Cominciò tutto con la Fed impegnata a porre un freno alla crisi dei mutui subprime, proseguì con la Bank of England con lo scopo di alleviare l’inevitabile contagio, qualche mese fa fu la volta della BCE, nonostante la forte opposizione della Germania, adesso è il turno della Cina.

I banchieri centrali delle più grandi economie del mondo, siano essi indipendenti per mandato – come nel caso della BCE – o subordinati all’esecutivo – la maggioranza anche se con differenze in alcuni casi piuttosto marcate – stanno tutti tentando la strada dell’allentamento monetario, il cosiddetto quantitative easing per rilanciare le rispettive economie.

Non si tratta certo di una strada nuova, basti pensare che il Giappone ha attuato, e continua ad attuare, questa strategia per risollevarsi dalla profonda deflazione in cui è sprofondato da oltre un decennio e da cui non è ancora uscito del tutto.

Del resto, fallita la strategia di ripresa attraverso la fissazione del costo del denaro a livelli prossimi allo zero, in un mondo nel quale le politiche fiscali sembrano diventate il male assoluto, ai banchieri centrali non resta che continuare ad iniettare denaro nel mercato per archi temporali sempre più dilatati, con la speranza che prima o poi qualcosa si muova e si cominci così ad intravedere la luce in fondo al tunnel.

Ma se si continua a drogare il mercato in questo modo, il rischio overdose si fa sempre più concreto.

Il quantitative easing ha effetto se il denaro iniettato finisce nel mercato reale, se invece, come è accaduto e sta accadendo, esso viene utilizzato per investire in asset finanziari – complici anche i bassi tassi voluti dai banchieri centrali – viene a determinarsi un aumento di questi ultimi ed uno sostanziale scollamento tra economia reale e finanziaria.

Ciò determina profonde bolle speculative che, non appena i fondamentali macroeconomici di un’economia influente vengono resi noti, risultando, chiaramente, nettamente inferiori a quelli dei listini finanziari, causano vendite da panico e profondi crolli in borsa.

È ciò che è accaduto ai mercati lunedì scorso dopo la diffusione dei dati dell’economia cinese con gli indici Dow Jones e Nasdaq che hanno lasciato per strada, rispettivamente, fino al 6 e l’8%.

Anche Milano e le altre borse europee hanno fatto registrare tracolli simili. Viviamo in un modo globalizzato e profondamente interconnesso, è normale che ciò avvenga.

 


Il nòcciolo della questione qual è?

L’economia cinese rallenta. Ciò comporta una minor richiesta di commodities, e quindi un abbassamento dei loro prezzi, con conseguenze rilevanti sulla tenuta dei Paesi che ne dispongono, Russia in primis.

Nel contempo, questo conduce ad una riduzione della domanda delle imprese occidentali che si servono dei prodotti cinesi, le quali a loro volta fanno registrare performance economiche inferiori alle attese che si ripercuotono sul loro valore borsistico.

Alle considerazioni fatte, sono da aggiungere, e non trascurare, le guerre di valute che non accennano a placarsi, soprattutto i continui aggiustamenti – presumibilmente svalutazioni competitive – dello yuan operati nelle ultime settimane dalla Banca Popolare Cinese.

Con l’economia cinese in difficoltà, il rischio di un ulteriore rinvio nell’innalzamento dei tassi da parte della Fed si fa sempre più probabile, in tale contesto infatti esso potrebbe minare la ripresa dell’economia americana e di conseguenza le prospettive di crescita di quella europea, ancora instabili.

Come detto, però, se la Fed non si sbriga, il rischio dell’esplosione di una nuova bolla e quindi di una nuova crisi si fa sempre più reale, occorre dunque agire con cautela.

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