Theresa+May+Brexit
Theresa May, Primo Ministro del Regno Unito.

La frittata è completa.

Il Parlamento britannico ieri sera ha rigettato l’accordo di uscita del Regno Unito dall’Unione Europea. Una bocciatura sonora quella subìta da Theresa May (432 voti contro 202, con 118 membri del Partito conservatore schierati contro la loro leader) la peggiore di un Governo britannico dal 1924.

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Fonte: The Wall Street Journal

A nulla quindi è servito sia il rinvio del voto, inizialmente previsto in dicembre, sia l’accorato appello di ieri, nel quale la Premier Theresa May aveva parlato di “decisione storica che determinerà il futuro del nostro Paese per molte generazioni”.

La sonora sconfitta pone inevitabilmente delle domande sulla stabilità del Governo May, domande che riceveranno presto una risposta: è atteso infatti per oggi il voto di fiducia. Se, come sembra, May dovesse ottenerla – il Partito Unionista nord-irlandese (DUP), la stampella su cui si regge il suo Esecutivo, che ieri ha votato contro ha già annunciato che voterà la fiducia – verrebbe a crearsi a mio avviso un corto circuito senza precedenti.

Se Theresa May ha più volte ribadito che l’accordo raggiunto con l’Unione Europea è il migliore possibile, la fiducia al suo Esecutivo non ha alcun senso!

Dall’altro canto, gli stessi Juncker, Tusk e Barnier hanno anch’essi ribadito a più riprese l’impossibilità di un accordo diverso.

Dunque, che si fa?

L’ipotesi Hard Brexit non piace a nessuno, creerebbe dei danni economici incalcolabili, eppure la sensazione è che il Regno Unito stia imboccando proprio questa strada.

Tutto nasce dall’enorme equivoco di fondo di questa vicenda, frutto delle enormi balle diffuse dall’Ukip di Farage e dai tanti fautori del “leave” nel corso della campagna referendaria del 2016: dall’Unione Europea non è facile uscire come è stato fatto credere agli inglesi e non ci sarà alcun vantaggio economico nel farlo, tutt’altro.

Ciò nonostante, a mio avviso il principale responsabile di questo disastro è senza dubbio David Cameron, l’ex Premier, infatti, pur di ottenere la riconferma al Governo e provare a spuntare nuovi concessioni all’Unione Europea, promise il famoso referendum. Lungi da me demonizzare questo prezioso strumento di esercizio democratico ma, come già descritto in precedenti articoli, quando la tematica oggetto di discussione presuppone competenze tecniche, ritengo assolutamente sbagliato il suo utilizzo.

Una fetta di responsabilità, infine, almeno dal mio punto di vista, è anche dell’UE, in particolare del pressapochismo con cui venne scritto il famoso Art. 50 del Trattato di Lisbona, l’articolo che ha reso di fatto possibile la fuoriuscita di un Paese membro dall’Unione. Se allora fossero state delineate regole più precise e stringenti, probabilmente non ci troveremmo in questa situazione.

Tanto Cameron, quanto i leader europei, sottovalutarono l’eventualità che quest’ipotesi potesse concretizzarsi. Se vogliamo, è ciò che abbiamo vissuto anche con l’elezione di Trump e, in misura minore, con l’ascesa dei partiti populisti in Italia: l’elite che quasi sfida i popoli e questi ultimi che, complice la crisi, avendo perso ogni fiducia verso di essa, se ne fanno beffa e, in maniera quasi inconsapevole, mettono a repentaglio il loro stesso futuro. Una frattura che al momento appare difficile da ricomporre.

Detto della remota possibilità di un’Hard Brexit, una possibilità più concreta potrebbe essere quella legata ad uno slittamento della scadenza che, ricordiamolo, è fissata per il prossimo 29 marzo. L’ipotesi sarebbe percorribile e quindi accettabile da parte dell’Unione solo se all’orizzonte ci fossero stravolgimenti importanti nel Regno Unito come quella di nuove elezioni, ipotesi che, stante la probabile rinnovata fiducia del Parlamento britannico a May in programma quest’oggi, appare lontana. Anche nel caso il rinvio dovesse concretizzarsi, gli inglesi parteciperebbero o meno alle prossime elezioni europee in programma in maggio?

Ancora, potrebbe concretizzarsi l’ipotesi di un nuovo referendum, referendum che, alla luce delle tante difficoltà emerse, probabilmente sarebbe affrontato in maniera più saggia, tanto dalla politica, quanto dall’opinione pubblica. Theresa May ha però scongiurato anche questa ipotesi, ritenendola una mancanza di rispetto verso il risultato emerso nel 2016.

Quindi, di nuovo, che si fa?

E’ stato il popolo britannico ad aver scelto Brexit, l’Europa ha posto le sue condizioni e il Governo che non vogliono delegittimare le ha accettate. Sta a loro decidere, lo facciano in fretta e senza ripensamenti, anzi, un ripensamento possono farlo, quello di restare nell’Unione e contribuire ad una nuova Europa, più unita e più solidale.