“Dovremo agire” aveva dichiarato qualche settimana fa Andrew Bailey, Governatore di Bank of England, poi ha cambiato idea.
Così, le aspettative di un rialzo dei tassi di Bank of England sono improvvisamente naufragate e, con esse, probabilmente, la credibilità della massima istituzione di politica monetaria del Regno Unito.
Con 7 voti contro 2, infatti, il board di BoE ha deciso di mantenere il tasso di riferimento allo 0,1%.
A farne le spese la sterlina, che è crollata dell’1.4% rispetto al dollaro, sotto $ 1.35, il calo più alto registrato dalla valuta inglese quest’anno, ed i Titoli del Tesoro: quelli a due anni sono calati di 17 punti base, performance peggiore dall’inizio della pandemia, mentre quelli a cinque anni hanno addirittura subito il peggior calo dai tempi dell’esito del referendum su Brexit.
A giustificare questa imprevedibile inversione il dato sull’occupazione, ancora lontano dai livelli del pre-pandemia, dato che, per bocca dello stesso Presidente Jerome Powell, ha impedito alla Fed lo scorso mercoledì di andare oltre il tapering.
A proposito di tapering, i due funzionari, Dave Ramsden e Michael Saunders, schieratisi per una stretta immediata, insieme ad una terza, Catherine Mann, volevano anche ridurre l’obiettivo per gli acquisti di titoli di stato di 20 miliardi di sterline rispetto al target di 855 miliardi di sterline, il quale dovrebbe essere raggiunto entro la fine dell’anno.
Insomma, Bank of England ha preferito dare priorità alla ripresa economica – il PIL inglese tornerà ai livelli pre-pandemici solo nel primo trimestre del 2022, in ritardo rispetto a quanto previsto in precedenza – rispetto al tasso di inflazione, visto al 5%, più del doppio rispetto al target.
Alle numerose critiche piovute da ogni parte riguardo questo repentino cambio di strategia – molti osservatori hanno paragonato Bailey al suo predecessore, Mark Carney, definito al tempo “Fidanzato inaffidabile” – il Governatore di BoE ha risposto che “Non è mio compito guidare i mercati finanziari sui tassi di interesse giorno per giorno”, una risposta che mi ha riportato alla mente l’uscita strampalata di Christine Lagarde all’inizio della pandemia, quando dichiarò “Non siamo qui per ridurre gli spread”.
Eppure, dato il suo prestigioso ruolo, Bailey dovrebbe sapere che è compito di una banca centrale ristabilire la fiducia di un’economia, e, dunque, come affermato Jamie Rush, capo economista europeo di Bloomberg Economics, “È assolutamente compito del governatore Bailey guidare i mercati verso un percorso dei tassi che aiuti la banca a raggiungere il suo obiettivo di inflazione”.
Se questo meccanismo si inceppa, la politica monetaria perde il suo ascendente sui mercati, le sue decisioni non saranno più in grado di influenzarli.
In generale, sebbene tutti i banchieri centrali si stiano orientando verso politiche monetarie più restrittive, ciò avverrà ad un ritmo e seguendo percorsi presumibilmente più flebili di quanto ipotizzato dagli investitori.
La persistenza dei colli di bottiglia nelle catene di approvvigionamento e l’aumento dei costi dell’energia legati alla transizione ecologica, i quali rendono la spirale inflazionistica sempre meno transitoria di quanto in precedenza ipotizzato, nonché i rallentamenti sul fronte della crescita, complici anche la risalita dei contagi in alcuni Paesi, obbligano i decisori di politica monetaria a districarsi in una complicata operazione di bilanciamento, tra l’agire troppo in fretta o troppo lentamente.
Come già spiegato in altri articoli, nessuno vuole ricadere negli errori compiuti dalla BCE nel 2008 e nel 2011, quando un aumento dei tassi prematuro minò la ripresa e, probabilmente, contribuì ad innescare la crisi dei debiti sovrani.
Per tale ragione sarebbe auspicabile da parte dei banchieri non lanciarsi in improbabili previsioni, spesso sconfessate dagli eventi, che “ingannano” gli investitori e minano la credibilità delle Istituzioni che presiedono.
Infine, c’è la volontà di testare nuove strategie in grado di mantenere un tasso di inflazione in linea con il target di lungo periodo dopo un decennio ed oltre di fallimenti: se è vero che ora si parla di rischio iperinflazione, è vero pure che veniamo da oltre un decennio di deflazione.
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