Alcune settimane fa avevamo fatto il punto sulle mosse delle principali banche centrali occidentali, Fed, BCE e BoE, le quali, come visto, sono ancora allineate nel portare avanti politiche monetarie restrittive, seppur a ritmo più blando di quanto osservato nell’ultimo anno.
Poi è stata la volta del Giappone: tassi ancora su territorio negativo ma prime avvisaglie di un’inversione di tendenza attraverso l’ampliamento della banda di oscillazione di rendimento dei Titoli di Stato a 10 anni.
Stavolta, invece, intendo concentrare l’attenzione su quanto sta avvenendo sul resto delle economie asiatiche.
Premi effetti. Lo yen si rafforza contro il dollaro. Fonte: Bloomberg
L’ultima riunione del board di Bank of Japan rischia di passare alla storia come lo spartiacque tra la politica monetaria ultra-accomodante, perpetrata nella terra del Sol Levante da ormai un decennio, e l’inizio di una nuova era.
Il Governatore Haruhiko Kuroda, nel corso della recente riunione del board di BoJ ha infatti annunciato l’ampliamento della banda di oscillazione di rendimento dei Titoli di Stato a 10 anni, da (-0.25% – 0.25%) a (+0.5% – 0.5%).
La settimana che sta per concludersi ha visto le tre principali banche centrali occidentali, Federal Reserve, BCE e Bank of England, allineate nella decisione di attuare una ulteriore stretta di 50 punti base ai rispettivi tassi di riferimento.
Poco più di un anno fa vi avevo parlato di El Salvador, il primo Paese al mondo ad aver dato corso legale ai Bitcoin.
Come scritto in quella circostanza, la mossa del giovane ed istrionico Presidente Nayib Bukele aveva grossomodo due obiettivi: trovare un diversivo all’assenza di un sistema bancario capillare in grado di supportare la crescita economica del Paese, circostanza comune a gran parte dei “Paesi in via di sviluppo”, ed emanciparsi dagli odiati Stati Uniti, dato che da circa vent’anni la Repubblica centroamericana ha abbandonato la propria valuta in favore del dollaro.
Da sinistra a destra, Jerome Powell, Christine Lagarde, Andrew Bailey e Haruhiko Kuroda.
Sono state due settimane piuttosto dense per la politica monetaria; purtroppo, a causa di impegni vari, non sono riuscito a dare una copertura adeguata alle varie riunioni susseguitesi come sono solito fare.
Per tali ragioni, questo articolo vuole essere una sorta di panoramica di quanto accaduto, in modo che chi mi legge – colgo l’occasione per ringraziarlo – possa in un certo senso mettersi in pari.
Succede che la politica fiscale è entrata in contrasto con quella monetaria.
E, affinché vi sia una corretta trasmissione della politica economica, questo non dovrebbe mai accadere.
Se da un lato, infatti, Bank of England, così come gran parte delle banche centrali del mondo, sta aumentando – da mesi e a ritmo costante – il costo del denaro allo scopo di raffreddare l’economia del Regno Unito ed arginare così la preoccupante spirale inflazionistica, dall’altro la nuova Premier conservatrice, Liz Truss, lo scorso venerdì ha annunciato unpoderoso piano di tagli fiscali per i prossimi 5 anni da ben 161 miliardi di sterline, con l’obiettivo ambizioso di ridare slancio alla crescita economica del Paese.