Npl-vs-derivati

Uno dei temi maggiormente dibattuti in Europa nel corso del 2017 è stato senza dubbio quello degli Npl (Non performing loans), ossia quei debiti contratti da imprese e famiglie che, a causa della crisi economica, non sono riusciti a ripagare, determinando dei buchi nei bilanci degli istituti di credito.

Il Paese che più di tutti ha dovuto fronteggiare questo problema, insomma, quello più esposto, è l’Italia,  non solo perché, come una parte dei media ha più volte sottolineato, la connivenza tra politica e banche abbia più volte “costretto” le seconde a prestare denaro a chi non aveva idonee garanzie a riceverne – che la corruzione sia un grave problema per il nostro Paese non lo scopro certo io – ma anche e soprattutto perché, nel momento in cui gli altri membri dell’Unione – soprattutto quelli spesso elogiati come modelli da seguire, leggasi Germania – si impegnavano a salvare gli istituti di credito in difficoltà ad ogni costo, chi ci governava ci rassicurava circa la solidità del nostro sistema bancario, complici una vigilanza fallace e un elevato debito pubblico che lasciava onestamente pochi margini di manovra.

In prossimità del recepimento della direttiva sul bail-in, dunque l’impossibilità dal 1 gennaio 2016 di utilizzare il denaro pubblico per salvare gli istituti in difficoltà, le fragilità del nostro sistema bancario sono venute fuori, fragilità che – spero di essere stato chiaro – non erano superiori a quelle di altre economie, la differenza sta essenzialmente nel fatto che, mentre gli altri si prodigavano nello spazzar via la polvere, noi ci impegnavamo a nasconderla sotto al tappeto, fino a quando la situazione non è irrimediabilmente degenerata.

D’altronde, la storia insegna, noi italiani siamo i maestri nella risoluzione delle emergenze, mentre siamo sempre gli ultimi della classe quando c’è da programmare.

Quello che però raramente ho avuto modo di leggere sui giornali, troppo impegnati nel seguire i gossip che scandali di questo tipo si portano dietro, e che con questo articolo ho intenzione di provare a spiegare, è il motivo che ha portato la creazione degli Npl, al netto, chiaramente, della questione corruzione, tema mai affrontato con serietà dai Governi, nonostante le classifiche internazionali ci pongano costantemente nelle retrovie: le banche hanno ottemperato al loro ruolo cardine, ciò per cui un sistema economico non può prescindere da esse, ossia, fornire credito a imprese e famiglie.

Il fatto che questi soggetti non siano stati poi in grado di far fronte ai debiti contratti è solo conseguenza della più grande crisi che l’occidente abbia conosciuto dal ’29.

Un altro tema in cui noi italiani difettiamo parecchio, probabilmente la ragione per la quale siamo diventati uno Stato soltanto nel 1861, è che, fondamentalmente, ci vogliamo poco bene.

Mi spiego meglio.

A costo di scadere nel benaltrismo, il tema Npl, per quanto delicato, non ha nulla a che vedere con la questione derivati, assai più grave, soprattutto perché, come detto, se nel primo caso le banche hanno subìto perdite per dar sostegno all’economia reale, dunque ai cittadini, nel secondo l’hanno fatto soprattutto per speculare, in modo da soddisfare l’avidità dei rispettivi management.

Lungi da me demonizzare i derivati, i quali, se responsabilmente utilizzati, rappresentano un utile strumento di copertura contro il rischio, il problema però si pone quando la loro funzione si riduce a mero strumento di speculazione.

E allora perché fare il processo alle banche per gli Npl e non per le spericolate operazioni sui derivati?

A mio avviso la questione è essenzialmente politica, ossia si riconduce a chi, tra i membri dell’Unione, dispone di autorevolezza tale da dettare l’agenda politica in Eurozona, dunque la Germania.

Così, mentre le nostre banche si affrettavano, in collaborazione con l’Esecutivo, a tamponare la questione Npl, Deutsche Banksu cui si attendono le conclusioni delle indagini della Procura di Milano per i fatti del 2011 – con in pancia 55mila miliardi di derivati, oltre duemila volte la sua capitalizzazione, dormiva sonni tranquilli. Discorso analogo per Volkswagen, falcidiata dalle class-action negli USA per lo scandalo Dieselgate, impunita in Europa, con il Governo tedesco che ha, a più riprese, provato a buttare nel calderone anche Fiat Chrysler.

Questo non vuole dire che i tedeschi siano brutti e cattivi o che ci vogliano ridurre a loro schiavi, significa essenzialmente che, senza stabilità politica, senza una legge elettorale che la garantisca, con partiti politici ancora a tirar fuori ridicoli referendum sull’euro e cittadini ancora così immaturi da ascoltarli, i nostri problemi finiranno per essere sempre enormi e quelli degli altri, spesso più grandi dei nostri, neppure presi in considerazione.

Con una Germania mai così in difficoltà e con una Francia – con cui condividiamo alcuni problemi ed interessi – probabilmente mai così solida, sarebbe il caso il 4 marzo prossimo di dare al nostro Paese finalmente un Governo serio e autorevole.

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