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E’ di questi giorni la notizia secondo cui Deutsche Bank e Commerzbank, i due più grossi istituti di credito tedesco, starebbero per fondersi, creando, dopo l’inglese HSBC e la francese BNP Paribas, con un patrimonio di circa 1.8 trilioni di euro, la terza banca più grande d’Europa.

Quella dei due colossi del credito tedesco, più che una scelta, sarebbe in realtà un’esigenza, molto ben vista dal Governo tedesco.

Nonostante infatti i buoni risultati fatti registrare nell’ultimo anno – 865 e 341 milioni di utile netto, rispettivamente, per Commerzbank e Deutsche Bank – abbiano segnato una decisa inversione di tendenza rispetto al recente passato, i due istituti continuano a soffrire degli effetti della crisi finanziaria, che ha portato alla nazionalizzazione della prima (lo Stato tedesco ne detiene ancora la maggioranza con il 15.6%) e l’emersione dell’enorme mole di derivati in pancia alla seconda (48.6 trilioni di euro), tanto che il Fondo Monetario Internazionale, nel 2016, la definì come la “peggior banca del mondo”, in quanto fattore di rischio per l’intera economia mondiale, senza dimenticare il recente scandalo riciclaggio di Danske Bank, in cui DB sembra essere dentro fino al collo.

A ciò si aggiungono i mali di cui soffre gran parte del settore bancario europeo: bassa redditività, costi elevati, prezzo delle azioni ai minimi storici e un diffuso malcontento tra azionisti e stakeholders.

Lo scenario che si prefigura per i prossimi anni è altrettanto complicato.

Il rallentamento dell’economia costringerà Mario Draghi e, presumibilmente, il suo successore, a mantenere i tassi nell’Eurozona bassi ancora a lungo (forse fino al 2021), il che contribuirà ad incidere negativamente sui margini, già risicati, frutto anche dell’eccessivo numero di banche presenti sul suolo europeo che amplificano la concorrenza.

Bassi margini hanno inevitabilmente effetti sugli investimenti, ciò di cui i due colossi maggiormente necessiterebbero per combattere l’ascesa dello shadow banking e del Fin-tech, e gli alti costi di gestione, i faticosi tagli del personale e delle filiali osteggiati dai sindacati che non vedono di buon occhio questa fusione, nonché i requisiti prudenziali di capitale e la compliance con regole sempre più restrittive, da un lato rendono le due banche agli occhi dei potenziali clienti meno attraenti, dall’altro aumentano i costi del business bancario ed erodono gli utili, scoraggiando gli investitori.

A differenza delle banche dei Paesi mediterranei, però, il rapporto tra Npl (Non performing loans), ossia quei crediti definiti come deteriorati, non esigibili, e gli asset complessivi risulta piuttosto basso: Commerzbank 0,9% e DB poco sotto il 2%.

Ed è questo dato, a mio avviso, uno dei due motivi di maggiore discussione.

Negli ultimi anni, tanto la BCE, quanto il Governo tedesco, ha posto un accento quasi esclusivo sul tema Npl, ignorando la questione derivati, per certi versi ancora più grave per la tenuta dell’Eurozona.

Lo sottolineavo poco più di un anno fa, in un mio articolo dal titolo “NPL vs derivati, questione di leadership”.

Il secondo motivo, forse meno eloquente, risiede in quella partecipazione del Governo tedesco in Commerzbankprima ricordata, eredità della pesante nazionalizzazione messa in atto da Angela Merkel negli anni della crisi finanziaria per scongiurare il collasso del sistema bancario tedesco, quando ancora era possibile farlo.

Con la Direttiva europea 2014/59/UE del 15 maggio 2014, cosiddetta “bail-in” (Per approfondimenti, vi propongo un mio vecchio articolo: “Vi spiego cos’è il bail-in”) recepita dal nostro Paese attraverso il decreto legislativo n. 180 del 16 novembre del 2015, infatti, non è più possibile per uno Stato salvare un istituto di credito in difficoltà, impedendo così che gli errori del management di una banca ricadano sulla collettività.

Questa soluzione, da molti criticata, rappresenta a mio avviso un passo in avanti notevole per noi cittadini, troppo spesso chiamati a pagare per colpe non nostre, nonché, finalmente, un tentativo di responsabilizzare, in sequenza, azionisti, obbligazionisti e correntisti fino a 100mila euro per i conti in rosso della “propria” banca.

I tedeschi hanno il vizietto, per certi versi anche ammirevole, di anticipare costantemente i Paesi partner sulle riforme per poi, sfruttando il proprio peso politico ed economico, indirizzare l’agenda dell’intera Eurozona su di esse.

Come detto, è successo anche nel caso del bail-in: mentre noi, un po’ per negligenza, un po’ per l’alto debito che ci impediva di attuare pesanti nazionalizzazioni, continuavamo a ripeterci che le nostre banche erano in salute, Angela Merkel dava una profonda rassettata alle “sue”; una volta completata, ha spinto il piede sull’acceleratore sul tema bail-in, con noi costretti a rincorse disperate per salvare le varie Cassa Marche, Popolare Etruria, Carife e Carichieti e, tra mille acrobazie, ancora Montepaschi e Carige.

Per una volta, però, questa necessità di fusione coglie forse impreparato lo stesso Governo tedesco che, data la quota di maggioranza in Commerzbank, appare tutt’altro che un osservatore disinteressato.

Ribadisco, magari non in modo eloquente, ma le pressioni di Berlino verso il buon esito della trattativa rappresentano un seppur velato aiuto di Stato, di quale peso potremmo scoprirlo soltanto quando vedremo gli effetti che questa operazione sortirà sul prezzo delle azioni di Commerzbank.

Infine, siamo proprio sicuri che la fusione di due colossi in difficoltà porterà alla guarigione di entrambi? Che si stia invece creando un gigante dai piedi d’argilla? Solo il tempo potrà dircelo, fino ad allora però sarebbe il caso che Bundesbank e BCE vigilino sulla vicenda, anteponendo, nel caso, l’interesse generale – la tenuta della zona euro – a quello particolare di una banca seppur sistemica come Deutsche Bank.

Lehman Brothers ci ricorda che “too big to fail” è un paradigma che appartiene ormai al passato.

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