Effetti collaterali della lotta all’inflazione, il tracollo di Silicon Valley Bank.

da | Mar 14, 2023 | Management | 0 commenti

È da venerdì scorso, ossia da quando sono emerse le difficoltà di Silicon Valley Bank (SVB), che i media generalisti si sono avventurati nella ricerca di improbabili analogie tra questo crack e gli altri del recente passato: Enron, Washington Mutual, Lehman Brothers e così via.

Un modo di fare informazione che sicuramente attira click, dunque guadagni, ma a mio avviso poco utile all’opinione pubblica, in particolar modo di chi ha compreso che lasciare i propri risparmi sul conto corrente, in particolar modo in periodo di alta inflazione, è una decisione tutt’altro che ottimale.

Sì, perché, rispetto al passato, nel caso di SVB, almeno per quanto finora ci è dato sapere, non siamo di fronte a bilanci truccati, titoli tossici o mutui concessi con leggerezza a famiglie non in grado di adempiere agli obblighi, c’è al contrario una banca che aveva investito gran parte della propria liquidità, ottenuta dalla raccolta dei venture capitalist attraverso i cosiddetti round di finanziamento, in ciò che più di sicuro il mercato ha da offrire: titoli di Stato statunitensi e obbligazioni federali garantite, meglio conosciute come mortgage back securities.

Dunque, vi starete chiedendo, che cosa è andato storto?

Il prepotente incremento dei tassi operato dalla Federal Reserve e da tutte le altre principali banche centrali del mondo nel corso dell’ultimo anno, Bank of Japan esclusa, resosi necessario dal preoccupante ritorno dell’inflazione, conseguenza dei generosi sussidi concessi durante l’emergenza Covid, le storture emerse nel post pandemia nelle catene di approvvigionamento e, in ultimo, l’aumento del prezzo degli energetici dovuto alla guerra in Ucraina, ha comportato, come del resto ci insegna la dottrina, un calo del prezzo delle obbligazioni, il quale è tanto più elevato quanto più esse sono a lunga scadenza, oltre che a tasso fisso.

Ed è esattamente il modo in cui Silicon Valley Bank e gran parte degli istituti di credito erano stati costretti ad operare nel corso dell’ultimo decennio, dove, al contrario, i tassi zero, espediente per uscire dalla deflazione, le avevano obbligate a scelte di investimento sul comparto obbligazionario estremamente lunghe pur di ottenere un minimo guadagno.

Se ci pensate, la logica non è dissimile dalle gestioni separate contenute nelle polizze che spesso vi vendono a mo’ di salvadanaio, vi lascio il link per chi volesse approfondire.

La crisi di SVB, dunque, non è dipesa da errori nella gestione del denaro raccolto, quanto, semmai, dalla sua eccessiva concentrazione. Si tratta infatti di un istituto specializzatosi nel Venture Capital, soprattutto tech ed healthcare, ossia nel supportare l’avvio o la crescita di aziende (startup) con elevate potenzialità di sviluppo.

Nel momento in cui i venture capitalist hanno deciso di richiedere i fondi che avevano in essa depositato, ricordiamo che nelle prime fasi di sviluppo di un’azienda, esse sono solite bruciare molto denaro – non a caso si parla di J-curve – SVB, non essendo nella condizione di poter adempiere a tutte le richieste pervenute con quanto aveva in cassa, si è vista costretta a vendere parte dei suoi asset, quegli asset fatti di titoli di Stato statunitensi e mortgage back securities che, come detto, complice l’aumento dei tassi, si erano nel frattempo deprezzati.

Tali richieste sono peraltro aumentate nell’ultimo periodo anche perché – ancora – a causa dell’aumento dei tassi, indebitarsi ora risulta essere molto meno profittevole che in passato, senza contare che gli stessi venture capitalist si trovano in questa fase a fare i conti con la concorrenza dei Titoli del Tesoro, i cui rendimenti tornano ad avere rendimenti positivi su tutte le scadenze.

Insomma, raccattare denaro dai risparmiatori è ora diventato più complicato.

Appurate le difficoltà di liquidità, SVB si è rivolta al mercato nel tentativo di effettuare un aumento di capitale da 2,25 miliardi di $ che, con il diffondersi di notizie nefaste sul futuro della banca, il declassamento delle agenzie di rating Moody’s e S&P, è andato inevitabilmente fallito. La corsa agli sportelli (bank run) dei correntisti ne è stata la naturale conseguenza, del resto, si sa, le folle peccano sempre in razionalità, acuendo così la situazione: giovedì sarebbero stati ritirati 42 dei 180 miliardi a disposizione, decretando così il secondo più grande fallimento bancario della storia degli Stati Uniti.

Risparmiatori rassicurati.

In una nota congiunta, la Federal Reserve, il Tesoro USA, la FDIC, ossia l’organo di garanzia dei depositi, addirittura il Presidente Joe Biden in persona, preoccupati dal rischio contagio – per la verità qualcosa è infatti successo, anche Signature Bank è collassata e non è detto che non ne seguiranno delle altre – si sono affrettati a rassicurare i mercati, annunciando che tutti i risparmiatori verranno rimborsati, anche oltre il limite dei 250mila $ previsto.

Sebbene questa mossa dovrebbe portare allo spegnimento dell’incendio, non sono da sottovalutare i rischi sul lungo periodo: se per ogni default lo Stato si dice pronto ad intervenire, cosa impedirà in futuro ai manager delle banche di intraprendere comportamenti di azzardo morale. Per tali ragioni, in Europa, dal 2015 abbiamo la direttiva sul bail-in: mi ritrovo spesso a spiegarla ai miei clienti, i quali, dopo le remore iniziali, ne capiscono l’importanza e la necessità.

Poteva essere fatto qualcosa per scongiurare questa crisi?

Lo so, questo è lo sport più in voga nel nostro Paese, cercare immediatamente responsabili per esporli alla pubblica gogna.

Innanzitutto, SVB avrebbe potuto e dovuto proteggersi dal rischio di innalzamento dei tassi, il quale non era certo una sorpresa. Poi, ma col senno del poi è più facile, l’istituto di credito avrebbe dovuto avere una concentrazione inferiore nel Venture Capital: diversificare è sempre la parola chiave negli investimenti, anche quando le opportunità di guadagno sono ghiotte.

Poi ci sono le responsabilità che attengono alla politica: leggevo ieri alcune invettive secondo cui il parziale smantellamento del Dodd-Frank Act da parte dell’amministrazione Trump, provvedimento voluto dal suo predecessore Obama nel 2010 per riformare Wall Street dopo la crisi del 2008, avrebbe avuto un ruolo. Su questo aspetto mi riservo di prendere una posizione, dato che non conosco a fondo la materia.

Infine, la Federal Reserve, ossia la massima autorità di politica monetaria statunitense, ha senz’altro delle colpe, dato che, come asserito in apertura, senza l’incessante aumento dei tassi, Silicon Valley Bank non avrebbe probabilmente avuto una crisi di liquidità.

Ci stai dicendo che la Federal Reserve sarebbe dovuta restare inerme di fronte alla spirale inflazionistica? No, questo no, ma una maggiore gradualità avrebbe senz’altro giovato, soprattutto perché per mesi Powell, e non solo lui, ci avevano raccontato di un’inflazione solo transitoria.

A tal proposito, alla luce di quanto accaduto, sarà interessante capire come il chairman della Fed si muoverà nei prossimi mesi, ossia se quanto accaduto a SVB avrà effetti sulle future strette economiche, soprattutto perché, a differenza di quanto previsto dalla BCE, il suo statuto ha un obiettivo duale, ossia non solo raggiungere il target inflazionistico ma anche la piena occupazione. Qualcuno al Congresso gliel’ha già fatto notare.

E nel lungo periodo?

Come sostenevo in un articolo di qualche tempo fa, il mestiere del banchiere centrale non è mai stato così difficile.

Anni a rincorrere, invano, il 2% con politiche ultra espansive partendo da una condizione di deflazione, ottenuto peraltro solo “grazie” al Covid, ora potrebbero servirne degli altri per riottenerlo partendo da una situazione opposta, quella di alta inflazione.

Forse sarebbe necessaria una presa di consapevolezza sull’incapacità, o forse solo impossibilità, da parte dei responsabili della politica monetaria di governare il ciclo economico, per esempio, cominciando a rivedere il target inflazionistico verso un più credibile 3-4%.

In fondo, una banca centrale riesce ad operare solo se è credibile, quindi meglio porsi obiettivi raggiungibili.

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