Si è tenuta ieri la consueta riunione mensile della BCE da cui sono emerse importanti novità sulla politica monetaria dell’Eurozona per i mesi a venire.
Le tensioni tra Stati Uniti e Cina, il nodo Brexit, nonché la recessione italiana e il difficile periodo per l’industria automobilistica tedesca, sono i principali motivi addotti da Draghi per giustificare le decisioni prese all’unanimità dal board che hanno sorpreso gli investitori, i quali non si aspettavano un cambio di passo così repentino.
“La vendetta è un piatto che va consumato freddo”, così recita un famoso adagio e Janet Yellen, ex Presidente della Federal Reserve, sembra conoscerlo bene.
Il Presidente della Federal Reserve, Jerome Powell.
Nella giornata di ieri si è tenuta la consueta riunione mensile della Federal Reserve, la quale, seppur conclusasi con un nulla di fatto in termini modifiche dei tassi, ha offerto alcuni spunti su cui credo valga la pena discutere.
Sebbene infatti non siano cambiate le prospettive di crescita dell’economia statunitense rispetto a dicembre – l’economia resta solida, tasso di occupazione e fiducia dei consumatori restano su livelli ottimi e l’inflazione ad un livello prossimo al target del 2% – dalle parole di Powell è emersa l’idea di un sostanzialmente rallentamento, sia nelle previsioni di nuovi aumenti dei tassi per il 2019 – l’attuale range 2.25%-2.50% è considerato ora neutrale, né restrittivo, né accomodante – sia nella normalizzazione del bilancio della Fed, il quale potrebbe concludersi ad un livello più alto rispetto a quanto ipotizzato dal suo predecessore, Janet Yellen.
Il Governatore della Banca Centrale Europea, Mario Draghi.
Su questo blog sono salito parlare del Governatore della Banca Centrale, Mario Draghi, l’indomani di una riunione del board, al fine di discutere circa le decisioni prese in ambito monetario.
Stavolta, invece, farò uno strappo alla regola, in quanto, in occasione di un incontro alla commissione Affari economici del Parlamento europeo, il n. 1 dell’Eurotower, nel rispondere ad una domanda posta da Philippe Lamberts, co-presidente del gruppo dei Verdi, ha, almeno per ciò che mi riguarda, distrutto in un sol colpo tutte le argomentazioni dei numerosi sostenitori della sovranità monetaria.
Domenica scorsa i populisti – Alessandro Di Battista su Rai 1 e Giorgia Meloni su La7 – hanno svelato agli italiani il complotto del Franco CFA, a loro dire, una delle cause dell’aumento dei flussi migratori verso il nostro Paese.
Al fine di una migliore fruizione, ho scelto di suddividere quest’articolo in tre parti: nella prima proverò a spiegarvi cos’è il Franco CFA e le motivazioni storiche ed economiche che hanno portato alla sua creazione; nella seconda parte, invece, descriverò i vantaggi e gli svantaggi connessi all’ancoraggio di questa valuta all’euro e, più in generale, dei costi-benefici dell’introduzione di un sistema di cambi fissi; infine, fornirò una risposta alla domanda poc’anzi posta, ossia se le tesi di Di Battista e Meloni hanno un qualche fondamento. Dunque cominciamo.
Il Parlamento britannico ieri sera ha rigettato l’accordo di uscita del Regno Unito dall’Unione Europea. Una bocciatura sonora quella subìta da Theresa May (432 voti contro 202, con 118 membri del Partito conservatore schierati contro la loro leader) la peggiore di un Governo britannico dal 1924.