Quello tra politica monetaria e lotta al cambiamento climatico è uno strano rapporto, anzi, per certi versi, un non rapporto: perché mai una banca centrale, le cui mansioni – stabilità monetaria e finanziaria – sono espressamente circoscritte al mandato che l’ha istituita e i cui vertici neppure sono eletti, bensì nominati, dovrebbe interessarsi a temi che attengono la sfera decisionale politica?

Il rischio di un’invasione di campo è evidente.

Ma, com’è stato osservato in questi anni, tanto nella risoluzione della Crisi del debito, quanto in quella legata alla lotta alla pandemia da Covid-19, quando la politica si è mostrata incerta, titubante sul da farsi, ecco che le autorità di politica monetaria hanno optato per un approccio interventista, teoricamente eccessivo, ma allo stato dei fatti rivelatosi indispensabile, decisivo.

Stavolta il “Whatever it takes” parte dalla convinzione che il cambiamento climatico rappresenti la più grande minaccia a lungo termine per l’economia globale, il pensiero ricorrente sembra essere: “è più rischioso non fare nulla che rischiare di farsi eccessivamente coinvolgere”.

Infatti, anche se l’ambizioso obiettivo fissato nell’accordo di Parigi del 2015 di limitare l’aumento della temperatura globale a 2 gradi Celsius rispetto ai livelli preindustriali dovesse essere raggiunto, è plausibile ritenere che il “climate change” impatterà pesantemente sulle nostre vite: dalla minore produttività agricola alla crescente ondata migratoria, dai danni causati dai sempre più frequenti eventi meteorologici al prevedibile aumento delle polizze assicurative ad essi legati, fino ai disincentivi con cui gli Esecutivi mirano a rendere meno profittevole l’industria del fossile, con l’obiettivo di avvantaggiare le imprese che investono in settori più sostenibili.

Insomma, riprendendo le parole del Ministro Roberto Cingolani, “La transizione ecologica potrebbe essere un bagno di sangue” se ciascuna istituzione non farà la propria parte nel proteggere quei settori e quei comparti destinati a scomparire o comunque a vedere sensibilmente ridotte le proprie quote di mercato.

È partendo da queste basi che la politica monetaria si sta muovendo, talvolta per intercessione della stessa politica, la quale sta provando a modificare gli statuti allo scopo di demandare parte dei suoi compiti e responsabilità, altre volte in maniera del tutto indipendente, estemporanea, talvolta persino confusionale.

Sebbene la spinta verso questa nuova era nasca soprattutto dall’Europa, con il “Next Generation EU” della Presidente della Commissione Europea, Ursula von der Leyen, e la recente “Strategy Review” della Banca centrale europea a guida Christine Lagarde, decise nel voler riportare il centro del mondo nel Vecchio Continente, uscendo così da quella narrazione che ci vedrebbe in futuro soccombere ai giganti asiatici, fu l’ex Governatore di Bank of England, Mark Carney, nel 2015, a lanciare l’allarme sugli effetti che il cambiamento climatico avrebbe portato all’economia mondiale.

Da quella chiamata alle armi nacque due anni dopo il “Network for Greening the Financial System” (NGFS), una piattaforma che nel tempo è riuscita a coinvolgere circa 100 banche centrali e organizzazioni correlate, con lo scopo di studiare potenziali soluzioni politiche al tema.

Nel 2019, il gruppo ha creato una serie di linee guida che esortano i colleghi a valutare il rischio del cambiamento climatico nella regolamentazione delle società finanziarie e a investire tenendo a mente obiettivi di sostenibilità. Nel 2021 è stato poi compiuto un passo ulteriore, delineando le opzioni green per la stessa politica monetaria.

Nella pratica, ciò in cosa si traduce?

Oltre ad offrire supporto sul piano regolamentare e della ricerca, influenzando il processo politico, la banche centrali possono usare i loro poteri normativi per costringere le banche a calcolare e divulgare la propria esposizione ai rischi climatici nell’ambito degli stress test, in modo da far conoscere ai cittadini se, e in che misura, sono preparate alle eventuali perdite, e a smorzare o stimolare, a seconda dei casi, i futuri investimenti.

Una questione delicata attiene invece alla possibilità da parte delle banche centrali di trainare la transizione ecologica attraverso propri acquisti verdi, allestendo dunque una sorta di “QE green”: su questo tema le discussioni sono in atto, la sensazione è che Banca Centrale Europea e Bank of England siano propense a farlo, Bank of Japan dubbiosa mentre Federal Reserve contraria.

Si tratterebbe forse di un’invasione di campo eccessiva, di un dirigismo economico indigeribile persino se fatto dalla politica, figuriamoci da istituzioni non elette.

Cos’è stato fatto finora?

Mettiamo da parte le ipotesi e analizziamo cosa le principali banche centrali mondiali hanno finora prodotto.

  • La Banca Centrale Europea ha inserito il “Climate Change” nella sua recente “Strategy Review”, a tal proposito vi invito a leggere l’articolo che ho di recente pubblicato.
  • Bank of Japan ha deciso, almeno per il momento, di fermarsi al sostegno delle imprese rispettose dell’ambiente attraverso finanziamenti a tassi agevolati, una strategia già utilizzato nella lotta alla pandemia. Anche sui primi passi verso il tema del “climate change” della massima istituzione di politica monetaria giapponese ho di recente pubblicato un articolo.
  • Bank of England ha annunciato che terrà conto degli obiettivi ambientali del Governo inglese nell’ambito degli acquisti di attività sui mercati finanziari. BoE ha inoltre avviato una prima fase di stress test sulle maggiori banche e compagnie assicurative del Paese per comprendere quanto esse siano pronte ad affrontare i rischi legati al cambiamento climatico.
  • People’s Bank of China, un’Istituzione certamente meno indipendente delle omologhe occidentali, per ora attua investimenti diretti in progetti sostenibili, incoraggia l’emissione di obbligazioni green e sta studiando strumenti politici per fornire finanziamenti più economici alle istituzioni che sostengono progetti di riduzione delle emissioni.
  • Bank of Canada ha annunciato lo scorso anno un progetto pilota con l’autorità di regolamentazione bancaria del Paese per aiutare le aziende a esplorare come potrebbero essere esposte ai rischi legati al clima.
  • Sveriges Riksbank ha ripulito le proprie riserve di asset “inquinanti” e da quest’anno ha cominciato a tener conto, nell’ambito del suo programma di acquisti di obbligazioni, dell’impatto ambientale delle società. Sul tavolo vi è una proposta di legge che invita la banca centrale svedese a considerare come i suoi acquisti di attività possano contribuire alla lotta ai cambiamenti climatici.
  • Resta un po’ indietro per il momento la Federal Reserve. La banca centrale statunitense ha aderito all’NGFS soltanto lo scorso dicembre, complice l’ex presidenza Trump, da sempre poco attento ai temi ambientali, volendo usare un eufemismo. Lo stesso Jerome Powell non ritiene che il riscaldamento globale sia un fattore primario per la politica monetaria, vedremo se tale posizione, criticata da molti suoi omologhi, inciderà sulla sua riconferma, sulla quale dovrà pronunciarsi il prossimo anno il Presidente Joe Biden.

L’articolo è finito, ti ringrazio per la lettura e ti invito a condividerlo nel caso sia risultato di tuo interesse. Ti ricordo inoltre che lasciando un like alla mia pagina Facebook o iscrivendoti alla newsletter sarai avvisato sulle future pubblicazioni, buone vacanze estive!