Il Nasdaq 100 si ribilancia.

da | Lug 28, 2023 | Politica economica | 0 commenti

La settimana che si avvia a concludersi è stata molto importante per gli investitori, in particolare per chi opera sul mercato americano ed è affezionato agli ETF (Exchange Traded Funds), ossia a quegli strumenti di gestione passiva che si pongono l’obiettivo di replicare fedelmente l’andamento – e dunque il rendimento – di un indice borsistico.

Abbiamo infatti assistito al ribilanciamento del “Nasdaq 100”, l’indice che rappresenta i 100 maggiori titoli quotati al Nasdaq ponderati sulla base delle rispettive capitalizzazioni di mercato: più grande è l’azienda, maggiore sarà il proprio peso sull’indice.

Quella del ribilanciamento è un’operazione che di norma avviene ad intervalli trimestrali, nel caso specifico, però, complice lo straordinario rally dei titoli ribattezzati FAANG (acronimo di Facebook (META.US), Amazon (AMZN.US), Apple (AAPL.US), Netflix (NFLX.US) e Alphabet (GOOGL.US)), esso ha assunto carattere “speciale”: la SEC (Securities and Exchange Commission), l’ente preposto alla vigilanza della Borsa statunitense, prevede infatti un ribilanciamento speciale «ogni qual volta le società con un peso superiore al 4,5% superino la soglia cumulativa del 48% dell’indice».

Aggiungendo alle FAANG le performance di Microsoft (MSFT.US), Nvidia (NVDA.US) e Tesla (TSLA.US), ecco che il peso complessivo sull’indice Nasdaq 100 era schizzato al 56%, una condizione a cui andava posto rimedio.

Le straordinarie performance delle principali aziende hi-tech USA da inizio anno.

A cosa si deve questo exploit? Essenzialmente all’hype verso l’intelligenza artificale (AI), che sembrerebbe essere la “next big thing” degli anni a venire.

Per comprendere meglio la disparità di performance registrate tra le big dell’hi-tech finora citate e la media di tutte le altre aziende che compongono l’indice è sufficiente confrontare il “Nasdaq 100” con il “Nasdaq 100 Equal Weighted, ossia un indice che raggruppa le medesime aziende ma equamente pesate: da inizio anno al 13 luglio, il primo ha registrato una performance del 44,15%, il secondo “soltanto” del 24,04%.

“Nasdaq 100” VS “Nasdaq 100 Equal Weighted”

Un ribilanciamento necessario.

Impedire che alcune aziende acquisiscano un peso eccessivamente dominante, garantendo così una maggiore diversificazione, rappresenta un obiettivo cruciale per la SEC, e ritrovarsi indici eccessivamente sovraesposti in determinati settori – nel caso specifico quello dell’hi-tech, – avrebbe potuto mettere a repentaglio i risparmi di tante famiglie e imprese che si affidano sempre più allo strumento degli ETF. Il Nasdaq 100, infatti, come descritto in apertura, costituisce la base per numerosi ETF, circa 24, tra cui Invesco QQQ ETF, il secondo ETF più scambiato in assoluto.

Non si tratta della prima volta che si rende necessaria un ribilanciamento speciale: era già capitato nel 1998 e nel 2011, rispettivamente a causa dell’ascesa di Microsoft e Apple.

Quali effetti?

Il ribilanciamento, nel breve periodo, avrà senz’altro un impatto sui mercati, poiché miliardi di dollari di azioni saranno scambiati per permettere ai fondi di adeguarsi al cambiamento. Ne deriverà una maggiore volatilità ma essa dovrebbe essere attenuata dal fatto che si tratta pur sempre di titoli molto scambiati, dunque, estremamente liquidi.

L’azienda a subire il maggior ridimensionamento sarà Microsoft, seguita da Apple e Google. Tesla, invece, avrà un peso del 4,5%, mentre Meta appena sotto la soglia, al 4,4%.

E l’S&P 500?

Il ribilanciamento del Nasdaq 100 pone anche degli interrogativi sullS&P 500, il più importante indice azionario statunitense, il quale comprende le principali 500 aziende a stelle e strisce.

In realtà, stando alle regole vigenti, siamo lontani da ciò, dato che esso si rende necessario soltanto quando l’aggregato delle società, ciascuna con peso superiore al 4.8%, supera il 50% dell’indice totale. In questo momento, le uniche due aziende vicine a tale soglia sono Apple e Microsoft, le quali, unite a Amazon, Nvidia e Tesla, rappresentano “solo” il 22.2% del totale.

Ciò nonostante, anche nell’S&P 500 qualcosa comincia a scricchiolare, anche qui, è sufficiente osservare la forbice tra le performance sfavillanti delle big dell’hi-tech con quelle pressoché piatte di tutte le altre.

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