Bank of Japan, maggiore flessibilità nel controllo della curva dei rendimenti.

da | Lug 29, 2023 | Politica economica | 0 commenti

Lo confesso, trovo sempre meno interessante scrivere articoli sulle decisioni di politica monetaria adottate da Fed e BCE, questo perché le due principali banche centrali del mondo hanno completamente abbandonato quella che, nel gergo tecnico, si definisce “forward guidance”, ossia la capacità di incidere, o quantomeno condizionare, attraverso gli annunci, le aspettative dei mercati.

Il mantra attuale è “Decideremo sulla base dei dati”, “Siamo dipendenti dai dati”, quasi ignorando che in qualsiasi corso di macroeconomia viene insegnato agli studenti che sono necessari dai 6 ai 9 mesi prima che una decisione di politica monetaria produca gli effetti sperati sull’economia reale.

Cosa significa tutto ciò? Che i nostri banchieri centrali sono sempre in ritardo, in perenne balìa degli eventi.

E non è certo un caso se per mesi, tanto Jerome Powell, quanto Christine Lagarde, hanno completamente fallito nel prevedere il prepotente ritorno dell’inflazione, etichettandola per mesi come “transitoria”, salvo poi ritrovarsi ad inseguirla con infinite strette monetarie che hanno quasi trascinato l’Occidente in recessione.

Molto più interessante, invece, e questo oserei dire da sempre, l’atteggiamento assunto dai banchieri centrali di Bank of Japan, spesso precorritrice, e dunque ispiratrice, delle future scelte di politica monetaria di tanti loro omologhi, basti pensare al quantitative easing.

Non inganni l’attendismo snervante, ai limiti dell’immobilismo, assunto da Haruhiko Kuroda prima e da Kazuo Ueda poi nell’ultimo anno e più, con i mercati pronti ogni volta a scommettere – perdendo – che sì, “Il prossimo meeting sarà quello della fine delle politiche monetarie accomodanti nella terra del Sol Levante”.

Nessuna svolta, solo un leggero segnale.

No, il momento della svolta non è ancora arrivato anche se, per la prima volta da quando Ueda ha raccolto la pesante eredità di Kuroda, qualcosa è in effetti successo.

Ovviamente non mi riferisco al rialzo dei tassi, quelli restano su territorio negativo (-0.1%) e resteranno tali chissà per quanto tempo ancora, ma ad una prima concessione sul lato della curva dei rendimenti, con il tetto dello 0.5% non più considerato come limite rigido, bensì come punto di riferimento, all’occorrenza traslabile fino all’1%.

In altre parole significa che BoJ ora è disposta ad acquistare debito a 10 anni fino all’1% in caso di necessità.

Che questo possa essere il passo decisivo alla fine del programma di controllo della curva dei rendimenti, introdotta nel 2016, e dunque alla normalizzazione della politica monetaria nipponica sono i mercati a dirlo, non Ueda, il quale, al contrario, ha dichiarato che tale mossa si pone l’obiettivo di stabilizzarla, ossia di limitare la volatilità del mercato.

Non è forse un caso che questa decisione avviene quando il ciclo dei rialzi di Fed e BCE pare ormai avviarsi alla conclusione: la forbice tra il livello dei tassi giapponese e quello americano ed europeo era diventata così ampia da svalutare eccessivamente lo yen: il Giappone non può fare a meno di importare materie prime, prezzate in dollari, per sostenere la propria industria, ed uno yen eccessivamente debole finisce per avere ripercussioni sul costo della vita dei giapponesi, e pure sul consenso del Primo Ministro Fumio Kishida, crollato dal 52% di aprile al 39% di giugno secondo i sondaggi del Nikkei.

Nel contempo, però, non va dimenticato che fino a pochi mesi fa era utopia pura sperare che il Giappone potesse anche solo avvicinarsi al target inflazionistico del 2%, nonostante l’atteggiamento ultra accomodante sia sul piano monetario che fiscale.

È lecito ipotizzare che nei prossimi mesi Ueda apporterà ulteriori piccoli accorgimenti nel segno della flessibilità, se e quando ci saranno, io sarò qui a raccontarvelo, grazie per la lettura.

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