Sarà il caso Boschi-Banca Etruria, sarà che le versioni online dei giornali in questo Paese sono poco più che dei tristi acchiappa-clic, spesso a sfondo sessuale, sarà che, come emerso da una recente indagine, gli italiani, tra i Paesi del G8, sono quelli più ignoranti in economia e finanza, fatto sta che anche nel caso della ricezione da parte del Governo della Direttiva europea 2014/59/UE del 15 maggio 2014, cosiddetta bail-in, si è scatenato un inspiegabile, a mio avviso, polverone.

Questo articolo ha la funzione di chiarirvi un po’ le idee.

bail-in

 

Cominciamo subito col dire che con bail-in si intende il ricorso alle risorse interne per fare fronte a situazioni di crisi bancarie. Dal 1 gennaio 2016, quindi, nel caso di crisi bancaria, non sarà più lo Stato, e quindi tutti noi contribuenti, a farsi carico del salvataggio della banca in difficoltà ma chi ne è più direttamente responsabile, quindi, in sequenza, azionisti, obbligazionisti e, nei casi più gravi, i correntisti, per la parte eccedente i 100mila euro, dato che fino a questa cifra i conti correnti risultano tutelati dal FITD (Fondo Interbancario di Tutela dei Depositi).
A tal proposito, mi sono spesso chiesto in caso di una crisi bancaria di vaste proporzioni, dove lo Stato riuscirebbe a racimolare una cifra certamente ingente, dato che, come certamente saprete, con l’introduzione della moneta unica la Banca d’Italia, e tutte le altre banche centrali nazionali, sono state spogliata dal compito di emettere moneta – ruolo demandato alla Banca centrale europea – e, soprattutto, data l’inesistenza di un fondo europeo avente tale compito, per altro richiesto dall’Italia e da altri Paesi, ma su cui, ad oggi, pare esserci il veto della Germania. Ma questo è un discorso che esula da quest’articolo, atteniamoci dunque al decreto legislativo n. 49 del marzo 2011, la quale recepisce la direttiva 2009/14/CE che, come detto, parla di tale limite, con l’augurio di non trovarci mai a dover rispondere a questo quesito.

Dunque, dicevo, il bail-in nasce dall’esigenza da parte dell’Eurozona di impedire che una crisi bancaria metta a repentaglio la stabilità di un Paese – come accaduto nel corso dell’ultima crisi – con i Paesi costretti a vedere esplodere i propri debiti sovrani a seguito di operazione di salvataggio dei propri istituti di creditori. Insomma, il bail-in è solo l’ultimo provvedimento messo in atto – dai nuovi requisiti patrimoniali delle banche, ai maggiori poteri delle autorità di vigilanza, al monitoraggio dei diversi rischi, fino ai maggiori presidi organizzativi e alle stesse nuove procedure di gestione delle crisi – affinché quanto accaduto fino ad oggi non possa ripetersi. Tutte queste regole vanno dunque sicuramente nella direzione di una maggior tutela del consumatore.

Pensateci bene, perché mai io cittadino italiano che ho un conto corrente presso una banca solida, o magari un conto corrente neppure ce l’ho, dovrei – attraverso una maggiore tassazione – addossarmi il salvataggio di un’altra banca il cui management ha agito in maniera scriteriata? Piuttosto, dovranno essere i soggetti più strettamente legati ad essa ad occuparsene. E’ questo, in soldoni, il ragionamento che sta sotto l’introduzione del bail-in.

Posta la questione in questi termini, sono convinto che nessuno si sarebbe mai schierato contro il recepimento di tale direttiva; c’è, però, come spesso accade, un però: la finanza, in questi decenni, ha spesso utilizzato degli strumenti poco chiari ai più, – e qui si ritorna al discorso degli italiani ignoranti in economia con cui ho introdotto questo articolo – tra cui le cosiddette “obbligazioni subordinate”.
Le obbligazioni subordinate comportano, a fronte di alti rendimenti, un alto rischio, in quanto, in caso di liquidazione o fallimento della banca, il loro rimborso avviene successivamente a quello dei creditori ordinari, comprese le normali obbligazioni definite senior. E, anche nell’andamento normale dell’attività della banca, quando questi bond arrivano a scadenza, il loro rimborso è subordinato ad autorizzazione da parte della Banca d’Italia.
Le banche usano questi bond, che possono non avere nemmeno una scadenza e quindi sono sottoscritti da risparmiatori disposti a lasciar fermi per molto tempo i loro risparmi, non come strumenti di debito tradizionali ma come capitale o “patrimonio di vigilanza”, ossia come una sorta di cuscinetto per tutelarsi in caso di difficoltà.
Andando però a formare il capitale della banca, in caso di insolvenza o di fallimento, questi strumenti perdono il proprio valore, e possono essere azzerati. Alla stregua delle azioni. Ed è proprio ciò a cui abbiamo assistito nel corso delle ultime settimane nel caso dei quattro istituti di credito (Banca Marche, Banca Popolare dell’Etruria, CariFerrara e Carichieti) messi in salvo dal Governo attraverso i soldi pubblici – ricordiamo infatti che il “bail in” entrerà in vigore dal 1 gennaio 2016.

Nonostante il salvataggio, non tutti i risparmiatori sono stati e saranno tutelati, spiace dirlo, ma a mio avviso giustamente: queste persone hanno probabilmente sottoscritto strumenti di investimento ignari dei rischi, semplicemente fidandosi del proprio direttore di filiale, per la serie “Oste, il vino è buono?”.

Interventi futuri

Sicuramente altri interventi atti a rendere il sistema bancario nazionale ed europeo più solido e trasparente sono necessari, la tanto acclamata Unione Bancaria, per esempio, o anche, come già avviene nel sistema anglosassone, occorrerebbe poter attaccare le generose buonuscite dei manager che compiono operazioni troppo spericolate ma, al di là di questi e di altri provvedimenti, è importante che ogni risparmiatore sia ben consapevole di come ha deciso di investire i propri risparmi, partendo da una semplice considerazione: “il rendimento di un titolo è direttamente proporzionale al grado di rischio”, non esistono pranzi gratis.

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