Banche centrali, prosegue la lotta all’inflazione.

da | Set 23, 2022 | Politica economica | 0 commenti

Sono oltre 90 le Banche Centrali ad aver attuato almeno una stretta monetaria da inizio anno.

Quella che si avvia alla conclusione è stata una settimana densa di appuntamenti per chi, come me, segue la politica monetaria.

Sono stati davvero molti, infatti, i banchieri centrali intervenuti nell’ennesima puntata di quella che ormai potremmo definire una serie di successo, dal titolo “Lotta all’inflazione”, serie che, stando alle previsioni, dovrebbe andare avanti ancora per un bel po’.

Sì, perché nonostante i repentini, nonché ricorrenti, aumenti dei tassi, in gran parte del mondo il fantasma inflazione non sembra svanire, mentre il rischio recessione si fa sempre più reale.

Cominciamo dalla Fed.

La Federal Reserve statunitense mercoledì sera, ora italiana, ha annunciato un ulteriore inasprimento di 75 punti base – il terzo consecutivo – che porta il livello dei tassi nell’intervallo 3%-3,25%, il più alto dalla crisi del 2008, prevedendo che, da qui alla fine dell’anno, il costo del denaro salirà ancora, fino al 4.5%.

Il grafico dei “Dot Plot” della Federal Reserve

Ciò significa che nelle ultime due riunioni del board che mancano alla fine dell’anno, Jerome Powell dovrebbe operare altre due strette da 75 e 50, per complessivi 125 punti base; e non detto che ci si fermi lì se l’inflazione non darà i segnali sperati.

Ciò, chiaramente, avrà degli effetti negativi sul piano della crescita, la quale dovrebbe rallentare di uno 0.2% entro la fine dell’anno, con il tasso di disoccupazione che nel corso del 2023 dovrebbe ricominciare a salire fino al 4.4%.

Come osservato con Bank of England lo scorso agosto, si tratta di un prezzo che sempre più banchieri centrali sembrano disposti a voler pagare pur di riottenere l’obiettivo della stabilità dei prezzi.

Bank of England.

Dato che ne abbiamo appena fatto cenno, passiamo proprio a Bank of England, il cui board si riuniva giovedì.

Andrew Bailey, Governatore di BoE, ha annunciato un’ulteriore stretta di 50 punti base dopo quella operata in agosto – il costo del denaro che sale al 2.25% – con una dei membri del board, Catherine Mann, che avrebbe preferito un inasprimento di entità superiore.

Nel Regno Unito, più che altrove, l’inflazione ha raggiunto livelli preoccupanti e, sebbene l’Istituzione si sia mossa prima di tutte le altre banche centrali occidentali – ricordiamo che quello operato è il settimo rialzo dei tassi consecutivo – i critici ritengono che la sua opposizione sia stata all’inizio troppo debole.

Rispetto alle stime di agosto, che vedevano l’inflazione spingersi in autunno sino al 13%, i nuovi dati diffusi lasciano intendere ad un suo ritracciamento, anche se l’enorme piano di sostegno fiscale annunciato dalla neo Premier Liz Truss potrebbe rimescolare ancora le carte.

L’andamento del tasso di inflazione nel Regno Unito.

Il Monetary Policy Committee ha inoltre votato all’unanimità per ridurre lo stock di titoli di Stato in pancia all’Istituzione, in linea con quanto previsto lo scorso agosto. Il piano prevede che dal 3 ottobre il bilancio di BoE si ridurrà di circa 10 miliardi di sterline a trimestre. Essi, sommati ai gilt in scadenza, dovrebbero portare nel giro di un anno lo stock totale dai quasi 850 miliardi di sterline attuali a 758.

National Bank of Switzerland (BNS).

Una decisione importante è stata presa questa settimana anche da National Bank of Switzerland, la quale, con l’aumento dei tassi di 75 punti base, porta per la prima volta il costo del denaro oltre lo zero, esattamente allo 0.5%.

Per aiutare ad adeguarsi all’uscita dai tassi negativi, la BNS ha anche deciso di graduare la remunerazione degli averi a vista delle banche: fino a una certa soglia, le istituzioni finanziarie ottengono il tasso ufficiale, dopodiché si applica lo 0%. La banca centrale ha anche promesso “misure di assorbimento della liquidità” in eccesso.

Nel caso della Svizzera, complice la forza del franco, l’inflazione non desta particolare preoccupazione, dato che al momento è “vista” poco sopra il 3% per quest’anno, prima di rallentare al 2.4% l’anno prossimo e all’1.7% nel 2024.

Fonte: Bloomberg

Bank of Japan.

L’unica tra le principali banche centrali del mondo a restare ancora su territori negativi è Bank of Japan, i cui tassi sono fermi a -0.100% dal lontano febbraio del 2016.

Il governatore della BOJ, Haruhiko Kuroda, proprio ieri ha ribadito come non ci siano all’orizzonte cambiamenti della politica monetaria del Sol Levante, e che, a suo modo di vedere, non ci saranno nel giro dei prossimi due o tre anni. Tuttavia, la fine del suo mandato nel prossimo aprile potrebbe cambiare tutto.

Chiaro che, se tutto il mondo aumenta i tassi e tu resti fermo, la tua valuta si indebolisce, ed è ciò che sta accadendo allo yen: il suo valore rispetto al dollaro è crollato del 20% da inizio anno.

È notizia di ieri l’intervento di sostegno, il primo dal 1998, operato dal Giappone in sostegno della propria valuta, il cui valore si era spinto sotto la soglia psicologica di 145, con risultati che, stando agli analisti, non troppo esaltanti.

L’intervento di supporto del Giappone allo yen.

Central Bank of the Republic of Turkey (TCMB).

Infine, diamo il solito sguardo all’altro “luogo ove sorge il sole”, il significato dell’Anatolia, la regione storica a cui corrisponde l’attuale Turchia, dove continuano ad accadere – appunto – “cose turche”.

Nonostante l’inflazione ai massimi da 24 anni, intorno all’80%, giovedì la Banca Centrale turca ha attuato l’ennesimo taglio shock dei tassi, dal 13 al 12%, con la lira ormai scambiata ai minimi storici.

Senza l’ennesima costrizione del Presidente Erdogan, il Governatore Sahap Kavcioglu avrebbe probabilmente fatto la fine dei suoi predecessori.

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