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Yngve Slyngstad, CEO di Norge Bank Investment Management, la sezione di Norge Bank incaricata di gestire il fondo SPU.

Molti dei Paesi produttori di petrolio, anziché sfruttare questa enorme fortuna per finanziare programmi di sviluppo, preferiscono “tirare a campare”, vivendo al di sopra delle proprie possibilità.

Il mondo è in continua evoluzione, a maggior ragione nell’era della globalizzazione, politiche miopi possono nel giro di pochi anni condurre al dissesto dei conti pubblici di un Paese, riducendo alla fame i popoli. Il petrolio, del resto, è una risorsa scarsa – prima o poi finirà – il cui prezzo è molto esposto alle oscillazioni del mercato.

Tempo fa abbiamo osservato il caso del Venezuela, economia che aveva tutte le carte in regola per costruirsi un futuro radioso ma che, a causa dell’incapacità e della disonestà della propria classe politica, è finito sull’orlo del baratro.

Stavolta invece voglio parlarvi della Norvegia, Paese che, in un mondo di cicale, ha scelto di essere formica.

Quando negli anni sessanta vennero scoperti diversi giacimenti di petrolio nel Mar del Nord, la Norvegia decise di creare un fondo in cui depositarvi i proventi, scegliendo di utilizzare per la spesa pubblica soltanto gli interessi che questo fondo avrebbe generato.

In questo modo, i norvegesi hanno messo da parte ben mille miliardi di dollari, il più grande fondo sovrano di investimento del mondo, denominato SPU (“Statens pensjonfund Utland”), più grande anche di quelli dei Paesi arabi, spesso al centro della cronaca giornalistica per gli sfarzosi investimenti.

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Con un tesoretto che vale oggi il doppio dell’intera economia del Paese, i norvegesi si sono così costruiti una sorta di “assicurazione nazionale”, la quale sarà in grado di compensare il calo dei proventi che l’industria petrolifera inevitabilmente subirà nei prossimi decenni.




Ma in cosa investe questo fondo?

In qualsiasi cosa ed è proprio questo uno dei segreti del successo della Norvegia, la capacità di diversificare il proprio business: piccoli e grandi asset in 8985 imprese e ben 77 Paesi, così composti: il 65.1% in titoli azionari, il 32.4% in immobili ed il 2.5% in immobili.

I principali investimenti si concentrano negli Stati Uniti (37.2%), nel Regno Unito (9.1%) e in Giappone (8.3%) mentre sono Apple (5.2 miliardi di dollari, lo 0.86% del capitale), Microsoft (4 miliardi, lo 0.83%), Nestlé (5.9 miliardi, il 2.65%) Novartis (3.7 miliardi, l’1.96%) e Royal Dutch Shell (5.3 miliardi, il 2.33%) i gruppi di cui SPU detiene le maggiori quote azionarie.

Anche il nostro Paese è destinatario di un cospicuo numero di investimenti azionari, ben 117 (3% in Autogrill, il 2.99% in Banco Bpm e Unicredit, il 2.58% in Telecom Italia, l’1.72% in Eni, 1.26% in Enel e l’1% in FCA) per un ammontare complessivo stimato nel 2016 in 8.1 miliardi di dollari.

Non mancano investimenti in titoli del Tesoro, i principali: 67 miliardi di dollari in titoli del tesoro statunitense (US treasuries), 22 in bond giapponesi e 13 in bund tedeschi.




Negli investimenti condotti da SPU vige una sola regola, stabilita dal decreto reale del 2004: il rispetto dell’etica. Non si può infatti investire in compagnie che contribuiscano, in via diretta o indiretta, a violare i diritti umani, a uccidere, torturare o privare arbitrariamente della libertà.

È per queste ragioni che, dal 2010, l’Ethical Council del Fondo sovrano della Norvegia ha dismesso le quote anche dalle società produttrici di tabacco, con un colossale disinvestimento di due miliardi di dollari. Nel 2014 è toccato al settore del carbone: niente più soldi nelle 53 società carbonifere sparse per il mondo, tutto riconvertito a favore degli investimenti nelle società di oil and gas.

Infine, nel settembre scorso, un nuovo cambio: l’annuncio di voler disinvestire anche da questo settore per una somma tra i 35 e 37 miliardi di dollari (il 4% del suo patrimonio azionario) allo scopo di finanziare l’economia greenimmediate le ripercussioni sui listini internazionali: in poche ore le azioni Shell B sono calate del 2.4 %, quelle di Exxon e Bp dello 0,8.




Una regola per certi versi discutibile dato che lo stesso fondo è nato dallo sfruttamento di giacimenti petroliferi ma che, con questa nuova svolta, farà la sua parte per un mondo più rispettoso dell’ambiente.

A tal proposito alcuni sostengono che, anziché disinvestire nei settori inquinanti, si possa utilizzare l’enorme peso del fondo – esso detiene l’1.3% di tutti i listini mondiali, cifra spaventosa se si considera che i norvegesi, migranti esclusi, sono solo 5.3 milioni, lo 0.3% degli abitanti della Terra – per influire sulle decisioni aziendali in tali settori, insomma, provare ad operare una rivoluzione dall’interno.

Da una gestione così oculata e intelligente, il governo norvegese, guidato da Erna Solberg, ribattezzata “la Merkel norvegese”, ha potuto investire in questi anni ben 221 miliardi a sostegno di economia e occupazione, in particolare nella costruzione delle infrastrutture, della pubblica amministrazione e del welfare in generale, non è un caso che la Norvegia sia riconosciuta da molti osservatori come la Nazione dove si vive meglio al mondo.




Ciò nonostante, i populisti non mancano neppure in Norvegia.

Il Partito del Progresso, una formazione populista e anti-immigrati, dal 2013 facente parte della colazione di Governo, ritiene che si possa e si debba attingere di più dal fondo, che sia in qualche modo stupido limitarsi a spendere i soli proventi derivanti dagli investimenti e che, in particolare, sarebbe stato più proficuo estenderli alle economie in via di sviluppo, quelle ossia con i maggiori margini di crescita. Questa eccessiva prudenza nella gestione del fondo – dal 1998 ad oggi il fondo ha avuto un rendimento medio del 5.5% annuo – sarebbe costata oltre cento miliardi di dollari.

Intanto, complice il crollo del prezzo del petrolio nell’ultimo anno, il governo norvegese ha, per la prima volta in vent’anni, già prelevato più soldi dal fondo di quanti ne abbia versati grazie alle rendite del petrolio. Inoltre, a causa di una situazione sfavorevole sui mercati internazionali, anche il patrimonio del fondo è leggermente calato nel corso dell’ultimo anno.

Chiaramente, data la mole del fondo, questa situazione non desta in nessun modo preoccupazione. Inoltre, sebbene l’indipendenza del fondo non sia garantita dalla Costituzione, esso è gestito come unità separata all’interno di Norge Bank, controllato dal Ministero delle finanze, la cui azione è monitorata dal Parlamento.

La trasparenza, tratto distintivo della cultura nordica, rimane centrale nella gestione del fondo, ogni investimento è puntualmente reso noto online.

Insomma, la mission del fondo, che campeggia nella homepage del sito ufficiale del fondo “Lavoriamo alla tutela e alla costruzione del benessere finanziario per le future generazioni” non sembra essere in pericolo, magari i nostri politici avessero la medesima lungimiranza…

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