Il salvataggio di Credit Suisse e l’ombra dei ricorsi legali.

da | Mar 23, 2023 | Management, Politica economica | 0 commenti

Uno dei punti cruciali del salvataggio di Credit Suisse da parte di UBS, sotto l’egida di Suisse National Bank (SNB) e Swiss Financial Market Supervisory Authority (Finma), ne avevo fatto cenno anche nel mio precedente articolo sul tema, riguarda l’azzeramento di 16 milioni di franchi svizzeri in AT1 (CoCo Bonds), quelle che in Italia definiamo obbligazioni subordinate.

Introdotte dopo la crisi del 2008, le obbligazioni subordinate sono uno strumento che si trova nel mezzo tra azioni ed obbligazioni, nel senso che i risparmiatori, in cambio di un interesse più alto rispetto alle classiche obbligazioni, accettano il rischio che la banca, in caso di difficoltà, possa ricapitalizzarsi attingendo ad esse, ossia convertendo in capitale quello che è a tutti gli effetti un mero prestito.

Mentre in Italia, a seguito del recepimento della direttiva europea BRRD (Bank Recovery and Resolution Directive), meglio conosciuta con il termine inglese “bail-in” – esiste qualcosa di analogo anche negli Stati Uniti, in Inghilterra e in altri Paesi sviluppati – in caso di dissesto bancario, i clienti dell’Istituto sono tenuti a contribuire al suo risanamento seguendo pedissequamente tale ordine:

  • detentori di azioni;
  • detentori di obbligazioni subordinate non assistite da garanzia;
  • detentori di obbligazioni bancarie non assistite da garanzia;
  • depositanti per importi superiori a 100.000 €.

Nota: Nella mia attività di consulente finanziario mi sto accorgendo che molti risparmiatori non conoscono la normativa e, dunque, credono che lasciare tutti i propri risparmi sul conto corrente li metta al riparo da qualsiasi rischio. Vuoi saperne di più? Clicca qui.

In Svizzera si può agire in deroga a ciò a patto che il patrimonio di vigilanza, ossia il capitale che la banca deve detenere per soddisfare i requisiti di vigilanza prudenziale nel rispetto delle linee guida dettate in materia dal Comitato di Basilea, scenda al di sotto di una determinata soglia che varia in funzione della tipologia di istituto.

L’azzeramento dei 16 miliardi di franchi svizzeri di AT1 di Credit Suisse avrebbe dunque una base legale.

“Credit Suisse è perfettamente capitalizzata.”

Peccato però che solo pochi giorni prima sia SNB che Finma avevano rassicurato i mercati, per gli organismi di vigilanza svizzera Credit Suisse era perfettamente capitalizzata, e che non sia stata neppure pubblicata una revisione dei bilanci da parte dell’Istituto che ne attestasse le difficoltà.

Insomma, se è vero che in Svizzera, in determinate circostanze, è possibile azzerare le obbligazioni subordinate senza aver prima azzerato il capitale azionario – gli azionisti di Credit Suisse hanno potuto quindi ottenere i 3,2 miliardi di franchi svizzeri previsti dall’accordo – è vero pure che tali circostanze non erano state palesate.

È avvenuto tutto in un fine settimana, a mercati chiusi, qualcuno direbbe “Col favore delle tenebre”.

Quanto valeva Credit Suisse?

C’è poi un altro aspetto, altrettanto importante, da considerare: ok, passi pure che il deal fosse lecito, ossia che agli azionisti di Credit Suisse i 3,2 miliardi fossero dovuti, ma chi ci dice che questa cifra fosse congrua?

Solo venerdì la banca aveva una valutazione di circa 7,4 miliardi di franchi, perché dopo appena quattro giorni, i suoi azionisti hanno dovuto “accontentarsi” di una cifra inferiore alla metà?

La legge impone che in caso di deal che preveda una perdita significativa per gli azionisti, esso debba essere pre-approvato da un’assemblea straordinaria. Ed essa non c’è stata.

Insomma, nello scorso week-end, le autorità svizzere, oltre ad aver probabilmente minato irrimediabilmente la propria credibilità e quella dell’intero Paese, da sempre punto di riferimento della finanzia mondiale, rischiano di andare incontro a numerosissimi ricorsi legali, ricorsi il cui esito si preannuncia tutt’altro che scontato.

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