Prosegue senza intoppi il processo di normalizzazione della politica monetaria negli Stati Uniti.

A differenza dello scorso anno, infatti, quando la Governatrice della Fed, Janet Yellen, era stata costretta a rivedere i suoi piani – rimandando tutto al 2017 – gli incoraggianti dati macroeconomici dell’economia statunitense hanno permesso il secondo rialzo dei tassi – il primo era avvenuto il 15 marzo scorso – dei tre previsti per quest’anno.

Dunque, aspettative rispettate, con il costo del denaro che sale di 0.25 punti percentuali, all’1,00-1,25% – ricordiamo che la Fed, a differenza della BCE, non dà un valore puntuale ma un intervallo – raggiungendo così, per la prima volta dalla crisi finanziaria, quota 1%.

Quali sono le indicazioni che hanno permesso alla Fed di operare in tal senso?

Innanzitutto la crescita continua dell’economia americana che perdura da 96 mesi consecutivi, unito ad un tasso di disoccupazione al 4.3%, ai minimi dal 2001. Riviste invece al ribasso le stime sull’inflazione, dall’1.9% all’1.6% previsto a marzo – ricordiamo che la Fed ha un tasso obiettivo del 2% – dato che però non sembra preoccupare la Governatrice, che l’ha interpretato come transitorio, ma che, ha aggiunto, verrà monitorato nei mesi a venire.

Tale dato sull’inflazione non ha permesso di ottenere una votazione unanime, l’unico dissenso (8 contro 1) è stato quello del Governatore del Minneapolis, Neel Kashkari.

In un quadro di sostanziale ottimismo, resta l’incognita delle politiche espansive dell’amministrazione Trump, promesse in campagna elettorale ma al momento frenate dal Russiagate. Come già diffusamente spiegato in altri miei articoli – a tal proposito vi invito a leggere, se non lo avete fatto, “Trump, il suo “Make America Great Again funzionerà?” – le mie perplessità sulle politiche espansive di Trump nascono essenzialmente dalla non necessità di attuarle – l’economia americana va bene – e che, anzi, esse potrebbero risultare persino nocive, con l’effetto di creare una nuova bolla, dalla cui esplosione scaturirebbe una nuova crisi.

L’ottimismo di Janet Yellen è tale da averla spinta anche all’annuncio di un piano per la normalizzazione del bilancio della Fed, al cui attivo risultano ancora 4.500 miliardi di dollari, frutto delle manovre di alleggerimento monetario (quantitative easing) di questi anni.

Esso si concretizzerà attraverso il mancato reinvestimento dei titoli in scadenza oltre un certo tetto – crescente e fissato all’inizio a 10 miliardi di dollari al mese – in modo da non produrre effetti sulla curva dei rendimenti.

Entrando nello specifico, le modalità saranno le seguenti:

  • per i titoli di Stato, si partirà da un tetto di 6 miliardi che salirà fino a 30.
  • per i titoli legati ai mutui si comincerà invece da 4 miliardi per arrivare a 20.




L’unico effetto sarà dunque la riduzione delle riserve, che la Fed ha chiarito di voler comunque mantenere a livelli più alti di quelli pre-crisi ed in linea con la domanda delle aziende di credito.

Riguardo le tempistiche, non sono state ancora annunciate date precise – presumibilmente però esso prenderà il via dopo il terzo aumento dei tassi previsto – la Yellen ha parlato di “valutazione qualitativa”, ma comunque non oltre la fine dell’anno.

Infine, la Governatrice ha confermato la volontà di onorare il suo mandato, in scadenza nel febbraio del 2018 – ricorderete le dichiarazioni di Trump in campagna elettorale che in un tweet aveva manifestato la volontà di sostituirla – mentre, su ciò che accadrà successivamente, nulla è ancora deciso, dato che la Yellen non ha ancora avuto modo di parlarne con il Presidente Trump.

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