Jerome-Powell-Fed
Il Presidente della Federal Reserve, Jerome Powell.

Nella giornata di ieri si è tenuta la consueta riunione mensile della Federal Reserve, la quale, seppur conclusasi con un nulla di fatto in termini modifiche dei tassi, ha offerto alcuni spunti su cui credo valga la pena discutere.

Sebbene infatti non siano cambiate le prospettive di crescita dell’economia statunitense rispetto a dicembre – l’economia resta solida, tasso di occupazione e fiducia dei consumatori restano su livelli ottimi e l’inflazione ad un livello prossimo al target del 2% – dalle parole di Powell è emersa l’idea di un sostanzialmente rallentamento, sia nelle previsioni di nuovi aumenti dei tassi per il 2019 – l’attuale range 2.25%-2.50% è considerato ora neutrale, né restrittivo, né accomodante – sia nella normalizzazione del bilancio della Fed, il quale potrebbe concludersi ad un livello più alto rispetto a quanto ipotizzato dal suo predecessore, Janet Yellen.

La mossa, che ha fatto felici gli investitori a Wall Street (Dow Jones: +1.9% – Nasdaq +2.1%), è stata giustificata dai rallentamenti dell’economia internazionale (in primis Cina e Europa), dallo shutdown, e dalla telenovela Brexit.

Ciò nonostante, molti addetti ai lavori l’hanno letta come la resa del Presidente della Federal Reserve ai violenti attacchi della Casa Bianca delle ultime settimane, a cui Powell ha prontamente risposto, ribadendo, per l’ennesima volta, l’assoluta indipendenza dell’istituzione dalla politica.

A rafforzare la sua posizione sono le critiche che Powell non ha lesinato nei confronti dell’alto debito pubblico statunitense, definito “insostenibile”, soprattutto però per quanto concerne la voce “spesa sanitaria”, dunque non direttamente imputabile all’amministrazione Trump.

In sintesi, dunque, una Fed meno lanciata nel seguire i due aumenti dei tassi inizialmente previsti per quest’anno e più decisa a valutare di volta in volta le decisioni da intraprendere.

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