BRICS, quale futuro?

Era il 2001 quando un economista di Goldman Sachs, Jim O’Neill, coniò il termine “BRIC” in un paper che si occupava di analizzare la crescente importanza geopolitica ed economica che Paesi quali Brasile, Russia, India e Cina – da cui l’acronimo – avrebbero assunto da qui a qualche decennio, si ipotizzava entro il 2050.

L’idea di realizzare un asse, un forum, tra questi nuovi aspiranti attori della scena mondiale arrivò più tardi, era il 2009, a cui seguì, un anno dopo, l’invito a partecipare al Sud Africa, che comportò l’aggiunta di una “S” e dunque la creazione dell’acronimo “BRICS”, tutt’ora in uso.

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Bank of Japan, maggiore flessibilità nel controllo della curva dei rendimenti.

Lo confesso, trovo sempre meno interessante scrivere articoli sulle decisioni di politica monetaria adottate da Fed e BCE, questo perché le due principali banche centrali del mondo hanno completamente abbandonato quella che, nel gergo tecnico, si definisce “forward guidance”, ossia la capacità di incidere, o quantomeno condizionare, attraverso gli annunci, le aspettative dei mercati.

Il mantra attuale è “Decideremo sulla base dei dati”, “Siamo dipendenti dai dati”, quasi ignorando che in qualsiasi corso di macroeconomia viene insegnato agli studenti che sono necessari dai 6 ai 9 mesi prima che una decisione di politica monetaria produca gli effetti sperati sull’economia reale.

Cosa significa tutto ciò? Che i nostri banchieri centrali sono sempre in ritardo, in perenne balìa degli eventi.

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Il Nasdaq 100 si ribilancia.

La settimana che si avvia a concludersi è stata molto importante per gli investitori, in particolare per chi opera sul mercato americano ed è affezionato agli ETF (Exchange Traded Funds), ossia a quegli strumenti di gestione passiva che si pongono l’obiettivo di replicare fedelmente l’andamento – e dunque il rendimento – di un indice borsistico.

Abbiamo infatti assistito al ribilanciamento del “Nasdaq 100”, l’indice che rappresenta i 100 maggiori titoli quotati al Nasdaq ponderati sulla base delle rispettive capitalizzazioni di mercato: più grande è l’azienda, maggiore sarà il proprio peso sull’indice.

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Politica monetaria, facciamo il punto.

Le ultime due settimane sono state caratterizzate da importanti decisioni di politica monetaria da parte di tutte le più importanti banche centrali del mondo.

Quest’articolo si prefigge di farne un recap, partendo dalla Federal Reserve, che ha interrotto la lunga serie di aumenti dei tassi durata ben 15 mesi, passando per la Banca Centrale Europea e Bank of England, le quali, hanno deciso di proseguire nella lotta all’inflazione, Bank of Japan che, nonostante il cambio al vertice, continua a mantenere una posizione attendista, e People’s Bank of China, la quale, al contrario, prova a dare slancio ad una ripresa che tarda ad arrivare, iniettando nuova moneta nella sua economia.

Infine, parlerò del nuovo corso della Banca Centrale turca, sicuramente marginale nello scacchiere internazionale, ma le cui politiche non ortodosse, imposte dal Presidente Recep Tayyip Erdogan, hanno più volte attirato la mia attenzione.

Fatta questa premessa, cominciamo subito.

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India, nuovo tentativo di demonetizzazione.

Sono trascorsi diversi anni – era il 2016 – dall’ultimo tentativo di demonetizzazione operato dall’India.

Allora, ne scrissi anch’io, si trattò di un vero e proprio bagno di sangue: l’86% della valuta indiana, la rupia, nello specifico le banconote da 500 e 1.000, furono invalidate dall’oggi al domani, costringendo i cittadini a mettersi in fila presso gli istituti bancari di tutto il Paese, pena l’impossibilità di effettuare pagamenti e la perdita del proprio denaro.

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Mercato immobiliare, il ventre molle d’Europa.

Il quartier generale di Aroundtown SA a Francoforte (Germania).

Il leitmotiv della politica monetaria europea – e non solo – dell’ultimo decennio è stato sicuramente quello dei “tassi zero”.

Al fine di offrire supporto alla ripresa economica, infatti, prima a causa della crisi finanziaria, poi di quella pandemica, le Istituzioni di politica monetaria hanno notevolmente favorito la concessione di denaro a prestito a famiglie e imprese, con il risultato di finanziare, implicitamente, anche ciò che a condizioni normali probabilmente nessuno si sarebbe mai sognato di finanziare.

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