Il Presidente turco, Recep Tayyip Erdogan.

L’ha fatto di nuovo. Il Presidente turco Recep Tayyip Erdogan, a soli quattro mesi dalla nomina di Naci Agbal a presidente della Banca Centrale turca, cambia ancora, decidendo di affidare la guida della massima autorità di politica monetaria del Paese a Sahap Kavcioglu, economista ed ex deputato del suo partito, AKP (Adalet ve Kalkinma Partisi –  Partito per la Giustizia e lo Sviluppo in turco).

Si tratta del quarto avvicendamento in meno di due anni, un record.

Fatale per Agbal l’ultimo aumento del tasso di riferimento di 200 punti base (+875 da novembre) annunciato la scorsa settimana, il doppio di quanto gli osservatori internazionali avevano previsto, ora giunto a +19%, il più alto dell’area OCSE, Argentina esclusa.

L’andamento del tasso di riferimento turco negli ultimi 12 mesi. Fonte: global-rates.com

Una decisione, quella dell’ormai ex Governatore della Banca Centrale turca probabilmente eccessiva, un aumento modesto avrebbe comunque mantenuto la fiducia degli investitori, che non poteva che scatenare le ire del suo “capo”. Le virgolette sono d’obbligo perché, sebbene la nomina del Governatore della Banca Centrale in Turchia, e in molti altri Paesi, spetti al Presidente, la moderna dottrina economica riconosce l’assoluta indipendenza della politica monetaria dalla politica.

Al di là di questo, il problema della Turchia continua ad essere l’altissimo tasso di inflazione, che ha raggiunto il 15.6% in febbraio.

L’andamento dell’inflazione CPI nell’ultimo anno. Fonte: inflation.eu

La cura Agbal aveva portato la lira turca dall’essere la valuta tra i mercati emergenti con la peggiore performance nel precedente trimestre a una delle migliori in quello successivo. Dunque, che la stretta sia stata eccessiva o meno, la direzione imboccata dall’ex Governatore era quella giusta, e difficilmente il suo successore potrà operare scelte molto diverse.

Come già spiegato in altre occasioni, alla base dei dissidi tra il Presidente Erdogan ed i suoi Banchieri Centrali c’è un misunderstanding piuttosto grave. Erdogan, in contrasto con quanto afferma la teoria economica, ritiene che un alto costo dell’indebitamento, quindi un alto livello dei tassi, generi un incremento dell’inflazione. La maggior parte dei banchieri centrali di tutto il mondo ritiene che sia vero l’esatto opposto. Più in generale i sondaggi danno il partito di Erdogan in difficoltà, per la prima volta sotto il 30%, l’impressione è che dunque il leader turco stia cercando di compattare i suoi addossando ad altri le responsabilità del fallimento della sua ricetta economica. Anche il recente ritiro della Turchia dalla cosiddetta “Convenzione di Istanbul”, concernente la prevenzione e la lotta contro la violenza sulle donne, sembrerebbe rispondere a tale strategia.

A questa analisi andrebbe poi aggiunta anche una considerazione più spiccia, ossia di quanto sia imbarazzante veder cacciato in modo così sbrigativo un Banchiere Centrale di un Paese del G20.

Eppure l’economia turca va meglio del previsto.

Nel quarto trimestre il PIL è cresciuto del 5.9% rispetto all’anno precedente, il risultato migliore tra i Paesi del G20, Cina esclusa. L’OCSE ha peraltro recentemente rivisto in positivo anche le prospettive di crescita dell’economia turca per l’anno in corso, la quale dovrebbe crescere del 5.9%, più del doppio della precedente stima e notevolmente di più di altre economie emergenti quali Indonesia, Messico e Brasile.

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