Donald-Trump
Il Presidente americano Donald Trump in uno dei suoi comizi.

Tra pochi giorni, il prossimo 3 novembre, gli americani saranno chiamati ad eleggere il prossimo Presidente degli Stati Uniti d’America: la sfida è tra il repubblicano, nonché attuale inquilino alla Casa Bianca, Donald Trump, ed il democratico, ex vice di Barack Obama, Joe Biden.

Sebbene l’esito delle elezioni statunitensi sarà con ogni probabilità pesantemente influenzato dalle modalità con cui l’attuale amministrazione ha gestito la pandemia, dato che questo blog si prefigge di analizzare i fatti per lo più da un punto di vista macroeconomico, mettiamo per una volta da parte il Covid-19 e concentriamo la nostra attenzione esclusivamente sui risultati che l’amministrazione Trump ha raggiunto in tal senso, in altre parole, se il “Make America Great Again” ripetuto come un mantra nella precedente campagna elettorale ha ottenuto i risultati promessi.

Si tratta di un quesito che mi ero già posto circa tre anni e mezzo fa – se ne avete voglia potete consultare quell’articolo, lo trovate qui – io stesso, prima di apprestarmi a scrivere questo, sono andato a rileggermelo, per capire quanto ci avevo preso. (SPOILER: Ci avevo preso abbastanza.)

Non perdiamo però altro tempo, cominciamo.

Prima dell’avvento del Covid-19, l’economia statunitense aveva fatto registrare il più basso tasso di disoccupazione degli ultimi 50 anni e, nel contempo, la crescita più consistente dei salari (+5% circa) tra i lavoratori a più basso reddito e ottime performance sul mercato borsistico.

Trump ha attribuito questi risultati alla sua strategia, ribattezzata Trumponomics, sintetizzabile in tagli alla tassazione, deregolamentazioni ed un forte braccio di ferro sul tema della politica commerciale, in primis con l’odiata Cina, i cui risultati non pare abbiano deluso gran parte del suo elettorato, tanto da far pensare che se le performance dell’economia statunitense fossero l’unica discriminante, egli sarebbe probabilmente rieletto.

Gli osservatori si sono spesso interrogati sull’esistenza di tale rapporto di casualità perché, se è vero che all’inizio del suo mandato l’economia americana sembrava necessitare di un sostegno, e dunque uno stimolo fiscale poteva avere un senso, molto meno lo ha avuto negli anni a seguire, anzi, il notevole aumento della spesa pubblica ha per lo più contribuito a nascondere i danni causati dalle politiche protezionistiche adottate.

Innanzitutto va sottolineato come la crescita economica predetta da Trump in campagna elettorale, stimata nell’ordine del 4%, poi, una volta insediatosi, “vista” al 3%, sia stata, in media, dal 2017 alla fine del 2019, “soltanto” del 2.5%, dunque di appena 0.1 punti percentuali in più rispetto al precedente triennio.

Trump sosteneva inoltre che tale vorticosa crescita avrebbe completamente ripagato gli sforzi compiuti in ambito fiscale; tutt’altro, stando ai dati del Fondo Monetario Internazionale, il rapporto deficit/PIL statunitense è cresciuto dal 4.4% al 6.3% e, nonostante la deregolamentazione abbia senz’altro avuto effetti positivi sulla fiducia, essa non è sfociata in un incremento considerevole degli investimenti.

I tagli alla tassazione sono stati stimati dall’amministrazione Trump nell’ordine di 51 miliardi di dollari, una cifra che, sebbene a primo acchito sembrerebbe enorme, rappresenta soltanto lo 0.2% del PIL statunitense, e dunque in grado di generare una crescita economica sul lungo periodo solo di un decimo di punto percentuale annuo circa.

Tirando le somme, parrebbe di capire che il gioco non è valso la candela, anzi.

Inoltre, l’eccezionale crescita economica vantata dal Presidente Trump che, a suo dire, dovrebbe garantirgli la riconferma alla Casa Bianca, non sarebbe in realtà dipesa dal suo piano, quanto da una generalizzata crescita economica a cui ha assistito gran parte del mondo sviluppato, il maggior deficit ha soltanto lenito gli effetti del brusco rallentamento fatto registrare dall’economia mondiale tra il 2018 ed il 2019.

Già nel 2017 molti economisti avevano criticato tali stimoli – lo scriveva anche il sottoscritto nell’articolo del 2017 che vi ho in precedenza linkato – i fondamentali economici dell’economia americana, in particolare il dato sul tasso di disoccupazione, erano molto positivi, la stessa Federal Reserve, un anno dopo, arrivò al medesimo responso, decidendo per ben quattro aumenti dei tassi.

Ciò ha evitato che il doping di spesa pubblica di Trump provocasse un innalzamento eccessivo del tasso di inflazione, questo almeno fino al cambio della guardia alla Presidenza della Fed voluto dallo stesso Trump, con Jerome Powell succeduto a Janet Yellen, che ha portato ad un cambiamento di rotta, solo in parte giustificato, in tal senso.

C’è di più, gli effetti positivi delle politiche fiscali espansive attuate dall’amministrazione Trump sono state in parte “rosicchiate” dalla guerra commerciale combattuta con la Cina, che secondo le stime del FMI avrebbe ridotto la crescita dell’economia mondiale di circa un punto percentuale. Alcune ricerche sostengono che, nel settore manifatturiero, i dazi introdotti di Trump abbiano distrutto più posti di lavoro di quanti ne abbiano generati, rendendo le componenti importate più costose e costringendo i partner commerciali a prevedibili rappresaglie sulle esportazioni americane, con il risultato di far aumentare i prezzi dei beni e dunque ridurre il potere d’acquisto delle famiglie americane. Niente che non fosse prevedibile, sarebbe bastato consultare un manuale di economia internazionale.

Concludendo, dai quattro anni di Presidenza Trump dovremmo aver imparato che, in primo luogo, è importante, anzi, necessario, fare deficit nei momenti di crisi, e non nei momenti di crescita economica con il rischio di creare delle bolle il cui scoppio porta a nuove crisi, in secondo luogo che le risorse vanno spese in investimenti, infrastrutture ed istruzione in particolare, molto meno in cospicui tagli alla tassazione, soprattutto in Paesi come gli Stati Uniti già profondamente deregolamentati, magari daranno una grossa mano ad essere rieletti, ma nel lungo periodo accrescono le disuguaglianze e sottraggono risorse allo sviluppo di un Paese. Infine, come già accennato, introdurre dazi e tariffe in un mondo globalizzato danneggiano la produzione e si ripercuotono sui consumatori, in particolare le fasce più deboli, proprio coloro che Trump dichiarava di voler proteggere.

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