Bitcoin, El Salvador sull’orlo del default.

da | Dic 9, 2022 | Politica economica | 0 commenti

Poco più di un anno fa vi avevo parlato di El Salvador, il primo Paese al mondo ad aver dato corso legale ai Bitcoin.

Come scritto in quella circostanza, la mossa del giovane ed istrionico Presidente Nayib Bukele aveva grossomodo due obiettivi: trovare un diversivo all’assenza di un sistema bancario capillare in grado di supportare la crescita economica del Paese, circostanza comune a gran parte dei “Paesi in via di sviluppo”, ed emanciparsi dagli odiati Stati Uniti, dato che da circa vent’anni la Repubblica centroamericana ha abbandonato la propria valuta in favore del dollaro.

Ad essi se ne potrebbe aggiungere un terzo: migliorare l’immagine di El Salvador nel mondo, spostare l’attenzione dei media da fenomeni quali corruzione, violenza tra bande ecc., all’essere considerato un Paese ringiovanito e innovativo, precursore di un nuovo modo di intendere la finanza, scevra dallo strapotere dei banchieri centrali e dai grandi gruppi finanziari. Ed è forse questo l’unico aspetto dell’operazione di Bukele che può definirsi un successo, dato che il leader salvadoregno, a differenza di altri, non è visto come il classico uomo forte al potere, ma un giovane visionario che sfida l’élite finanziaria occidentale.

Come sta andando?

Sì, perché, l’operazione di Bukele, economicamente parlando, non è troppo lontana dal definirsi un completo fiasco.

La crisi delle criptovalute, aggravata dal drammatico crollo dell’exchange FTX di metà novembre, ha portato ad una perdita di 65 dei 105 milioni di dollari che il Presidente salvadoregno avrebbe investito in criptovalute. In altre parole, le partecipazioni in Bitcoin detenute da El Salvador varrebbero adesso circa 40 milioni di dollari. Ulteriori 200 milioni di dollari sarebbero poi stati spesi in infrastrutture.

Il condizionale è d’obbligo dato che i numeri elencati poc’anzi sono il frutto di stime derivanti dai tweet con cui Bukele è solito accompagnare i suoi acquisti, i quali si alternano a retweet di suoi connazionali che, dopo decenni, sarebbero ritornati in Patria apparentemente grazie all’adozione dei Bitcoin, un escamotage che aiuta la sua narrazione di leader giovane e carismatico.

L’account Twitter del Presidente salvadoregno, Nayib Bukele.

Per quanto Bukele continui ad affermare che non si tratta di reali perdite, dato che non ha venduto nessuno dei Bitcoin acquistati, auspicando una risalita del loro prezzo, da qui a pochi mesi il suo Paese rischia il default: vanno trovati 667 milioni di dollari per pagare le obbligazioni in scadenza il prossimo gennaio e un altro miliardo nel 2025.

Per ovviare a ciò, il Governo ha annunciato l’intenzione di utilizzare le riserve detenute dalla Banca Centrale per riacquistare parte del debito, come ha già fatto lo scorso settembre con 565 milioni di dollari di obbligazioni sovrane – un’operazione che non evitò il declassamento del suo rating da parte di Fitch – nella speranza di riottenere la fiducia dei mercati e, successivamente, provare ad emetterne di nuove.

Ciò potrebbe rivelarsi un mero palliativo, soprattutto se i mercati non ricominceranno in tempi brevi a credere che le valute digitali possano ancora avere un futuro.

Del resto, Banca Mondiale e Fondo Monetario Internazionale avevano messo in guardia Bukele circa la rischiosità di affidare il destino delle finanze pubbliche del Paese ad uno strumento così volatile.

Superfluo aggiungere che un loro intervento sarebbe condizionato all’abbandono del ruolo del Bitcoin quale valuta ufficiale, e ciò si tradurrebbe come un’implicita ammissione del fallimento della politica economica di El Salvador, che minerebbe la popolarità di Bukele, vista ancora a livelli altissimi.

Per tali ragioni, il vicepresidente Félix Ulloa ha diffuso la notizia secondo cui la Cina sarebbe pronta a farsi carico di parte del debito estero del Paese che ammonta a 21 miliardi di dollari.

Quanto ci sia di vero non è dato saperlo, la sensazione però è che Bukele sia pronto a mandare a sbattere il proprio Paese pur di non ammettere il totale fallimento del suo operato.

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