slogan Trump, make america great again ?Sin dalla sua decisione di candidarsi alla Casa Bianca, Donald Trump non ha mai smesso di far discutere. Le sue uscite strampalate in campagna elettorale su donne, musulmani, clima o, per farla breve, su qualsiasi tema sia stato oggetto dei suoi tweet, hanno a più riprese imbarazzato gli americani ed il mondo. Per la verità, molti sostengono che questo atteggiamento così poco politically correct faccia solo parte del personaggio e che sia stato proprio questo suo parlare alla “pancia degli americani” ad avergli garantito il successo elettorale; senza, Hillary Clinton avrebbe probabilmente avuto vita facile.

Non importa, il tempo delle analisi è passato, Donald Trump è stato eletto democraticamente dagli americani e, salvo terremoti, resterà Presidente degli Stati Uniti per i prossimi quattro anni.

È da un po’ che ho voglia di scrivere un articolo sul neo presidente americano e sulla sua ricetta di “Make America Great Again”. Credo che i media nell’analizzare i discorsi di Donal Trump abbiano commesso l’errore di porre eccessiva enfasi sulle sue gaffe, distogliendo indirettamente l’attenzione dei cittadini da ciò che conta davvero, ossia la fattibilità di quanto il tycoon propone, perché una battuta poco felice, un’uscita spiacevole o peggio ancora un insulto, non causano disastri, il programma economico del neo Presidente americano, per converso, a mio avviso, ne ha tutte le possibilità. In questi mesi, un po’ come successo con Putin negli ultimi anni, molti cittadini e capi partito occidentali hanno cominciato a provare simpatia per Donald Trump, ritenendolo, a differenza della vecchia politica, una persona estremamente credibile. La frase più ricorrente tra i suoi sostenitori è “Fa ciò che promette”. Avrei voluto aspettare ancora del tempo prima di scrivere qualcosa su ciò che intende fare ma, proprio in virtù della coerenza che sta dimostrando, appare ormai inutile tergiversare.




Proviamo dunque ad analizzare il suo piano, anche perché, tra quattro anni, gli elettori, più che promesse mantenute, vorranno vedere risultati tangibili.

Il “Make America Great Again” di Donald Trump si basa essenzialmente su due capisaldi:

  • Grandi investimenti in infrastrutture ed opere pubbliche.
  • Convincere, attraverso un abbassamento della tassazione, le imprese a riportare le proprie linee di produzione in America o, al limite, costringerle, mediante l’introduzione di pesanti dazi.

L’obiettivo è chiaro: creare occupazione. Ai due capisaldi appena descritti, il Presidente americano ne ha legato un terzo, ossia una strenua lotta all’immigrazione, in particolare verso i cittadini messicani, accontentando i fautori del “Ci rubano il lavoro”, estesa poi, a suo dire per ragioni di sicurezza, ad alcuni Paesi musulmani con il cosiddetto “Muslim Ban”.

È per via di queste promesse che la classe operaia americana ha votato in massa il nuovo presidente americano.

La domanda che questo articolo si prefigge di rispondere è la seguente: funzionerà?

Cominciamo subito col dire che, tanto l’aumento degli investimenti, quanto l’abbassamento della tassazione delle imprese, si inquadrano in misure di politica fiscale espansiva, dunque in nuovo deficit, che andrà ad aumentare il già pesante debito pubblico statunitense. Tale debito, per forza di cose, finirà per ricadere sulle spalle delle future generazioni, con il rischio, un po’ come già accaduto in questi anni di crisi, che esse siano più povere di chi le ha precedute.

Mettiamo però un attimo da parte questo aspetto e concentriamoci sul breve periodo.




Politiche fiscali espansive hanno sicuramente un impatto positivo su crescita ed occupazione, questo però in condizione di crisi, condizione da cui gli USA sembrano usciti da tempo, dato che il PIL è cresciuto del 2.1% nel 2016 e la disoccupazione americana è vista ai minimi da 9 anni, intorno al 4.6%, un tasso che gli economisti definiscono come “naturale” o “NAIRU” (Non-Accelerating Inflation Rate of Unemployment), a seconda delle varie dottrine. Ciò significa che ad oggi, gli USA non sembrerebbero necessitare di politiche fiscali espansive.

Il volersi intestardire con nuove politiche fiscali espansive, per ragioni prettamente legate al consenso, potrebbe portare alla creazione di una nuova bolla che, una volta esplosa, rigetterebbe gli americani ed il mondo in una nuova crisi economica di proporzioni simili a quella del 2010. A tal proposito, in precedenti articoli concernenti le decisioni della Fed, ho espresso perplessità sulle possibilità di Janet Yellen, numero 1 della banca centrale americana, di tener testa alle politiche espansive della Casa Bianca, data l’indipendenza, solo di fatto, dalla politica della prima.

Fatto questo passaggio macroeconomico, torniamo alla conseguenze di natura più prettamente commerciale.

Gli Stati Uniti, oltre ad essere un Paese importatore, sono un grande mercato, nessun impresa sognerebbe mai di rinunciarvi. L’appello di Trump di riportare le produzioni nei confini a stelle e strisce, pena alti dazi, produrrà, dunque, per ovvie ragioni, dei risultati. Questa è però l’epoca delle multinazionali, ossia di imprese che organizzano le proprie produzioni – e con esse non si intendono solo prodotti fisici ma anche servizi – su più Paesi; è spesso complicato risalire alla filiera produttiva, al reale luogo in cui la produzione avviene, soprattutto quando i beni prodotti sono assai complessi. Prendiamo un moderno telefono cellulare, esso è il risultato dell’assemblaggio di una marea di componenti provenienti da ogni parte del mondo, credere di portare in loco la produzione di oggetti simili è impensabile. Potrebbe però essere una buona leva di marketing per le aziende che accetteranno la corte di Trump, parte del suo elettorato potrebbe davvero convincersi di star acquistando americano.

Il punto però della discussone è che il prezzo di un prodotto è rappresentato in misura rilevante dal costo del lavoro, non dalle componenti, costringere un’azienda a produrre negli USA – fermo restando il discorso multinazionali poc’anzi affrontato – anziché in Paesi in cui il costo della manodopera è più a buon mercato, si tradurrebbe in aumenti del prezzo finale di vendita, dunque, finirebbe per gravare sui consumatori finali, sui cittadini che questa misura vorrebbe salvaguardare!

L’aumento dei prezzi causa infatti una diminuzione del potere d’acquisto delle famiglie che di fatto diventano più povere.

I vincoli poi legati ai dazi diminuirebbero la concorrenza tra le aziende, ancora una volta, a tutto svantaggio dei cittadini americani.

Lavoratori e consumatori rappresentano la stessa entità, non dovrebbe mai essere dimenticato.

Non sto certo scoprendo l’acqua calda, sono conclusioni a cui si è giunti da decenni.




Se però gli Stati Uniti possono vantare un mercato interno di proporzioni tali da raggiungere economie di scala, lo stesso non si può dire dei Paesi europei: è per questo motivo che fa spavento leggere in Italia delle proposte protezionistiche del leader della Lega Nord, MatteoSalvini, al quale bisognerebbe ricordare che l’Italia, oltre a disporre di un mercato di soli 60 milioni di abitanti, è anche un Paese pesantemente votato alle esportazioni, basti pensare che da esse deriva circa il 25% del nostro PIL.

Per il nostro Paese, rinunciare al commercio internazionale sarebbe tragicomico! 

E gli Stati Uniti, se avessero ritenuto sufficiente il loro vasto mercato interno, state pur certi che non avrebbero finanziato il Piano Marshall alla fine della seconda guerra mondiale, persino agli americani serviva un nuovo mercato di sbocco per le loro merci.

In generale, va chiarito con forza che, parafrasando un modo di dire poco ortodosso, “non si può essere protezionisti con le merci degli altri”, un Paese che opta per i dazi deve mettere in conto che, indirettamente, arrecherà un danno anche alle proprie imprese, dato che gli altri Paesi ne imporranno a loro volta, creando una spirale senza uscita.

E a chi critica i trattati sul commercio internazionale andrebbe ricordato che sono uno dei principali strumenti per la tutela dei nostri marchi, la contraffazione, in particolare nel settore della moda e in quello dell’alimentare, costa al nostro Paese ogni anno perdite stimate in 60 miliardi di euro, bisognerebbe dunque promuovere iniziative in tal senso, preservare quelle che sono le vere eccellenze del Made in Italy.

C’è poi da fare un passaggio sui nuovi strumenti di comunicazione, frutto dell’avanzamento tecnologico; essi sono capaci di superare qualsiasi barriera, sia essa fisica – un muro come quello sul confine messicano – o commerciale, viviamo in un’economia di servizi, il commercio delle merci rappresenta solo una parte del problema, tra l’altro sempre più marginale.




Insomma, le idee di Trump sono sbagliate ed anacronistiche, il protezionismo ha già fallito in passato, basterebbe conoscere la storia.

Il commercio internazionale nasce con lo scopo di accrescere la competizione tra le imprese, esso rappresenta di fatto l’unico vero modo di aiutare le fasce più deboli della popolazione, le quali potranno così disporre di merci più a buon mercato; altrimenti ci si arena su logiche di assistenzialismo di stampo comunista e, anche stavolta, la storia ci insegna che il comunismo ha fallito.

Al di là del fatto che negli ultimi decenni i Paesi abbiamo spinto verso la globalizzazione, essa rappresenta un processo naturale ed inarrestabile, frutto dell’avanzamento tecnologico, ostinarsi a volerla reprimere sarebbe soltanto deleterio.

Sia chiaro, questo non vuol dire che dovremmo subirla passivamente, vanno senz’altro trovati dei correttivi, ma non è il tema di questo pezzo, magari in futuro potrei affrontare questo argomento.

Con l’auspicio di essere stato chiaro – a tal proposito l’invito, come al solito, oltre ad iscrivervi al blog e dare un like alla mia pagina Facebook, è di scrivere le vostre domande/considerazioni qui sotto – concludo questo articolo con una provocazione rivolta ai fan del protezionismo: sareste disposti a rinunciare alla vostra auto tedesca, al vostro smartphone americano, al vostro televisore giapponese e così via?

Perché, in soldoni, di questo stiamo parlando…

Infine, lo so, all’inizio di questo articolo mi ero ripromesso di concentrarmi esclusivamente sugli aspetti economici delle misure di Trump, ora, però, esaurito l’argomento, permettetemi una leggera divagazione.

Il riscaldamento globale non è un’invenzione cinese, discriminare gli ingressi in base al Paese da cui si proviene è razzista, apostrofare le donne in un certo modo è sessista, prendere in giro un disabile è aberrante, tagliare la sanità per costruire muri è stupido, dare attuazione ad un programma sarà anche coerente ma, talvolta, anche assurdamente sbagliato.

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