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Donald Trump vs Jerome Powell

La riunione del board della Federal Reserve tenutasi ieri non ha portato cambiamenti di sorta nella politica monetaria statunitense, con i tassi che con decisione unanime restano fermi all’intervallo 2.25%-2,50%, a sottolineare come la parola chiave dell’azione del Governatore Jerome Powell in questo periodo sia “pazienza”.

Egli, infatti, negli scorsi mesi, complice le pressioni presidenziali, aveva posto un freno al processo di normalizzazione del bilancio della Fed, cominciato dal suo predecessore, Janet Yellen – “drogato” per anni dal quantitative easing –  inaugurando una strategia più attendista che rinunciava così anche ai previsti innalzamenti dei tassi.

Il braccio di ferro, dunque, tra il potere politico, rappresentato dal Presidente Donald Trump, e la massima istituzione monetaria statunitense, ossia Jerome Powell, sembrava avviarsi verso un epilogo tanto triste quando scontato, con quest’ultimo costretto a piegarsi al volere del primo – non dimentichiamo infatti che è il Presidente americano a nominare il banchiere centrale – nonostante lo statuto della Fed preveda l’assoluta indipendenza del banchiere centrale dalla politica.

Sebbene Powell avesse sottolineato tale aspetto a più riprese, rivendicando l’autonomia decisionale della Fed, le ultime decisioni annunciate sembravano troppo allineate con il volere presidenziale.

È per tale ragione che dalla riunione di ieri i mercati si aspettavano un’apertura su futuri allentamenti dei tassi nel corso dell’anno e, nel medio-lungo periodo, sulla possibilità di un nuovo QE che desse ulteriore man forte alla già sostenuta crescita dell’economia americana, ipotesi però non verificatasi, dato che Powell, come detto in apertura, ha preferito la strada della prudenza, interpretata dagli osservatori come un sussulto d’orgoglio, tanto dell’Istituzione, quanto soprattutto dell’uomo, che con questa mossa pare ora aver assunto una posizione più vicina a quella di Janet Yellen, con cui per altro ha lavorato nel precedente mandato spalla a spalla, vittima dell’egocentrismo dell’inquilino della Casa Bianca, nei confronti del quale, in una recente intervista, si è tolta un sassolino dalla scarpa, definendolo senza troppi giri di parole un ignorante in materia economica.

Quello che nello specifico Trump pare non cogliere sono le diverse fasi di cui si compone il ciclo economico: la crescita mondiale prosegue ormai da dieci anni, un lasso temporale che, stando alle serie storiche, non ha precedenti nella storia; il Presidente americano non comprende come crescere in maniera perpetua non sia possibile e le probabilità di una nuova crisi, una cui avvisaglia potrebbe essere l’inversione della curva dei rendimenti dei bond statunitensi, si fanno sempre più reali.

L’idea che un’economia in forte ascesa come quella statunitense (+3.2% nel primo trimestre del 2019) abbia bisogno di nuovi stimoli, copiando, a detta di Trump, il modello cinese, lascia ben pochi dubbi sulla veridicità di quanto affermato dall’ex chairman della Federal Reserve.

Il ruolo del banchiere centrale non può essere ridotto a quello di una stampante di denaro al servizio della politica, altrimenti la sua figura neppure avrebbe un senso; il ruolo del banchiere centrale è ben più complesso: stimolare l’economia quando ristagna e, al contrario, porvi un freno quando essa cresce a ritmi non sostenibili. Per chi volesse approfondire, trattai l’argomento in un articolo di qualche anno fa dal titolo “Il quantitative easing non è la panacea.”

Il doping che Trump vorrebbe per l’economia statunitense, un taglio di un punto percentuale netto dei tassi, “like one point” nel gergo della Casa Bianca, accompagnato da un nuovo QE, rischierebbe di disarmare la Federal Reserve se la crisi pronosticata dai più dovesse materializzarsi a breve: i tassi rimangono tutt’ora bassi e il portafoglio di titoli in seno all’Istituzione, conseguenza del QE, resta e resterà ampio ancora a lungo dato lo stop operato da Powell nei mesi scorsi.

Non basta, calpestare in questo modo la credibilità della Fed potrebbe ridurre l’influenza che l’Istituzione ha non solo sull’economia americana, ma sull’intera economia mondiale, dato il ruolo del dollaro come valuta di riserva, influenza che, data l’ascesa dell’economia cinese, è già di per sé destinata a ridursi.

Forse The Donald, più che preoccuparsi di avere un numeretto più alto alla voce PIL da esibire nei suoi tweet, dovrebbe occuparsi di combattere le crescenti disuguaglianze, acuite da un welfare state lontano dagli standard europei, in fondo non è per questo che la classe operaia americana lo votò in massa?

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