Il Presidente della Banca Centrale Europea, Christine Lagarde.

Vi dico la verità. Avevo evitato di scrivere sui provvedimenti improvvisi di contrasto al coronavirus intrapresi da Federal Reserve e Bank of England, preferendo attendere quanto la Banca Centrale Europea avrebbe deciso in modo da offrire una panoramica complessiva e, a mio avviso, più corretta della situazione. Ritengo infatti che uno shock di tali proporzioni, per essere contrastato al meglio, necessiterebbe di un coordinamento delle politiche monetarie, coordinamento che, allo stato attuale, non sembra esserci.

Su Bank of Japan, la cui prossima riunione del board è fissata per il 18 e 19 marzo, avrei probabilmente dedicato un articolo a sé, dato che, se è vero che è la Fed a dettare la linea della politica monetaria mondiale, è vero anche che è dal Sol Levante che arrivano spesso le maggiori sorprese, si può dire con molta tranquillità che il laboratorio della politica monetaria mondiale abbia sede a Tokyo.

Il disastro però combinato ieri da Christine Lagarde ha un po’ scompaginato i miei piani, impossibile non dedicare un intero articolo a quanto accaduto ieri.

Intendiamoci, i provvedimenti messi in campo dalla BCE, descritti in chiusura dell’articolo, vanno nella giusta direzione, ma quanto ascoltato ieri, per altro parzialmente smentito nel corso dell’intervista rilasciata poco dopo dalla numero uno dell’Eurotower alla CNBC, fanno pensare che l’ex Presidente del Fondo Monetario Internazionale sia assolutamente inadeguata al compito.

Ieri Christine Lagarde aveva un’opportunità importante, quasi unica, quella di uscire dall’ombra del suo predecessore, Mario Draghi, l’uomo che, da solo, con intelligenza e determinazione, ha tenuto in piedi la valuta unica e più in generale il sogno europeo dall’assedio di falchi, populisti, speculatori e burocrati durante la crisi del debito, e di cui lei stessa, nel corso della prima conferenza stampa in dicembre, sembrò temere il confronto.

Dichiarare “Non siamo qui per ridurre gli spread” e che “La BCE – riferendosi all’emergenza coronavirus in Italia – non si occupa dei singoli Paesi” sono autogol clamorosi, da dilettante, non certo da una politica navigata quale dovrebbe essere.

Ricordiamo infatti che Christine Lagarde non è un tecnico, bensì un politico, per assurdo, espressioni così grossolane sarebbe stato più plausibile ascoltarle dal suo predecessore.

E’ chiaro a tutti che l’unico obiettivo della BCE, così come recitano i Trattati, è la stabilità dei prezzi, nello specifico “un tasso di inflazione inferiore ma prossimo al 2%”, così come è chiaro a tutti che alla BCE siano rimaste ben poche armi da usare dopo la “guerra” combattuta da Draghi e che sia necessario un ritorno a politiche fiscale espansive, come del resto sottolineato dai banchieri centrali di mezzo mondo, ma nel bel mezzo di una crisi così grave, con le persone preoccupate per la loro salute ed il proprio futuro, costrette persino a restare recluse in casa per limitare i contagi, è imbarazzante ascoltare frasi del genere, imbarazzante.

Anche Mario Draghi non aveva il compito di ridurre gli spread, eppure, conscio dei limiti dell’architettura europea, a cui ancora manca un’unione bancaria, un bilancio unico di proporzioni adeguati e, più in generale, un’unione fiscale, consapevole dell’incompiutezza del progetto che i padri fondatori avevano sognato e, dunque, dell’estrema vulnerabilità dell’Unione, riuscì a trovare l’escamotage degli acquisti sul mercato secondario dei titoli del Tesoro dei Paesi membri, allo scopo di riportare l’inflazione al livello target, calmierando così gli spread e di fatto salvando l’euro.

Fa specie che chi, nel discorso di insediamento, parlò addirittura della tematica ambientale, la cui relazione con la politica monetaria non mi è ancora chiara, di una nuova Strategy Review per l’Istituzione, abbia ora espresso parole così fredde e distaccate, quasi che l’emergenza coronavirus non la riguardasse, quasi come se fosse atterrata dalla luna.

Eppure, le parole pronunciate appena un giorno fa, per altro in italiano, da Ursula Von der Layen, di sostegno al nostro Paese, di un primo piano di 25 miliardi di euro per combattere il coronavirus, modesto certo, ma comunque un segnale, la discussione in atto sull’eventualità di una sospensione del “Patto di Stabilità e di Crescita”, avevano lasciato intravedere un’Europa finalmente più solidale, più attenta alle esigenze dei cittadini che al rispetto di ferrei parametri divenuti probabilmente persino anacronistici.

Il coronavirus non è un problema solo italiano, voglio dire, non siamo di fronte al vecchio scontro “Paesi cicala vs Paesi formica”, non ci sono, stavolta, per quanto la storia abbia dimostrato la fallacità di tale dicotomia, Paesi spendaccioni e Paesi rigorosi, il coronavirus si abbatterà presto su tutta l’Eurozona, noi abbiamo avuto solo la sfortuna di essere i primi e per tale ragione, quelli che ne subiranno le maggiori conseguenze; i nostri partner, almeno, potranno far tesoro della nostra esperienza e dei nostri errori. Il proliferare di quella che da epidemia ha già raggiunto per l’Organizzazione Mondiale della Sanità lo status di pandemia dovrebbe per assurdo unirci, consentendo una maggiore facilità e quindi celerità nelle decisioni.

Non è un caso se persino il nostro Capo dello Stato, Sergio Mattarella, europeista convinto, da sempre uomo risoluto e equilibrato, caratteristiche assai complicate da trovare nella politica di oggi, fatta di slogan e inseguimento del consenso ad ogni costo, con una nota abbia espresso il suo disappunto verso le parole della Lagarde.

Ad ogni modo, inutile dilungarsi oltre, lo spread tra Btp e Bund salito fino a 262 per poi assestarsi a 253, il dato peggiore dal 2011, e il tracollo della Borsa di Milano (-16.92%), la peggiore chiusura di sempre, rappresentano una bocciatura senza appello per il neo Presidente della BCE, da cui ci si aspetta nelle prossime conferenze, volendo usare un eufemismo, una maggiore sensibilità e responsabilità nella scelta delle parole, il futuro dell’area euro passa anche da questo.

Concentriamoci ora sul pacchetto di misure approvate all’unanimità dalla BCE:

  • L’acquisto di titoli per un ammontare mensile di 20 miliardi, inaugurato da Draghi lo scorso settembre, riceverà un boost di ulteriori 120 miliardi, da spalmare da qui fino alla fine dell’anno secondo necessità. Dunque, qualcosa a protezione degli spread è stato fatto – ancora – alla luce di ciò, proprio non si comprendono le parole di Christine Lagarde. In aggiunta, nella giornata odierna, il Capo economista della BCE, Philip Lane, ha precisato che è compito della BCE, in momenti come questo, evitare che spread eccessivi di alcuni Paesi mettano a rischio la corretta trasmissione della politica monetaria e che, se necessario, il QE devierà dalla “capital key”, cioè dalla regola che impone acquisti di titoli di Stato in proporzione alla quota di capitale della BCE posseduta da ogni stato membro, ossia la regola che faceva sì che si acquistassero sul mercato secondario soprattutto titoli tedeschi, che non ne avevano affatto bisogno.
  • Al fine di garantire maggiore liquidità al sistema bancario e – si spera – all’economia reale, saranno temporaneamente realizzate nuove aste a lungo termine (Ltro“long term refinancing operation”), a un tasso di interesse pari alla media del tasso sui depositi (oggi al -0,50%). Al momento sono previste operazioni settimanali, a partire da lunedì 16 marzo e fino all’8 giugno, con scadenza, per tutte le operazioni, il 24 giugno.
  • Ad esse si affiancheranno condizioni molto più generose per le aste di liquidità targeted (Tltro“Targeted Longer-Term Refinancing Operations“), finalizzate a finanziare le piccole e medie imprese, già previste fino a luglio 2021. Esse avranno un tasso di interesse di 25 punti base inferiore alla media del tasso di riferimento (oggi a zero), il quale potrà scendere fino a 25 punti base (oggi sono svolte a un tasso “base” pari alla media del tasso di riferimento) al di sotto della media del tasso sui depositi (oggi a -0.50%) per le banche che manterranno il loro livello di prestiti.
  • Novità anche per quanto concerne la supervisione bancaria, la quale fa indipendentemente capo alla BCE, che ha deciso di rendere più flessibili i requisiti patrimoniali, permettendo tra l’altro alle banche l’uso integrale di tutti i fondi che sono stati accumulati per il rispetto dei criteri di liquidità e di capitale. Le stesse operazioni di vigilanza saranno realizzate con flessibilità, gli stress test, per esempio, saranno prorogati al 2021.

Infine, nessuna novità per quanto concerne i tassi di interesse. I mercati si aspettavano un segnale anche da questo punto di vista ma la BCE, temendo probabilmente gli effetti indesiderati di una ulteriore riduzione del costo del credito, per esempio sulla redditività delle banche che già devono sostenere un tasso negativo sui depositi presso la banca centrale, ha lasciato per il momento perdere, chiarendo però che vi sono ancora margini.

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