La guerra all’inflazione è ufficialmente cominciata.

da | Dic 17, 2021 | Politica economica | 0 commenti

È stata una tre giorni esaltante per chi, come me, discute di politica monetaria.

Le numerose riunioni dei board delle principali banche centrali del mondo tenutesi in questi giorni hanno infatti decretato – all’unisono – l’ingresso in una nuova fase per la politica monetaria: il fattore che più inciderà sulle future scelte dei banchieri centrali non sarà più il Covid-19, ora il nemico da sconfiggere si chiama inflazione.

Si tratta di un passaggio significativo: per quasi due anni, le Istituzioni di politica monetaria di tutto il mondo si sono battute per arginare gli effetti che la pandemia ha avuto sulla crescita economica e sull’occupazione, con politiche interventiste che, in condizioni normali, in pochissimi avrebbero ritenuto accettabili. La politica monetaria ha letteralmente invaso lo spazio che fino ad allora era stato occupato dalla politica fiscale, mettendo una pezza a tutte le inefficienze e le lungaggini burocratiche che avevano rallentato qualsiasi piano di recupero.

Una condizione che non poteva certo durare all’infinito ma che è di fatto mutata in un attimo.

Per molti mesi, infatti, i banchieri centrali di tutto il mondo avevano etichettato il fenomeno inflazionistico come transitorio, l’opinione comune era che il picco dei prezzi non sarebbe durato a lungo, esauritisi i blocchi nella catena degli approvvigionamenti la situazione si sarebbe normalizzata.

Ora però la valutazione pare essere cambiata: sebbene il Covid-19 non sia ancora stato sconfitto, anzi, le ultime mutazioni continuano a destare preoccupazione, è cresciuta la consapevolezza dei banchieri centrali riguardo la necessità di dover convivere con il virus. Essi sono infatti convinti che il successo della campagna vaccinale e, più in generale, l’esperienza maturata in questi anni dai cittadini nel fronteggiare la pandemia, renderanno gli effetti della variante omicron, e quelle che presumibilmente seguiranno, meno impattanti sulle nostre economie.

In altri termini, se prima la priorità era sostenere la domanda dei consumatori, ora essa si sposta nell’abbattere i fattori che contribuiscono al rallentamento delle forniture. È infatti questo fattore, unito all’aumento della spesa pubblica resosi necessario per proteggere le famiglie costrette al lockdown, ad aver portato l’inflazione così in alto.

Insomma, una correzione in questo momento è doverosa e necessaria, bisogna impedire che l’inflazione si radichi, bisogna impedire che, nel prossimo decennio, le banche centrali di tutto il mondo si ritrovino di nuovo ad essere incapaci ad assolvere la propria funzione, sebbene in una condizione opposta a quanto osservato in passato.

Con le decisioni prese in dicembre, mese tendenzialmente avaro di stravolgimenti, i banchieri centrali stanno scommettendo sul fatto che ad essere transitoria non sarà più l’inflazione, ma le nuove ondate del virus.

Fatta questa doverosa introduzione, vediamo quali scelte ciascuna Istituzione ha deciso di intraprendere.

Partiamo dalla Federal Reserve.

Incassata la riconferma dalla Casa Bianca, Jerome Powell è stato il primo, mercoledì, a dichiarare guerra all’inflazione.

Per la verità, già nelle scorse settimane, il Presidente della Fed aveva cominciato ad eliminare l’aggettivo “transitorio” dalle sue dichiarazioni. Ciò probabilmente nasce dalla consapevolezza che, almeno nel breve periodo, sarà difficile riportare il dato sulla disoccupazione (4.2%) ai livelli del pre-pandemia (3.5%).

Giusto dunque spostare l’attenzione sulla lotta all’inflazione, dando un’accelerata al ritiro dal suo programma di acquisto di attività (tapering) e, cosa ancor più significativa, annunciando una serrata tabella di marcia riguardo gli aumenti dei tassi di interesse, tre dei quali previsti già dal prossimo anno.

E pensare che, solo un mese fa, lo stesso Powell aveva dichiarato che una stretta sarebbe avvenuta soltanto quando il mercato del lavoro sarebbe tornato ai livelli del pre-pandemia.

Powell ha infine aggiunto che “Una delle due grandi minacce  per tornare alla piena occupazione è l’alta inflazione (l’altra è la pandemia)”, una dichiarazione che, di fatto, ribalta la sua precedente visione e che certifica quanto, in questa fase, sia necessario navigare a vista.

Insomma, lo scossone c’è stato, ora, al fine di non minare la crescita, occorrerà che la normalizzazione della politica monetaria statunitense avvenga con gradualità. Non è chiaro se questo cambio di passo sia figlio della sua riconferma, in fondo, lo stesso Biden si era mostrato preoccupato sul tema inflazione; ovviamente Powell, a domanda esplicita, ha negato alcun rapporto di casualità.

Bank of England.

Bank of England, è andata anche oltre: giovedì, infatti, Andrew Bailey ha annunciato a sorpresa l’aumento del costo del denaro (da 0.10% a 0.25%) per la prima volta negli ultimi tre anni, diventando la prima banca centrale del G7 ad attuare una stretta monetaria dall’arrivo della pandemia. Un annuncio che segue la conclusione del piano di quantitative easing legato al Covid-19.

Decisione motivata da un’inflazione “più persistente” ha fatto sapere Bailey, il quale prevede che l’indice dei prezzi al consumo nel Regno Unito supererà il 6% nei prossimi mesi, un tasso triplo rispetto al target inflazionistico di BoE.

Ora gli investitori scommettono su un ulteriore aumento dei tassi, nell’ordine di un quarto di punto, in febbraio, mossa che consentirebbe alla massima istituzione di politica monetaria del Regno Unito di porre immediatamente fine alla politica di reinvestimento delle sue partecipazioni in obbligazioni QE scadute, comportando la fuoriuscita di 37 miliardi di sterline di debito pubblico dal suo bilancio entro la fine del 2022.

In generale, sebbene giunta a sorpresa, la decisione di Bailey riporta BoE su un sentiero di maggior coerenza rispetto alle perplessità suscitate nei mesi scorsi, quando i mercati avevano avanzato dubbi riguardo l’eccessiva priorità data alla crescita rispetto al controllo del tasso di inflazione sancito dal suo mandato.

Ciò nonostante, tale mossa potrebbe rivelarsi deleteria nella lotta alla variante omicron, particolarmente diffusa Oltremanica.

Banca Centrale Europea.

La giornata di ieri ha visto protagonista anche la Banca Centrale Europea.

Christine Lagarde, come previsto, ha confermato la chiusura per il prossimo marzo del Piano di emergenza pandemico (PEPP) da 1.85 trilioni di euro, impegnandosi, però, nel contempo, a raddoppiare (40 miliardi al mese) il QE “regolare”, quello istituito dal suo predecessore Draghi, in modo da – usando le parole della stessa Presidente – evitare “una brutale transizione”.

Gli acquisti, successivamente, si ridurranno a 30 miliardi al mese per poi tornare al ritmo attuale.

I funzionari della BCE hanno inoltre modificato le regole di reinvestimento attorno al PEPP, rendendo più semplice l’implementazione del supporto in caso di nervosismo del mercato. La Grecia, che è esclusa dai regolari acquisti di obbligazioni a causa del suo basso rating creditizio, potrebbe ricevere un sostegno aggiuntivo nell’ambito del piano.

Non si prevede, invece, alcun aumento dei tassi per il prossimo anno.

Insomma, anche in questo caso, la parola d’ordine sembra essere gradualità: sebbene l’inflazione pare rimanere elevata nel breve termine (nel 2022 essa dovrebbe assestarsi, in media, al 3.2%), nel 2023 e 2024 essa dovrebbe tornare al 1.8%, di sotto del livello target; in aggiunta, gli aumenti dei contagi in Germania, spingono l’Istituzione a monitorare attentamente le performance della prima economia dell’area euro. In altre parole, non si esclude un riattivamento del PEPP se gli effetti della pandemia dovessero riacutizzarsi.

Bank of Japan

Nella notte tra giovedì e venerdì, alle 3.30 italiane, è stata invece la volta della conferenza di Haruhiko Kuroda, Governatore di Bank of Japan.

Come spesso descritto in queste pagine, dal punto di vista dell’inflazione, la situazione nel Sol Levante è ben diversa da quella osservata in Occidente: il Giappone, da oltre un ventennio, è alle prese con una profonda deflazione, verso la quale, le profonde politiche monetarie espansive di questi anni hanno prodotto risultati assai deludenti.

Era chiaro, dunque, che l’inversione di tendenza operata da Fed, BoE e Bce non ci sarebbe stata.

Lo stesso Kuroda ha tenuto a chiarirlo: “Ogni paese decide la propria politica monetaria cercando stabilità nella propria economia e nei prezzi, è naturale che ci siano differenze direzionali”.

L’inflazione, “vista” intorno allo 0.5%, non desta particolare preoccupazioni, le misure di contrasto alla pandemia verranno sì ritirate ma ad un ritmo ben più lento di quanto annunciato altrove: l’assistenza ai prestiti per le piccole imprese in difficoltà è stata prolungata per ulteriori sei mesi mentre il sostegno a quelle di maggiori dimensioni si ridurrà da aprile.

“Quello inflazionistico potrebbe essere un rischio in futuro, ma non vedo affatto i prezzi raggiungere e superare il 2% come hanno fatto negli Stati Uniti e in Europa”, ha aggiunto Kuroda.

Insomma, al momento, non c’è nessun piano di normalizzazione dell’economia nipponica in atto.

Infine, vorrei dedicare un po’ di spazio a Norges Bank  e alla Banca Centrale turca, di cui, negli ultimi mesi abbiamo avuto modo di discutere, anch’esse protagoniste negli ultimi giorni.

Norges Bank.

La Banca Centrale della Norvegia, nella giornata di ieri, ha innalzato per la seconda volta quest’anno il tasso di riferimento (da 0.25% a 0.5%), auspicandone un terzo per il prossimo marzo.

Ne avevamo parlato in settembre, quando Norges Bank era diventata la prima banca centrale, tra il cosiddetto club del G-10, ad attuare una stretta dall’inizio della pandemia.

Le rinnovate preoccupazioni riguardo la variante omicron non sembrano aver scalfito l’economia norvegese, la cui banca centrale, ad oggi, appare come l’autorità di politica monetaria più aggressiva tra le economie avanzate.

La più ricca economia scandinava è riuscita ad uscire dalla crisi meglio di tanti altri Paesi anche grazie al sostegno del suo Fondo Sovrano, il più grande al mondo, ne avevamo parlato qualche tempo fa.

Banca Centrale turca.

Come dicevo, ieri è stata la volta anche della Banca Centrale turca, il cui Governatore, Sahap Kavcioglu, ha annunciato l’ennesima riduzione dei tassi – la quarta di fila – di 100 punti base a sostegno della tragicomica politica economica del Presidente Recep Tayyip Erdogan.

Kavcioglu ha precisato che questo sarà l’ultimo, “a completamento dell’uso dello spazio limitato che l’Istituzione si è concessa per contrastare gli effetti transitori di fattori dal lato dell’offerta e altri fattori al di fuori del controllo della politica monetaria sugli aumenti dei prezzi”, una precisazione che, però, come sappiamo, lascia il tempo che trova, dato che, ormai da qualche anno, la figura di Governatore della Banca Centrale turca è completamente succube di Erdogan.

Lo stesso Presidente, al fine di fronteggiare la delirante perdita di potere di acquisto della lira frutto delle sue politiche sconclusionate, si è inoltre affrettato ad annunciare il raddoppio del salario minimo, una decisione che, a mio modo di vedere, non sortirà alcun effetto significativo sul lungo periodo.

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