C’è una questione che ancora tiene banco tra i banchieri centrali, in particolar modo a Francoforte sul Meno, sede della Banca Centrale Europea: il fenomeno inflazionistico che stiamo vivendo è transitorio o persistente?
Si tratta di una domanda che ci eravamo già posti circa un mese fa e, mentre la Federal Reserve del confermato Jerome Powell, con le ultime dichiarazioni, pare convinta a rompere gli indugi, dando così un’accelerata al processo di normalizzazione della politica monetaria statunitense, Christine Lagarde sembra invece orientata verso la necessità di temporeggiare ancora un po’.
Come già spiegato in altre circostanze, in questa fase, i banchieri centrali di tutto il mondo si trovano ad affrontare un dilemma assai delicato: attuare una stretta monetaria al fine di frenare la preoccupante spirale inflazionistica o attendere che essa si plachi da sé, in modo da non soffocare la ripresa del post-pandemia?
La chiave di volta, più che nel comprendere le cause che hanno dato origine al fenomeno, ormai abbastanza chiare, ascrivibili, essenzialmente, ai colli di bottiglia delle catene di approvvigionamento, su tutti quella dei chip, starà nel quantificare quanto essi perdureranno, insomma, fino a che punto la tanto chiacchierata “transitorietà” sarà ritenuta accettabile dai cittadini europei, già spaventati dall’ipotesi di nuovi lockdown, che vedono di mese in mese il proprio potere di acquisto diminuire.
E se tra i Paesi che maggiormente vedono il costo della vita salire c’è la prima economia dell’Eurozona, la Germania – il dato pubblicato ieri dall’Eurostat ci dice +6%, il più alto dal 1992 – ecco che le pressioni su Lagarde potrebbero presto divenire insostenibili.
Se è vero che con la recente Strategy Review la BCE si è concessa maggiori margini di manovra nel raggiungimento del target inflazionistico, è vero pure che la massima autorità di politica monetaria dell’area euro venne costruita su base Bundesbank, che aveva come primo obiettivo, se non l’unico, quello inflazionistico (hard-nosed). Una caratteristica dunque che la pone su un piano diverso rispetto, per esempio, alla Federal Reserve, nel cui mandato il target della piena occupazione e quello del tasso di inflazione hanno uguale rilevanza.
Nelle ultime settimane, diversi funzionari europei hanno provato a rassicurare i cittadini sulla bontà delle decisioni prese finora, la stessa Lagarde, intervenuta la scorsa domenica a “Che tempo che fa”, il programma condotto da Fabio Fazio, palcoscenico insolito per un banchiere centrale, ha assicurato di avere la situazione sotto controllo e che i fattori che hanno portato all’aumento dei prezzi avranno carattere temporaneo.
Persino la tedesca Isabel Schnabel, tra le candidate alla successione di Jens Weidmann, Presidente della Bundesbank che ha annunciato di recente la volontà di rassegnare le dimissioni entro la fine dell’anno, in un’intervista televisiva ha dichiarato che “novembre si rivelerà il picco”; ciò nonostante, l’inflazione potrebbe rimanere ben al di sopra del 3% per un periodo di tempo più lungo di quanto in precedenza ipotizzato.
Fino ad ora i tedeschi sono stati impelagati, oltre che nel fronteggiare la nuova ondata di contagi, nelle complesse trattative che, nel giro di una settimana, dovrebbero portare Olaf Scholz a raccogliere la pesante eredità di Angela Merkel, ma cosa accadrà non appena il nuovo Cancelliere si sarà insediato? Il coraggioso programma del Governo che sta per nascere, che dovrebbe prevedere, tra le altre cose, l’aumento del salario minimo a 12 euro per la fine del prossimo anno e pesanti investimenti infrastrutturali, avrà con ogni probabilità un impatto sull’inflazione: la Germania continuerà ad accettare politiche monetarie ultra-espansive che potrebbero acuire la già preoccupante condizione attuale?
Già in passato i tedeschi hanno dimostrato di mal digerire l’interventismo di Draghi fatto di politiche monetarie non convenzionali, il suo successore ha avuto finora vita più facile “grazie” alla pandemia, una volta però che l’emergenza sanitaria si sarà conclusa, come si comporterà Scholz? La Germania continuerà a far prevalere i propri interessi su quelli dei Paesi partner, adottando, talvolta, logiche che alla lunga le si sono ritorte contro o accetterà, finalmente, di guidare l’Eurozona verso una nuova fase che, con la Francia e la ritrovata Italia, le consentirà di costruire finalmente quel terzo polo in grado di contrapporsi a Cina e Stati Uniti?
Per ottenere queste risposte occorreranno anni, per il momento sarà interessante scoprire nella prossima riunione del board della BCE, in programma il 16 dicembre, se verrà confermata la prevista chiusura in marzo del piano emergenziale di acquisti di obbligazioni (PEPP) o se sarà necessario adeguarlo alla persistente incertezza.
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