Taglio dei tassi, siamo proprio sicuri?

da | Apr 27, 2024 | Politica economica

Jerome Powell, Presidente della Federal Reserve.

Il 2024 avrebbe dovuto sancire la normalizzazione della politica monetaria mondiale.

La rincorsa sfrenata per riportare il tasso di inflazione nei rispettivi livelli target, dopo che per mesi la gran parte degli addetti ai lavori, a cominciare dai banchieri centrali, erano rimasti impassibili alla crescita generale del livello dei prezzi osservata nel post Covid, etichettandola come “transitoria”, avrebbe dovuto infatti subire un arresto: Federal Reserve e BCE erano ormai pronte a tagliare più volte i tassi nel corso dell’anno pur di dare nuovo slancio alla ripresa, diradando così le nubi di una recessione imminente.

Questo, almeno, era nelle previsioni degli analisti, le quali, anche per quest’anno, si avviano ad essere del tutto fallaci, tanto che c’è da chiedersi se, più che previsioni, ci si trovi ormai di fronte a “Wishful thinking.

La verità, infatti, è che tagli finora non ce ne sono stati e, stando alle ultime dichiarazioni di Jerome Powell, chairman della Fed, le probabilità che ce ne siano entro l’anno cominciano ad affievolirsi.

A mio avviso ciò che proprio non va è quel “Siamo dipendenti dai dati”, una frase pronunciata in maniera quasi ossessiva dai banchieri centrali, in particolare da Christine Lagarde, Presidente della BCE, e che denota una certa inconsistenza: chi presiede un’istituzione di politica monetaria ha il compito, anzi, il dovere oserei dire, di incidere sui dati, non lasciarsi trasportare da essi. È ciò che tecnicamente viene definita forward guidance, ne ho già fatto cenno in precedenti articoli.

A parziale loro discolpa va però aggiunto un aspetto tutt’altro che secondario, quello di scontrarsi con una politica fiscale agli antipodi: come si fa a tenere a bada l’inflazione se, come nel caso degli Stati Uniti, il rapporto deficit/PIL viaggia al 7%? E, secondo l’ultimo Fiscal Monitor pubblicato dal Fondo Monetario Internazionale, esso non dovrebbe mai scendere sotto il 6% negli anni a venire.

Mario Draghi, da Presidente della BCE, lo ribadì più volte: affinché la politica monetaria dia i suoi frutti, è necessario un coordinamento con quella fiscale, in altre parole, basta mancette elettorali, si facciano le riforme, si remi tutti nella stessa direzione. Chissà a quanti politici italiani saranno fischiate le orecchie…

Con il Governo americano che continua ad indebitarsi e dunque a stimolare (drogare) la crescita – +2.5% nel 2023 e +2.1% stimata per l’anno in corso – più che un taglio dei tassi, ci sarebbe da attendersi un’ulteriore stretta. E ciò avrebbe un impatto dirompente sull’economia mondiale, soprattutto sugli emergenti, i quali da tempo aspettano uno o più tagli dalla Fed per ridare slancio alle rispettive economie, con le banche centrali locali costrette a loro volta a politiche monetarie restrittive per non importare inflazione.

E la BCE, invece? Il primo taglio da 25 punti previsto a giugno ci sarà? Sembrerebbe proprio di sì.

L’inflazione in Eurozona sembra ormai sotto controllo, molto più che oltreoceano. Inoltre, la crescita economica, a cominciare da quella tedesca, da tempo alle prese con un complesso ripensamento della propria politica industriale, è tutt’altro che esaltante. Una politica monetaria più accomodante darebbe sicuramente respiro al continente, senza contare che, con le elezioni europee alle porte, assesterebbe un bel colpo alle velleità dei partiti populisti e sovranisti, che da sempre costruiscono il proprio consenso su feroci e spesso pretestuose critiche a Bruxelles e Francoforte. Ora, lungi da me asserire che le decisioni prese a Francoforte tengano conto anche dei proclami e delle scempiaggini dei vari Conte, Salvini e rispettivi omologhi sparsi in giro per il continente, ma se serve per avere un’Europa finalmente più coesa sui grandi temi, da politiche di bilancio che tengano conto del benedetto vincolo intertemporale, piani di investimento orientati al futuro e, non ultimo, un supporto più deciso alla resistenza ucraina, ben venga.

Detto ciò, come nel caso degli emergenti, non sono da trascurare gli effetti che un dollaro più forte avrebbe sulla manifattura europea, dato che, come sarà noto, il prezzo delle materie prime, a cominciare dagli energetici, è espresso nella valuta statunitense. Il rischio è che anche l’Europa finisca per importare inflazione e, dunque, dover interrompere a sua volta il ciclo dei tagli.

L’altra frase che Lagarde ha ultimamente ripetuto è “Non siamo dipendenti dalla Fed”, ma quel “meeting by meeting” di risposta a chi le chiedeva anticipazioni su futuri tagli lascia intuire che – ancora – oltre alla totale mancanza di forward guidance, un occhio a cosa decide Powell lo darà sempre; e non potrebbe essere altrimenti, viviamo in un mondo globalizzato. Solo Bank of Japan, che nella riunione di ieri ha mantenuto la propria politica monetaria accomodante, continua ad andare per la propria strada.

Poi, certo, se parlassero tutti un po’ meno, magari avrebbero meno dichiarazioni da rimangiarsi…

Hai trovato questo articolo interessante?

Prima di lasciarci, l’invito, come di consueto, è di mettere un like alla pagina Facebook di sostegno al blog o di iscriverti alla newsletter in modo da restare aggiornato sulle future pubblicazioni. Infine, ti consiglio di dare uno sguardo alla sezione del sito relativa alla mia attività di consulente finanziario.

Grazie per la lettura! 🙂

Svezia, Riksbank taglia i tassi.

Questa settimana Riksbank ha tagliato per la prima volta il livello dei tassi in otto anni, portandoli dal 4 al 3.75%, nel tentativo di dare respiro all’economia svedese, in affanno nell’ultimo periodo. Il generale inasprimento delle politiche monetarie delle maggiori...

Bank of Japan, fine di un’era.

Kazuo Ueda, Governatore di Bank of Japan. L'ultima riunione del board di Bank of Japan, conclusasi nella prima mattinata italiana e culminata con le dichiarazioni alla stampa del Governatore Kazuo Ueda, sancisce un passaggio storico per la massima autorità di politica...

Malesia, il ringgit in difficoltà attende notizie da Powell.

Il ringgit è in difficoltà. La valuta malese è ai minimi dai tempi della "crisi delle tigre asiatiche" della fine degli anni ’90. Nonostante l’impegno dichiarato da parte della banca centrale locale, la Bank Negara Malaysia, a vendere alcune delle riserve detenute in...

Giappone, un nuovo inizio?

Lo scorso giovedì l’indice Nikkei 225 ha chiuso a 39.098 punti, superando il massimo storico fatto registrare ben 34 anni fa. Era infatti dal 29 dicembre 1989 che l’indice che contiene le 225 aziende a maggior capitalizzazione del Paese non si spingeva così in alto –...

Rebus Cina, quali prospettive per il Dragone?

Il Presidente cinese, Xi Jinping. Manca ormai pochissimo all’arrivo del nuovo anno e la domanda più gettonata tra noi addetti ai lavori è se la Cina riuscirà a rimettersi in carreggiata dopo un 2023 terribile. Perché, diciamoci la verità, su Pechino ci eravamo tutti...

Inflazione, Erdoğan fa marcia indietro.

Hafize Gaye Erkan, Governatore di TCMB (Türkiye Cumhuriyet Merkez Bankası) Chi mi legge da qualche tempo sa che le strategie di politica monetaria di Recep Tayyip Erdoğan hanno sempre attirato la mia attenzione. Il motivo? Il loro essere agli antipodi con quanto la...

Share This