Coronavirus, l’Eurozona a un bivio.

da | Mar 27, 2020 | Coronavirus, Politica economica | 0 commenti

Il Presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen.

Sì, proprio così, l’Europa è a un bivio: rinascere o sparire per sempre.

Per uno strano scherzo del destino la storia pare persino venirle in soccorso: a differenza di quanto avvenuto in passato, infatti, siamo di fronte ad uno shock simmetrico, il coronavirus coinvolge tutta l’Eurozona nel suo complesso, non ci sono, o almeno non dovrebbero esserci, egoismi di sorta, “siamo tutti sulla stessa barca” come si suol dire, una barca che rischia di affondare se non si fa presto qualcosa.

Mario Draghi, nel suo editoriale sul Financial Times di qualche giorno fa, ha tracciato la via:

“I debiti pubblici dovranno assorbire quelli privati, l’alternativa è la distruzione della capacità produttiva”. E aggiunge: “Di fronte a circostanze impreviste, un cambiamento di mentalità è necessario in questa crisi come lo sarebbe in tempo di guerra. Il ricordo delle sofferenze degli europei negli anni Venti è un ammonimento.”

Avrebbe potuto tacere, starsene in disparte, in fondo, l’ex Presidente della Banca Centrale Europea non ricopre più incarichi presso l’Istituzione, eppure, ha voluto far sentir forte la propria voce, lui che, spesso da solo e più di chiunque altro, ha creduto e sostenuto il sogno europeo nei momenti più difficili.

Chi gli è succeduto a Francoforte, Christine Lagarde, dopo un inizio balbettante e assolutamente non scevro da critiche, ha corretto il tiro: la BCE è pronta ad immolarsi per difendere l’Eurozona calmierando gli spread, come già fatto in passato, ora serve che i Governi facciano la propria parte.

Da questo punto di vista le strade a mio avviso percorribili sono essenzialmente due.

La prima attiene all’utilizzo del MES (Meccanismo europeo di stabilità), meglio conosciuto con l’acronimo inglese di EMS (European Stability Mechanism), già alcuni mesi fa al centro del dibattito politico, soprattutto in Italia, per via del suo progetto di revisione.

In parole povere il MES è un fondo in cui ciascun Paese europeo, in proporzione al proprio PIL, ha versato una certa quantità di denaro, che servirà come da garanzia ad uno Stato membro in difficoltà al fine di ottenere i prestiti sufficienti a salvarsi.

Il nodo di questa procedura sta nel fatto che tale possibilità di aiuto non arriva senza condizioni: il Paese in difficoltà, infatti, è condizionato all’accettazione di un piano di riforme la cui applicazione sarebbe sorvegliata dalla famosa “Troika”, il comitato costituito da Commissione Europea, Banca Centrale Europea e Fondo Monetario Internazionale; ciò si traduce in una restrizione delle possibilità di scelta del Governo del Paese che beneficia dell’aiuto ed è proprio per questo motivo che l’allora Governo Monti, durante la Crisi del Debito, a differenza di Grecia, Cipro, Portogallo, Irlanda e Spagna – quest’ultima non per ottenere prestiti ma per la ricapitalizzazione indiretta del proprio sistema bancario – decise di non attingervi.

L’idea che emerge in queste ore sarebbe quella di eliminare tale condizionalità.

Da italiano dovrei essere favorevole a questa strada; in realtà, l’incapacità conclamata del nostro Paese di spendere con serietà e lungimiranza le risorse a disposizione, figlia dell’instabilità storica dei nostri Governi che li spinge a “comprare” consenso attraverso politiche assistenzialiste anziché dedicarsi ad investimenti di lungo respiro, da “buon padre di famiglia”, mi spingerebbe a pensare che, prima o poi, l’intervento della Troika si renderà necessario, meglio forse in un clima di emergenza generale, quale quello che stiamo vivendo che, a coronavirus sconfitto, quando il nostro debito pubblico, complice il crollo del PIL e l’aumento della spesa pubblica atto a combatterlo, potrebbe essere nel frattempo divenuto insostenibile.

Se è vero infatti che l’intervento massiccio della BCE – come detto – calmiererà gli spread, permettendo agli Stati membri di indebitarsi a tassi di interesse inferiori, è vero anche che esso, ad emergenza conclusa, terminerà, ed è proprio per questo motivo che i Governi non dovrebbero tergiversare oltre, ponendo le basi per la costruzione di un serio bilancio comune, alla stregua di quello statunitense, e non come quello attuale che a stento copre l’1% del PIL dell’intera area euro, magari finanziato con l’introduzione di una tassazione comunitaria che possa ora agire in simbiosi con le misure intraprese dalla BCE e in futuro, quando le acque si saranno calmate e non ci sarà più bisogno dell’interventismo della politica monetaria, proseguire da sé.

La seconda strada percorribile attiene alla creazione dei famosi eurobond, i quali, se circoscritti a questa emergenza e ci si augura di no, potrebbero essere ribattezzati coronabond.

Al momento, nove Paesi membri (Italia, Francia, Spagna, Belgio, Lussemburgo, Irlanda, Grecia, Portogallo e Slovenia) in una lettera inviata al presidente del Consiglio Europeo Charles Michel, spingono su questa strada: “è necessario lavorare su uno strumento comune di debito emesso da una istituzione europea per raccogliere fondi sul mercato sulle stesse basi e a beneficio di tutti gli stati membri, assicurando così finanziamento stabile di lungo termine per le politiche necessarie per contrastare i danni provocati dalla pandemia”.

Attraverso questo espediente, il tasso pagato da ciascun Paese membro per finanziarsi, che sia la stimata Germania o la bistrattata Grecia, sarebbe identico, con tanti saluti al famoso spread che tanto ha fatto penare i Paesi mediterranei in questi anni. Questa soluzione, rispetto alla precedente, sortirebbe un cambio epocale per l’Eurozona, una decisa virata verso la solidarietà tanto decantata ma mai realmente messa in atto. Il punto è che, nel contempo, sarebbe necessaria una decisa e seria presa di responsabilità di quei Paesi membri maggiormente indebitati, tanto dei Governi, quanto dei cittadini, un cambio culturale che, ahimè, almeno nel nostro Paese, non vedo affatto.

Ad ogni modo, una cosa è certa, l’Eurozona non può continuare a reggersi soltanto su una valuta comune, quello dell’unione fiscale è un passo che va fatto, se non ora quando?

Concludo con un significativo passaggio del discorso tenuto ieri al Parlamento Europeo dal Presidente della Commissione Europea, Ursula von der Leyen: “If there is one thing that is more contagious than this virus, it is love and compassion. And in the face of adversity, the people of Europe are showing how strong that can be.”

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