QE, occorre fare chiarezza.

da | Ago 28, 2021 | Politica economica | 0 commenti

La valle Jackson Hole, nel Wyoming, che ogni anno, da quasi quaranta, ospita i più importanti banchieri centrali del mondo.

L’ultimo decennio è stata particolarmente complicato per la politica monetaria.

La crisi finanziaria prima, quella del debito poi, infine quella legata al coronavirus, hanno generato un inquietante senso di impotenza tra i banchieri centrali, i cui strumenti si sono dimostrati inefficaci nel ricondurre le rispettive economie sul sentiero della crescita.

Un tempo era l’impossibilità di riportare il tasso di inflazione al livello target, ora, quello di impedire che esso venga di slancio superato, nonostante i correttivi recentemente annunciati.

Una rincorsa che ha portato politiche convenzionali, quali il tasso di riferimento, e politiche non convenzionali, su tutte il quantitative easing (QE), a sovrapporsi, tanto da rendere difficile per gli investitori carpire quali saranno le future strategie di politica monetaria.

Per tali ragioni, credo sia arrivato il momento da parte dei banchieri centrali di far chiarezza sulle varie misure, in particolare su quando ciascuna di essa debba essere utilizzata e su quando, invece, sia auspicabile un periodo di assestamento.

Se è vero che in questo momento è necessario non accelerare sul fronte della normalizzazione dei tassi al fine di non tarpare le ali alla ripresa, la cui condizione è già messa a repentaglio dalla diffusione della variante Delta, lo stesso non può dirsi delle manovre di alleggerimento monetario, il cosiddetto QE, la cui utilità, in questa fase di relativa tranquillità dei mercati, appare trascurabile e che, anzi, nel lungo periodo, potrebbe celare più di una qualche criticità.

È infatti opinione comune che lo strumento del QE sia efficace, per certi versi essenziale, per stabilizzare i mercati finanziari alle prese con una forte crisi, come quella vissuta nella primavera dello scorso anno, a patto che esso si consumi in politiche fiscali espansive (aumento della spesa pubblica o tagli alla tassazione) che siano da supporto all’economia reale quando i tassi sono già a zero. Ed è per questo che gli Stati Uniti, a differenza dell’Eurozona, hanno ormai raggiunto il target inflazionistico: lo stimolo fiscale oltreoceano è stato ben superiore di quanto osservato nel Vecchio Continente.

Le previsioni per fine anno dei bilanci delle banche centrali dei Paesi avanzati ci dicono però che essi raggiungeranno complessivamente la ragguardevole cifra di 28 trilioni di dollari, di cui i due quinti attribuibili al QE, i quali vanno a sommarsi a misure analoghe intraprese da molte economie in via di sviluppo: il punto è che la pandemia è arrivata prima che le rispettive banche centrali riuscissero a smobilitare i titoli del debito pubblico acquistati per fronteggiare la precedente crisi finanziaria.

E se le misure di alleggerimento monetario falliscono nell’obiettivo di sostenere l’economia reale, esse finiscono per foraggiare l’acquisto di asset finanziari e, complici i bassi tassi, viene a determinarsi un aumento di questi ultimi ed uno sostanziale scollamento tra economia reale e finanziaria, con la creazione di profonde bolle speculative; non appena i fondamentali macroeconomici di un’economia influente vengono resi noti, risultando, chiaramente, nettamente inferiori a quelli dei listini finanziari, esse esplodono causando vendite da panico e profondi crolli in borsa.

La chiave del discorso è che gli investitori sono stati incoraggiati a interpretare le decisioni riguardo il QE come un segnale di ritiro della politica monetaria, equiparando, come in precedenza descritto, strumenti convenzionali e non convenzionali.

Per tali ragioni la Federal Reserve, tra le banche centrali quella più avanti, quella cioè da cui ci si aspetta cominci l’inversione di tendenza, è apparsa finora titubante nell’agire, memore forse di quanto avvenne nel 2013, quando all’annuncio del tapering i mercati registrarono un profondo scossone. Se vogliamo, in Eurozona la situazione appare ancor più complessa, dato che l’introduzione del QE nel 2015, mascherato dalla necessità di riportare il tasso di inflazione al livello target del 2%, ha per certi versi dato il via alla complessa fase di unificazione dei debiti sovrani dei Paesi membri.

Le parole pronunciate ieri da Jerome Powell, nel discorso virtuale al simposio annuale di Jackson Hole, vanno proprio nella direzione di far chiarezza tra i vari strumenti, evitando così ripercussioni tra gli investitori.

Powell ha affermato che i segnali di ripresa sono tali da consentire alla Fed di iniziare a ridurre i suoi 120 miliardi di dollari di acquisti mensili di obbligazioni già nell’anno in corso, eventualità per altro condivisa da molti Presidenti regionali, qualcuno ipotizza già dal mese prossimo, ma che tale decisione non avrà alcun effetto sulle tempistiche relative ad futuro aumento dei tassi di interesse, in precedenza stimato nel 2022.

Questo perché se da un lato l’inflazione corre, a tal proposito Powell continua a ritenere che essa sia transitoria, ossia legata ad interruzioni sulle catene di approvvigionamento, che nulla hanno a che vedere con un’economia surriscaldata, dall’altro il tasso di occupazione è ancora lontano dai livelli pre-pandemia (ci sono ancora circa 6 milioni di occupati in meno). “Abbiamo molto terreno da percorrere per raggiungere la massima occupazione e il tempo dirà se abbiamo raggiunto un’inflazione del 2% su base sostenibile” ha dichiarato Powell.

Certo, qualche preoccupazione sul fronte dei mercati finanziari riguardo la creazione di bolle eccessive permane, ma esse riguardano per lo più settori circoscritti, per esempio quello delle criptovalute. Nel complesso, le osservazioni di Powell sembrano collimare con la visione economica dell’amministrazione Biden, la quale per fine anno sarà chiamata a pronunciarsi sulla riconferma del primo alla guida della Federal Reserve.

In conclusione, la rivisitazione delle crisi finanziarie vissute in questo decennio spingono verso un approccio più integrato tra politica fiscale e monetaria, contravvenendo al vecchio dogma che vorrebbe la seconda assolutamente indipendente dalla prima. L’esperienza di questi anni ha dimostrato che questa strada spesso non è percorribile e che dunque, se proprio i due poteri collaborare fino a quasi mescolarsi, meglio farlo nella più assoluta trasparenza.

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