Franco CFA

Domenica scorsa i populisti – Alessandro Di Battista su Rai 1 e Giorgia Meloni su La7 – hanno svelato agli italiani il complotto del Franco CFA, a loro dire, una delle cause dell’aumento dei flussi migratori verso il nostro Paese.

Al fine di una migliore fruizione, ho scelto di suddividere quest’articolo in tre parti: nella prima proverò a spiegarvi cos’è il Franco CFA e le motivazioni storiche ed economiche che hanno portato alla sua creazione; nella seconda parte, invece, descriverò i vantaggi e gli svantaggi connessi all’ancoraggio di questa valuta all’euro e, più in generale, dei costi-benefici dell’introduzione di un sistema di cambi fissi; infine, fornirò una risposta alla domanda poc’anzi posta, ossia se le tesi di Di Battista e Meloni hanno un qualche fondamento. Dunque cominciamo.

Cos’è il Franco CFA?

Con Franco CFA si intende il franco della comunità finanziaria africana. In realtà esso non indica una sola valuta ma ben due (Xof e Xaf), le quali fanno capo a due aree di libero scambio composte dalla UEMOA (Unione economica monetaria ovest-africana) e dalla CEMAC (Comunità economica e monetaria dell’Africa centrale). Le due istituzioni coinvolgono complessivamente 14 Paesi (Camerun, Ciad, Gabon, Guinea equatoriale, Repubblica centrafricana, Repubblica del Congo, Benin, Burkina Faso, Costa d’Avorio, Guinea-Bissau, Mali, Niger, Senegal e Togo. ), i quali, se si fa eccezione di Guinea Equatoriale e Guinea-Bissau, sono tutte ex colonie francesi.

zona-franco

In virtù di questo legame storico-culturale con la Francia, nel 1948, complice un impoverimento generalizzato causato dal deprezzamento che colpì il franco francese con la fine della seconda guerra mondiale, si scelse di istituire un regime di cambi fissi tra le due valute africane ed il franco francese, quest’ultimo poi, a seguito dell’entrata della Francia nell’Eurozona, sostituito dall’euro nel 1999.

Un euro vale 655,957 franchi CFA.

Costi e benefici di un regime di cambi fissi.

In un regime di cambi fissi il tasso di cambio della moneta nazionale verso quelle estere è stabilito di norma dalla banca centrale nazionale. Il suo compito è rappresentato dall’acquistare e vendere valuta straniera per garantire la stabilità del tasso di cambio. Dato che è il Tesoro francese a garantire la piena convertibilità con l’euro – non la Banca Centrale Europea – spetta a lei effettuare questo tipo di operazioni. Esso rappresenta certamente un onere per le riserve della banca centrale francese, la quale, per tale motivo, richiede in cambio che le banche centrali africane delle due aree economiche della cosiddetta “zona franco” depositino presso di essa, su un conto a proprio nome, una quota delle riserve in valuta estere detenute, quota un tempo del 65%, poi ridotta al 50% dal 2009, che equivale a circa 7 miliardi di franchi CFA, poco più di 10 miliardi di euro. Da questo conto gli istituti centrali africani ottengono ovviamente un tasso di interesse, lo 0.75%, rendimento però virtualmente nullo se il tasso di inflazione dell’Eurozona è superiore ad esso (ricordiamo il target inflazionistico della BCE al 2%).

E’ importante sottolineare che la decisione di ancorare le proprie valute all’euro è assolutamente libera, insomma, non c’è alcuna costrizione della Francia verso le sue ex colonie.

Il dibattito sui vantaggi e gli svantaggi di ancorare la propria valuta ad una più forte è complesso e tutt’ora aperto, a maggior ragione nel caso del franco CFA.

Cerchiamo di capire perché.

Un Paese che dispone di una moneta forte, o decide di ancorare la propria ad una forte, dà senz’altro dei benefici in termini di mantenimento del potere d’acquisto dei propri cittadini, nonché una protezione dall’oscillazione del prezzo delle commodities – gli energetici in particolare – motivo per cui molti Paesi in via di sviluppo decidono di ancorare la propria valuta al dollaro statunitense. Il rovescio della medaglia è rappresentato dal fatto che così facendo si rinuncia all’attuazione di una propria politica monetaria e dunque allo strumento della svalutazione competitiva: i propri prodotti rischiano di essere poco competitivi sui mercati internazionali.

Diciamo che la scelta più logica sarebbe avere facoltà di svalutare la propria moneta quando si è un’economia in via di sviluppo – approccio definito wet, ossia sacrificare il potere d’acquisto in virtù di un tasso di disoccupazione più basso – per poi, una volta raggiunto un determinato stadio di sviluppo, virare su una visione più hard nose, ossia più attenta al mantenimento di un basso tasso di inflazione, passaggio che andrebbe spiegato a chi, ancora, nel nostro Paese, rimpiange l’epoca della lira.

Nel caso del Franco CFA la situazione è ancora più complessa dato che non è un singolo Paese ad ancorarsi ad una valuta forte, ma ben 14.

E’ come se ci fosse un duplice ancoraggio, il primo verso il franco CFA, il secondo verso l’euro. Nessuno più di noi, cittadini europei, conosce le difficoltà che hanno comportato l’introduzione della moneta unica: livelli di integrazione economica piuttosto elevati – si stima che i traffici interregionali siano pari a circa il 60% del totale – non ci hanno reso immuni da shock asimmetrici come la “teoria delle aree valutarie ottimali” aveva promesso. Bene, nel caso della zona Franco il commercio interregionale si ferma ad un modesto 20% rispetto al totale, senza contare che le differenze in termini di sviluppo tra i vari Paesi membri sono ben più marcate. Ciò vuol dire che già la sola esistenza del franco CFA per un così ampio e diversificato numero di Paesi sia tutt’altro che ottimale. Se ad esso aggiungiamo l’ancoraggio all’euro la situazione non può che peggiorare:
il forte apprezzamento dell’euro negli anni 2000 si è rivelato dannoso per le economie della zona Franco, soprattutto in termini di competitività, contribuendo probabilmente al dimezzamento delle esportazioni negli ultimi vent’anni dalla zona CFA verso l’Eurozona dal 50 al 25%, di cui hanno trovato giovamento Paesi quali Cina, Nigeria, India e Thailandia. Con la riduzione della mole di traffici tra Paesi CFA e Eurozona si sono anche affievoliti i benefici nel mantenere un tasso di cambio stabile nei confronti dell’euro.

Ciò nonostante, recenti studi empirici evidenziano che il tasso di crescita nella zona CFA non si discosta da quello di altri Paesi con un livello di sviluppo comparabile e che, anzi, si osservano tassi di inflazione più bassi e una migliore disciplina fiscale, soprattutto nei confronti delle economie dell’Africa sub-sahariana, sebbene questo non abbia sensibilmente contribuito a rendere tale area maggiormente attrattiva per gli investitori esteri, probabilmente a causa dell’ancòra fragile integrazione commerciale e finanziaria dei Paesi membri.

PIL comparison: CFA countries vs Not CFA african countries

Spetta dunque ai banchieri centrali del franco CFA valutare se è ancora utile continuare ad ancorare la propria valuta all’euro. Ribadisco, ne hanno piena facoltà.

Di Battista e Meloni hanno allora torto o ragione?

Cominciamo col dire che non è vero che la Francia stampa la valuta per i Paesi della zona CFA e, anche se fosse, non sarebbe un problema.

Stampare ed emettere moneta sono due cose distinte.

La stampa di banconote richiede tecnologia, e molti Paesi, tra cui alcuni Paesi africani, se la fanno stampare all’estero. Le banconote vengono pagate al costo di produzione, che è ben diverso dal valore facciale, ossia quanto il banchiere centrale decide debbano valere.

Come già chiarito più volte, il franco CFA non dà alcuna facoltà alla Francia di gestire la sovranità dei Paesi africani che lo adottano, né dal punto di vista finanziario e monetario, né tantomeno dal punto di vista fiscale. L’adozione di un regime di cambi fissi ancorato all’euro è una decisione presa in assoluta libertà dai banchieri centrali delle due aree di libero scambio africane, in qualsiasi istante possono rinunciarvi se non dovessero più ritenerlo conveniente.

infine non c’è alcun nesso di casualità tra l’adozione del franco CFA e l’aumento dei flussi migratori verso il nostro Paese per almeno due ragioni:

  1. Come osservabile dal grafico precedente, i Paesi che hanno adottato il franco CFA non hanno riscontrato tassi di crescita inferiori rispetto alle altre economie africane che non l’hanno adottato.
  2. Il grafico che segue dimostra che la percentuale di migranti proveniente dai 14 Paesi della “Zona Franco” è assolutamente trascurabile, tanto da poter asserire che non c’è alcuna relazione tra i due fenomeni.
Migrazione

Insomma, balle, balle e ancora balle, frutto di incompetenza o malafede lo lascio decidere a voi.

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