevole per i Paesi che chiedono l’assistenza del MES, in quanto servirà la “maggioranza singola” dei creditori privati del Paese coinvolto per ottenere una ristrutturazione del debito, non, come avviene adesso, della maggioranza di ogni sottocategoria dei creditori, ossia per diverse scadenze, interessi e quant’altro. Ciò sarebbe ottenibile attraverso l’emissione di particolari titoli di stati definiti “single limb CAC”. Questo, a primo acchito, potrebbe sembrare una buona notizia ma di fatto non lo è dato che questa eventualità dovrebbe comportare un premio per il rischio percepito più elevato, dunque interessi più alti. E’ importante sottolineare però che per la richiesta di ristrutturazione del debito è necessario l’85% dei voti, l’Italia, dunque, detenendo oltre il 17% del fondo, avrebbe comunque diritto di veto sulla decisione.

In chiusura vi ricordo che la proposta di riforma del MES, per concretizzarsi, necessita dell’approvazione unanime di tutti i Paesi membri dell’Eurozona e la ratifica dei rispettivi Parlamenti, sarebbe quindi il caso che chi tra i nostri politici nutre dubbi su di esso impieghi il proprio tempo nello studio delle carte anziché alle dirette Facebook.

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*Precautionary Conditioned Credit Line (PCCL)

Un tipo di linea di credito di assistenza finanziaria precauzionale disponibile per i Paesi dell’area dell’euro la cui situazione economica e finanziaria è fondamentalmente solida. Per ricevere tale linea di credito, i Paesi devono soddisfare i criteri relativi alla sostenibilità del loro debito pubblico e impegnarsi nel patto di stabilità e crescita (SGP) e nella procedura per i disavanzi eccessivi (PEI). Devono avere un track record di accesso ai mercati dei capitali a condizioni ragionevoli, una posizione verso l’estero sostenibile e l’assenza di problemi di solvibilità bancaria che costituirebbero minacce sistemiche alla stabilità del sistema bancario dell’area dell’euro.

**Enhanced Conditions Credit Line (ECCL)

Una linea di credito aperta a tutti i Paesi dell’area dell’euro la cui situazione economica e finanziaria generale rimane solida ma che non soddisfano alcuni dei criteri di ammissibilità per l’accesso a una linea di credito condizionata precauzionale (PCCL). Il Paese sarà obbligato ad adottare misure correttive volte ad affrontare tali punti deboli ed evitare eventuali difficoltà future per quanto riguarda l’accesso al finanziamento del mercato.