
Alcuni mesi fa avevamo parlato di El Salvador, il primo Paese al mondo a dare corso legale ai bitcoin.
È di questa settimana la notizia secondo cui anche Cuba si appresta ad abbracciare le criptovalute. Giovedì scorso, infatti, è stata pubblicata nella Gazzetta Ufficiale del Paese centroamericano la risoluzione 215, la quale afferma che la banca centrale stabilirà nuove regole su come gestire le valute digitali e che, per operare nel settore, sarà necessario l’ottenimento di un’apposita licenza.
Sebbene banchieri centrali e regolatori di tutto il mondo, complice il timore di perdere il controllo della politica monetaria, si stiano affrettando a muovere i primi passi verso un mondo che avevano inizialmente snobbato, la decisione di Cuba di abbracciare le criptovalute, così come spiegato nel caso di El Salvador, rappresenta per lo più un nuovo tentativo di uscire dalla morsa del dollaro, dalla cosiddetta “dollar weaponization”, ossia l’utilizzo da parte degli Stati Uniti della propria valuta come strumento di pressione verso quei Paesi non allineati con la politica internazionale di Washington.
Le “ragioni di interesse socioeconomico” citate nella risoluzione atterrebbero, dunque, alla volontà da parte di L’Avana di eludere il regime di sanzioni messo a punto dall’ex Presidente americano Donald Trump ed esteso dal suo successore Biden.
Inviare e ricevere denaro tra gli Stati Uniti e Cuba è infatti diventato estremamente complicato: nel 2020, Western Union, un canale particolarmente significativo per le rimesse verso Cuba, il quale operava nel Paese da più di 20 anni, a causa delle sanzioni ha chiuso tutte le sue oltre 400 sedi. La pandemia da Covid-19 ha poi ulteriormente acuito la situazione: i cosiddetti “las mulas”, termine genericamente riferito a quelle persone che trasportano droga oltre le frontiere, generalmente da Messico e Colombia verso gli Stati Uniti, ma che a Cuba si occupano per lo più delle commesse e di rifornire merci introvabili sull’isola, hanno notevolmente diminuito i loro viaggi per il rischio contagio.
Insomma, l’embargo americano, una valuta locale debole, il disperato bisogno di contanti e l’ascesa di internet, con smartphone con connettività 3G sempre più diffusi, nonché le restrizioni connesse alla pandemia, sarebbero tra le motivazioni che hanno portato le autorità cubane ad abbracciare il mondo cripto.
Anche in questo caso la parola d’ordine sembra essere “libertà”, nel caso specifico dal corrotto ed oscuro sistema finanziario globale che ha ridotto alla fame i popoli e che ben si sposa con la retorica dei fautori del bitcoin, i quali vedono le banche centrali come una minaccia alla stabilità monetaria globale; una modalità peraltro ricorrente nei regimi, atta a cristallizzare la propria leadership, addossando le responsabilità a nemici spesso immaginari.
Come al solito, però, dietro appassionanti proclami manca una corretta valutazione dei rischi, la stessa risoluzione pare da questo punto di vista lavarsene le mani, asserendo che di essi il Governo non sarà responsabile.
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