Gestioni separate? Lasciamocele alle spalle.

Italiani, popolo di santi, poeti e navigatori. Ma anche di risparmiatori.

Risparmiatori sì, ma con scarsa propensione al rischio. Il mercato ne è consapevole ed è per questo che, nel tempo, ha sviluppato prodotti sempre più in linea con quelle che sono le esigenze della clientela.

È da questi semplici assunti che nascono le polizze assicurative, anche dette “assicurazioni sulla vita”, strumenti attraverso i quali, in cambio del pagamento di un premio, un soggetto (il beneficiario) riceve una somma di denaro sotto forma di capitale o di rendita, al verificarsi di un determinato evento legato alla vita dell’assicurato (vita o morte). Si tratta, insomma, di strumenti ibridi, in grado di coniugare le esigenze di protezione a quelle di investimento, un mix che pare abbia fatto breccia nel cuore di tanti risparmiatori.

Se a questo poi aggiungiamo la promessa di un rendimento minimo garantito, ecco che anche le remore legate ai costi di tali strumenti, talvolta eccessivi, decadono: il risparmiatore medio è bello che accontentato.

Cosa si intende per Gestione Separata?

Ovviamente il denaro accumulato da queste polizze non è stipato in qualche caveau ma viene investito.

Come? In una particolare forma di gestione degli investimenti, separata dal patrimonio della Compagnia, definita – appunto – “Gestione Separata”.

Caratteristica principale della Gestione Separata è la sua inattaccabilità. Ciò significa che i creditori della Compagnia, in caso di suo dissesto, non potranno rivalersi su di essa.

Cosa c’è dentro la Gestione Separata?

L’Organo di Vigilanza del Settore Assicurativo (IVASS) prescrive che i patrimoni delle gestioni separate debbano essere investiti in modo che siano rispettate le esigenze del risparmiatore “in termini di sicurezza, redditività e liquidità degli investimenti”.

Per tali ragioni, nelle scelte di investimento delle Gestioni Separate, la Compagnia deve prediligere strumenti cosiddetti “sicuri”.

Insomma, una Gestione Separata è un grande contenitore, formato in prevalenza da titoli a reddito fisso (Titoli di Stato per lo più), che vengono acquistati, contabilizzati al costo storico, e in genere portati a scadenza, la quale è mediamente superiore ai dieci anni.

Il rendimento minimo garantito.

Per anni, le favorevoli condizioni di mercato hanno consentito alle Compagnie di Assicurazione di garantire ai propri clienti tassi minimi di rendimento.

Ma cosa succede se, come accaduto quest’anno (-33%), le condizioni di mercato cambiano?

Nel caso di nuove sottoscrizioni, tale possibilità svanisce, nel caso delle vecchie polizze, invece, la Compagnia di Assicurazione è costretta a colmare la differenza di tasca propria.

Può farlo all’infinito? Certo che no.

E se questa fase perdura, essa è costretta a rivedere le proprie politiche di investimento, ossia modificare il cosiddetto sottostante, spingendo la propria Gestione Separata fuori dal perimetro degli strumenti considerati “sicuri”.

Può farlo? Certo, riceverete una comunicazione che, con ogni probabilità, finirete per ignorare.

Contabilizzazione al costo storico.

Un’altra peculiarità delle gestioni separate è – come detto – che gli strumenti di cui esse si compongono, per lo più Titoli di Stato, sono contabilizzate al costo storico, ossia al costo a cui essi sono stati acquistati.

Per comprendere meglio questo aspetto, facciamo un esempio.

Immaginiamo che la gestione separata di una polizza abbia in portafoglio un BTP decennale. Esso è stato comprato a 98, mentre la cedola è del 4%. Fino a che non sarà venduto il titolo verrà iscritto a bilancio per un valore pari a 98. Ciò indipendentemente dal fatto che un possibile rialzo dei tassi abbia spinto le quotazioni fino a – guardiamo il grafico precedente – 60.

Di nuovo, nel caso tale condizione dovesse perdurare, l’obiettivo della Compagnia sarà liberarsi della Gestione Separata prima della scadenza, in modo da migliorare i suoi coefficienti di solvibilità (Solvency II) cedendola ad altre, magari meno conosciute, meno affidabili, con rating modesti.

Ed è così che uno strumento di investimento sottoscritto perché considerato scarsamente rischioso e avente un rendimento interessante, rischia di cadere vittima del “moral hazard” e dell’“adverse selection”, rivelandosi, dunque, non solo scarsamente profittevole ma persino pericoloso.

Qual è la soluzione?

La soluzione a mio avviso è lasciarsi alle spalle questa tipologia di strumenti di investimento, solo apparentemente più sicura, per cominciare ad affidarsi a forme attive di gestione del risparmio, più pronte a sfruttare le opportunità offerte dal mercato e a difendersi da eventuali ribassi.

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